Sunshine, di Danny Boyle. Il Sol dell’Avvenuto.


Fuori, lo spazio interplanetario. Dentro, lo spazio ristretto di piccoli ambienti metallici, corridoi stretti, una serra (nella quale la fitta vegetazione serve a produrre ossigeno), una sala ologrammi. E l’Osservatorio: un’enorme finestra che permette – con opportuni filtri – di osservare la luce del sole da vicino. O, senza filtri, di lasciarsi bruciare e polverizzare in una sorta di suicidio mistico. Un’astronave, la Icarus II, che appare come un gigantesco ombrello spaziale: lo scudo di protezione dai raggi solari, e il manico, ovvero la piccola parte abitata dall’equipaggio. Ristretto è anche il campo delle opzioni e situazioni, quando si tratta di realizzare un film di (molto)fanta(e poca)scienza hardcore.

Come i cavalli e le pistole nel western (un altro genere di frontiera, sia pur terrena), le presenze obbligate sono l’astronave, l’equipaggio (il classico gruppo di persone che deve condividere necessariamente uno spazio circoscritto per un lungo periodo di tempo), e un segnale proveniente dall’esterno che cambia tutto. O manda tutto in vacca. Ineluttabile è poi il confronto con i modelli precedenti, la sacra trimurti costituita da 2001 Odissea Nello Spazio, Alien e Solaris (ma Sunshine deve qualcosa anche a modelli meno prestigiosi come Punto Di Non Ritorno e 2002: La Seconda Odissea). Danny Boyle ha impiegato pochissimo tempo per convincersi: appena letta la sceneggiatura scritta dal solito Garland (autore anche dei precedenti 28 Giorni Dopo e The Beach) ha deciso di ricavarne un film. Gli è bastata la premessa: anno 2057. Otto astronauti che si trascinano dietro una bomba enorme, e fanno rotta verso il sole. La missione porta con sé le ultime speranze di salvezza per il genere umano, ché il sole sta morendo e l’ordigno dovrebbe essere in grado di “riaccenderlo”. Boyle punta in alto, quindi. Altissimo. Il sole, vivo, pulsante, è Dio. O il suo concorrente esoterico Lucifero, capace di sedurre con la sua luce ingannevole e foriera di morte. E se gli umani fanno rotta sul sole per resuscitarlo con una bomba nucleare, è perché sono guidati dalla loro tracotanza, in un viaggio mai tentato prima, o quasi: è il secondo tentativo, ci ha già provato la prima Icarus che è scomparsa nello spazio. Il tempo sulla Icarus II scorre al contrario, è un perpetuo conto alla rovescia. Quante ore di ossigeno restano.

Quanto ci impiegano i videomessaggi a raggiungere il pianeta Terra. Il tempo è anche misurato in body count: un segnale di soccorso proveniente dalla prima Icarus attira l’equipaggio, una deviazione imprevista per raggiungere quella che è diventata una sorta di astronave fantasma può essere fatale per tutti, ma può concedere una ulteriore chance – two bombs are better than one – di salvezza per la Terra. Ma nella nave apparentemente priva di vita c’è un’entità, sorta di colonnello Kurtz dello spazio, che sale di nascosto a bordo della Icarus II. E’ Pinbacker, capitano della precedente missione, responsabile della morte del suo equipaggio e della distruzione del computer di bordo, intenzionato a sabotare anche la seconda missione. Il thriller sci-fi diventa apparentemente uno slasher nel pre-finale (anche Quentin Tarantino, purtroppo, si è unito al coro “film rovinato dal terzo atto”), ma ha in realtà uno scopo ben preciso: quello di rappresentare, in un corpo devastato e letale, l’inevitabile fallimento umano e il rancore che ne deriva, e si trasforma in furore e sete di sangue, come la follia dietro ogni fondamentalismo religioso. Che uccide chiunque incontra sulla sua strada, ma ha un solo vero nemico, l’ateismo. O l’autodeterminazione, fa lo stesso. Ed è destinato ad essere sconfitto. Il tempo scade con la morte, ma la morte può essere la visione mistica per eccellenza, se le si va incontro abbagliati dalla luce del sole. Si finisce comunque polverizzati. Ché siamo solo polvere di stelle.

E tra un pazzo timorato di Dio che sventra i suoi simili per servire la presunta volontà divina, e un fisico che decide di morire lanciando manualmente la superbomba che può ridare la speranza di vita al suo pianeta, e andando incontro al sole mentre l’esplosione provoca una distorsione spazio-temporale, chi riesce ad andare oltre? Chi vede qualcosa che va oltre qualsiasi conoscenza terrena? Sunshine ha compiuto dieci anni, invecchiando benissimo. Nonostante, insieme agli anni, siano passati Interstellar, Moon, Gravity. Flop terrificante al botteghino, conserva intatta la sua potenza, il suo cinismo, il mix esaltante di filosofia ambiziosa (con interessanti ribaltamenti dei concetti archetipici di bene e male/luce e tenebra) e cinema di genere, rigoglioso di spiritualità cosmica, benchè scritto da un ateo come Alex Garland.

[Anche Su Nocturno num. 179, Novembre 2017, Dossier: La Spirale del Tempo. In edicola]

 

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