A Taxi Driver, di Hun Jang, trionfa in Corea del Sud. Una visione, contro ogni revisionismo.


Il revisionismo è un’infamia. Attecchisce sui cervelli atrofizzati, stordisce i minus habentes con tanto rumore per nulla, sostituisce il manganello con la spugna ed il bianchetto. Il revisionismo è connaturato all’ideologia fascista, si accompagna alla propaganda, al razzismo, alla violenza. Il revisionismo fascista ha un solo pregio, che è quello di essere, ai nostri occhi, perfettamente riconoscibile. Più subdolo e pericoloso, invece, è il revisionismo di certa nostra sinistra, che ci arrischiamo a definire revisionismo progressista: confonde vittime con carnefici, trasforma responsabilità oggettive in soggettive, rifugge, vergognosamente, da giudizi morali definitivi. Pensate a Detroit, di Bigelow: i revisionisti di sinistra, quelli ortodossi, lo hanno accusato di essere un film manicheo, troppo sbilanciato, senza sfumature, con i poliziotti bianchi criminali contro i neri povere pecorelle. I revisionisti di sinistra, quelli moderati, lo hanno accusato di razzismo di ritorno, perché la salvezza di alcuni neri sarebbe passata dal buon cuore di sparuti bianchi samaritani. SI fottano tutti i revisionisti, bisogna dare pane al pane, vino al vino, e guerra al fascio. Come a Detroit, così a Gwangju, nella Corea del Sud. A Taxi Driver, di Hun Jang.

Cominciamo da alcuni dati di rilevanza statistica. La Corea del Sud ha 51 milioni di abitanti, l’Italia 61 milioni, testa più, testa meno. Nel 2016, in Corea si sono venduti 217 milioni di biglietti per il cinema, in Italia 100 milioni. La quota di mercato dei film autoctoni è superiore al 50% in Corea, in Italia si abbarbica attorno al 20%. Il box office coreano degli ultimi anni è stato dominato da film prodotti in loco, con incassi superiore agli 80 milioni di dollari. Il film più visto in Corea del Sud, nel 2017, è stato A Taxi Driver, con un incasso di 85 milioni di dollari. La classica commedia coreana, si direbbe, non fosse che sparge lacrime di sale sulle ferite mai rimarginate della dittatura, della repressione, dello Stato fascista e canaglia. Il tassinaro del titolo è un onesto lavoratore di Seul, povero in canna, vedovo con bimba a carico e tanto buon cuore. Sbarca il lunario arrabbattando corse e clienti, al volante di un’utilitaria da rottamare. Lui è una figurina: non ha ideologia, non serba rancore, è aduso a chinare la testa nei confronti del potere, che sia economico – la sua padrona di casa – o politico.

Come spesso, anzi sempre succede, l’ignavia non mette al riparo dai crimini contro l’umanità: millantando una perfetta conoscenza dell’inglese, prende a bordo un giornalista d’assalto sedicente missionario, e lo accompagna a Gwangju, lontano dalla Capitale, dove sta per compiersi il massacro. Citiamo Wikipedia: “(…) è un movimento di rivolta popolare scoppiato il 18 maggio 1980 nel centro di Gwangju in Corea del Sud. Durante i moti, i cittadini di Gwangju, il bastione dell’opposizione democratica, si sollevarono contro la dittatura di Chun Doo-hwan, instaurata dopo l’assassinio del presidente Park Chung-hee nel 1979. Vi furono scontri tra studenti dell’Università Nazionale di Chonnam e forze armate a causa delle proteste degli studenti per la chiusura dell’ateneo. Ci furono circa 2000 o 3000 vittime rimaste sul terreno dell’università.Sotto Chun Doo-hwan, questi eventi vennero presentati alla popolazione come una rivolta comunista.”

Eventi presentati alla popolazione come una rivolta comunista. Disordini. Migliaia di vittime. Soldati e forze dell’ordine (nero) contro civili inermi. Sempre la stessa Storia. Torniamo al film.
I vili fascisti coreani stanno per farla franca, sotterrando la vicenda in una fossa comune della memoria, tanto più che l’Occidente dorme, anzi, si perpara a ronfare e a sognare: del resto è il 1980, l’inizio del “decennio della speranza”, come recita uno striscione per le strade di Gwangju. Solo un free lance tedesco è sul campo a filmare la mattanza, è il reporter accompagnato dal nostro tassista, che suo malgrado si ritriva spettatore dell’orrore, proprio lui che non vede non sente non parla, proprio lui che non è comunista, non è una testa calda, è solo un onesto lavoratore.  Il risveglio della sua coscienza è un percorso graduale, pare pensato da Monicelli, da Rosi, da Germi, avviene grazie ad incontri con personaggi grotteschi e dolcissimi, avviene a causa di scontri con belve in divisa o in incognito. Ci sono banchetti, amicizia, socialità, e poi c’è la fuga, lil sangue, la perdita dell’innocenza, anzi, la perdita dell’inconsapevolezza. Scorrono le immagini della macelleria coreana, che tutti potete guardare su Youtube, alla voce “Hinzpeter footage”, e il tassinaro si trasforma nell’orgoglio di una nazione, lui e gli altri tassinari, kamikaze senza causa, ad immolarsi contro le forze del male, affinchè il reporter possa fuggire, e consegnare al mondo la visione dei fatti. Cioè, la memoria. Cioè, il giudizio. Che è definitivo, inappellabile, a scanso di revisionismo. Ancora da wikipedia: “Nel 1997, i presidenti Chun Doo-hwan e Roh Tae-woo vennero condannati in un processo nel quale erano anche accusati della responsabilità del massacro di Gwangju, assieme a 17 altri imputati. Vennero graziati in seguito”. Sempre la stessa Storia.

A Taxi Driver è un racconto, è una favola, non un documentario. Contiene numerosi elementi di finzione narrativa, cerca di mettere insieme, con le immagini e l’ìmmaginazione, i tasselli di un’umanità che fu lacerata da quell’ignobile olocausto. E’anche grande cinema, un esempio fulgido di come i generi cinematografici possano essere chirurgici, letali, micidiali, anche quando sembrano innocui e non ideologici. Chiudiamo con wikipedia: “Nel 2002 fu creato un cimitero nazionale per le vittime del massacro e il 18 maggio venne dichiarata giornata nazionale di commemorazione”. Questo possiamo dirvi: siamo ciò che vediamo, siamo ciò che ricordiamo.

 

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3 pensieri su “A Taxi Driver, di Hun Jang, trionfa in Corea del Sud. Una visione, contro ogni revisionismo.

  1. Raccontare una storia significa assumere un punto di vista: non è dunque già di per sé attuare un revisionismo? Chiaramente condannando il vile e subdolo revisionismo storico attuato dal fascismo (e non solo), purtroppo anche attraverso lo strumento filmico.
    Ciò detto, ottima recensione, sono molto curioso di questo A taxi driver :)

    • Per come la vedo io, il revisionismo è una ricostruzione pregiudiziale di eventi con largo uso di fake news. Nel racconto per immagini, in questo caso, si parte da migliaia di vittime accertate e dalla mistificazione perpetrata dal regime

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