Revisionismo dikotomiko: The Martian, di Ridley Scott. Il tempo è galantuomo, lo spazio gli va dietro.


Sveglia, suona, buco in, pancia, scendo, cacca, radio, NASA. Base, scrivo, leggo, spacca, logic, canto, ascolto, NASA. Impulsivo che non sono altro, all’epoca della visione in sala imprecai contro regia e sceneggiatura, del film scorgevo solo il brand marketing per Nasa e USA e ne parlavo così. Sbagliavo, The Martian è un testo universitario, corso di laurea in filosofia dei viaggi nel tempo. La storia apparecchiata da Goddard – in stato di grazia – scorre, apparentemente, in ordine cronologico lineare, le vicende si susseguono infatti in modo calendariale inesorabile. Sotto la superficie invece il tempo si piega, si accorcia, si allunga, è flessibile, è liquido, è emozionale, è scientifico, è umano. E’, in una parola, relativo.

Accade quindi che l’astronauta Matt Damon venga abbandonato per una questione di tempo: si valuta che, ferito, non possa resistere in atmosfera marziana più di 60 secondi. La rottura dell’equilibrio è avvenuta per un evento meteorologico, “marte”reologico meglio, il tempo inteso in quanto clima e abnorme procella. La resistenza del Robinson Damon, nell’eremo della base spaziale, passa attraverso la riorganizzazione delle provviste residuali, con una dilatazione dei cicli alimentari ed una contrazione dei fabbisogni fisiologici. L’astronauta è un botanico, la sua nuova vita passa attraverso la semina e le fasi del raccolto: i tempi della natura, seppure in contesto alieno. Se Il tempo è rappresentato come variabile, esso resta funzione dello spazio: Damon si sposta sulla superficie di Marte in senso vettoriale, verso le vestigia del Pathfinder, missione di 20 anni prima. Alla ricerca del tempo perduto.

Stupisce quindi come sia costretto a creare un contatto con la base Terra, impiegando tecnologie obsolete, mezzi di comunicazione passati e trapassati. L’astronauta solitario lotta per sopravvivere, per ritardare la dipartita; per converso, sulla Terra lottano per salvarlo, moltiplicando gli sforzi, accelerando lo sviluppo dei progetti, accorciando i tempi. La pianificazione, la scienza che sottende gli sforzi umani viene a più riprese minata dagli imprevisti, eventi deflagranti sul pianeta rosso e nei cieli terrestri: è allora che il tempo va in loop, si riavvolge e si ridefinisce, da lineare diventa circolare, e si riparte, si riprogramma. Si parla di umanità, di gruppi di persone, nazioni, aziende spaziali, equipaggi, e Scott-Goddard ci portano a considerare i diversi fabbisogni temporali dell’uomo in quanto individuo e dell’uomo in quanto organizzazione. A titolo di esempio: quando, dalle foto satellitari, la Nasa trae certezza che Damon sia vivo, apprendiamo che l’agenzia è obbligata a divulgare quelle foto entro le 24 ore successive, non un minuto di più.

I tempi della relazione con l’opinione pubblica entrano prepotenti nella gestione della crisi. In questo gioco di elastici, di scomposizioni, di incastri, l’equipaggio della missione Ares 3, quella che ha abbandonato Damon, appare come sospeso, fluttuante in una bolla di irrealtà determinata dall’equidistanza dal mondo Marte e dal mondo Terra. Ares 3 riceve la notizia che Matt è vivo solo due mesi dopo (“ci vuole del tempo per accettarlo”, dice il direttore Nasa), ed è allora che decide di riavvolgersi, di tornare indietro nello spazio per recuperare uomo e tempo. Dall’inversione di rotta il film cambia coordinate, ragiona in termini di distanze fisiche e non più di giornate o conti alla rovescia. È il tempo del contatto, dove le orbite, le traiettorie si sfiorano. Scott e Goddard si divertono a sfiorare la pancia e il cuore degli spettatori, grandi e piccini, e a guardar bene The Martian è un film di sfiorature, dalla Terra che sfiorata cambia la direzione di un’astronave, al contatto sfiorato e poi riuscito grazie ad un soffio di aria compressa, a ritroso fino all’antenna radio che lacera la tuta di Matt e gli sfiora gli organi vitali, consentendogli per paradosso di restare in vita.

Sfiorarsi, sopravvivere, stare vivi, è in fin dei conti comunicare, lasciare tracce visibili e fruibili del sé, non importa se fuori sincrono, non importa in che modo, così The Martian come Interstellar come Prometheus (Goddard e Lindelof, appunto). E’il neoumanesimo della fantascienza attuale, ulteriormente testimoniato da Arrival di Villeneuve. La stella polare della nuova era è ancora una volta lei, Jessica Chastain, sguardo, espressione, corpo di questo futuro, e di ogni altro futuro possibile. Scott muove i fili del suo film come un guardiano del tempo, con sicumera utilizza l’ovvia Starman di David Bowie in tutta la sua lunghezza: ciò che per altri sarebbe stato giudicato intollerabile, in The Martian è la misura di un’emozione.

 

[Anche Su Nocturno num. 179, Novembre 2017, Dossier: La Spirale del Tempo. In edicola]

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