Detroit, il film dell’anno. Ci meritiamo Kathryn Bigelow.


La rabbia è tanta, oggi è un venerdì nero, nerissimo. Ore e ore passate a cazzeggiare sui social, diluvi e profluvio di recensioni sulla qualunque, tranne che su questo film. Un silenzio non unanime,va detto per amor di verità: sparute autorevoli voci si sono fatte sentire, hanno lanciato alert e warning, blandamente secondo me, anzi, remissivamente, dolentemente. CI pensiamo noi allora a sbiancare i vostri sepolcri, andate tutte al diavolo, voi, le vostre serie compulsive, le opere delicate, quelle necessarie, quelle altre sperimentali. Uscite fuori di casa, con le mani alzate e bene in vista, correte al cinema, correte a guardare il film dell’anno. Detroit, di Kathryn Bigelow.


Che uno si può illudere che il grande schermo sia una via di fuga, la consolazione nell’allegoria, il placebo per ingoiare tutto quanto di ingiusto, di inspiegabile è rimasto in questo mondo.

E’un’illusione.

Il cinema, quello vivo, è un’esecuzione di piazza, davanti a branchi di spettatori guardoni, eccitati dal loro stesso sadismo, dalla loro stessa colpa, in attesa che si compia la remissione dei peccati.

È il cinema civile, quello che un tempo era il cinema espiatorio, e oggi diventa cinema accusatorio, un atto d’accusa per chi osserva e resta inerte, immagina e rimuove.

Così, a braccio, tracciamo un percorso irregolare dell’orrore: Bloody Sunday, Diaz, The Act of Killing, Chi-raq, American History X, Il Figlio di Saul.

Fascismo, razzismo, sopraffazione, prevaricazione. Violenza di stato, violenza di classe, violenza come motore economico del mondo, violenza come sola igiene del mondo. La materia è tanta, è trita ed ormai marcita, puzza di decomposizione a miglia di distanza, ma Bigelow la afferra, la spreme fino all’ultimo brandello, fino all’ultima larva. Si mette a raccontare fatti che la memoria collettiva ha rimosso e relegato alla classificazione generica, definendoli tumulti da ghetto, oppure, peggio ancora, disordini.

Disordini.

Siamo nel 1967, a Detroit, in casa Ford: la casa automobilistica regna nel mondo, gli operai sono tutti neri, e vivono di merda. I bianchi governano, si arricchiscono, discriminano, comprano. Comprano le auto, quindi le vite degli operai. Comprano la musica, la black music, perché i neri che vogliano riscattarsi cantano, lo fanno per chi vuole ballare e ha soldi per ballare, lo fanno per i bianchi. La musica, come strumento ulteriore di discriminazione oppressione e schiavitù: non ci avevo mai pensato così nitidamente, Bigelow, evidentemente, sì.

Come ci attendevamo, molto più di quanto ci attendevamo, Detroit è una macelleria americana. è un massacro. Il massacro delle nostre coscienze rese inermi dai nostri occhi. E’ il cuore di tenebra di un Paese, gli Stati Uniti, che indossa la amschera del pagliaccio, ma sotto ha denti aguzzi da bestia e cervello da demone. Detroit è sistematica violazione dei generi cinematografici, strappati, manipolati in funzione di un’idea di cinema peculiare. Muscolare, terapeutica, terminale. Embedded.

La memoria dell’apartheid americano diventa un cartone animato; la guerra civile, cittadini neri contro esercito e polizia bianca, diventa uno Strange Days ucronico. Poi c’è l’home invasion, i poliziotti bianchi come aguzzini nazisti, come una masnada di orchi ma ancora puù crudeli, perché sempre consapevoli di ciò che possono e vogliono fare, impunemente. Un motel come un campo di concentramento, sangue e terrore e morte, scemo è chi guarda, colpevole anzi è chi guarda, come il vigilante nero armato che non si oppone, pensa che la nottata debba pur finire, sembra appartenere ad un sonderkommando, mosso solo da istinto di conservazione. Dall’home invasion al torture porn, corpi di donne bianche violati, sembra Bolzaneto, sembra il Vietnam, carri armati che sparano contro finestre di case popolari.

Film di guerra, non di guerriglia urbana.

Fighting on arrival, fighting for survival. Get Out, correte, scappate via! Bigelow ci regala alcune final girls, pochi sparuti final boys, imbastisce alla fine il legal thriller più posticcio degli ultimi decenni, il più crudele, quello dove non c’è suspense perché la fine è già nota, la sentenza è già scritta nei cuori e nel pregiudizio di tutti, di chi conosce la storia e di chi si limita semplicemente ad attraversarla. Ecco, Detroit storicizza il male, lo contestualizza, lo documenta, lo eviscera, ma non può estirparlo. Non c’è riscatto né redenzione: non c’era 50 anni fa, non c’è oggi, non ci sarà tra 50 anni. Bigelow qui è un Eastwood sublimato, ancora più spietato. Si fotta Trump, si fotta Obama con lui e prima di lui. Si faccia tabula rasa, si cerchi giustizia, oppure vendetta, si agisca, si smetta di piangere sul sangue versato. Don’t clean up this blood.

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2 pensieri su “Detroit, il film dell’anno. Ci meritiamo Kathryn Bigelow.

  1. Fantastico pezzo! Sono davvero ammirato dalla paasione con cui è scritto, ma anche dalla conoscenza cinematografica che traspare dalle righe… sono gratissimo al blogger The Butcher per avermi fatto conoscere questo sito, da oggi per me imprescindibile!

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