L’ora più buia. No Pasaran!, secondo Joe Wright.


Continuiamo la riflessione inerente i modi di rappresentare la storia del Novecento, cominciata con il post su Morto Stalin Se Ne Fa Un Altro. Oggi parliamo dei film in cui grandi eventi vengono narrati attraverso singoli uomini. Singoli quindi minimi, essendo la vita di ciascun essere umano, le sue tragedie, le sue commedie, irrilevante rispetto all’apocalisse di milioni di persone che sono state colpite e affondate, quasi per senso di necessità, ciclcicamente e per tutta la durata del secolo a doppia x. CondivIdiamo, pertanto, l’approccio relativista al nuovo cinema biopico, che sovverte la grande Storia mutandola in farsa, spargendo sarcasmo su tutti i precedenti soggetti di apologia. Sarcasmo come deriva dell’ironia, sarcasmo come “espressione di rabbia dolente”, per citare Umberto Eco.

Abbiamo scritto biopico anziché biografico, con inglesismo abusivo, in quanto l’etimo della parola restituisce una visione della vita altrui, piuttosto che una trasposizione da un racconto scritto della vita altrui. In The Death of Stalin si parla di vite degli altri, nella coralità dei soggetti agenti rappresentati, e ciò rende più difficile e superficiale la rappresentazione dell’uno scatenante, lo Stalin ridotto agli sgoccioli, avvinazzato, appassionato di western, capriccioso come una popstar. Se invece consideriamo W di Oliver Stone, un new biopic derubricato con disprezzo critico a film militante, possiamo notare come George Bush sia una trasfigurazione onirica del personaggio storico, in cui la psicologia del personaggio ed il giudizio di chi guarda si intrecciano indissolubilmente.

E’ con Pablo Larrain, come ci hanno fatto notare meritevoli amici di social, che il new biopic arriva a forma compiuta e consapevole. La grandezza di Jackie sta nella storicizzazione dell’immaginario della sua protagonista, nel porre sullo stesso piano un mondo di delirante finzione, la Camelot vagheggiata dall’ingenua (?) first lady, ed un mondo dolorante di pragmatismo, cioè l’accolita di caimani che si spartirono i resti politici di JFK. Ora, questo The Darkest Hour, di Joe Wright.

Che è un film  da scegliere ad occhi chiusi, ma da guardare ad occhi spalancati, perché Wright è uno dei massimi interpreti del cinema contemporaneo, per il suo approccio sghembo e sovversivo, più che innovativo, a tematiche altrimenti classiche. Se non lo avete ancora fatto, guardate, prima di tutti gli altri, il suo Anna Karenina. The Darkest Hour, a cui ha lavorato dopo aver diretto un fulgido episodio di Black Mirror – Black, Darkest – è un viaggio al centro della storia moderna, che è un viaggio al centro della terra, che è un viaggio al centro del corpo umano. Il corpo di Gary Oldman ovviamente, scelto come terreno di rappresentazione – trasfigurazione, finzione – dell’inizio della fine del Nazismo trionfante. Il passaggio dalla cronaca alla materia organica è ermeneuticamente illustrato in un passaggio del film, dove una teoria di esplosioni di bombe degrada nella visione del viso di una donna. L’Ora più Buia è una variazione da L’Infanzia di un Capo, un storia di formazione, o deformazione, narrata per immagini.

C’è una prima fase, totalmente, magistralmente sarcastica, in cui si percepisce l’alienitudine tra Oldman attore e Churchill personaggio: qualcosa nello sguardo, nel makeup facciale, nella parlata, nella postura, fa pensare alla cartapesta, al carnascialesimo di una maschera allegorica. Il primo Churchill al potere come un pagliaccio, che rutta, caga, sbraita, biascica, puzza probabilmente. Un pagliaccio, essendo l’Europa del tempo percorsa e agita da una triste banda di pagliacci, come notato mirabilmente da James Ballard nel suo Impero del Sole. Si nota tuttavia, man mano che la visone procede, una sorta di mutazione del corpo dell’attore, che diventa tutt’uno con il momento storico – la capitolazione oramai prossima – e quello ambientale – l’oscurità del parlamento inglese, le segrete del Gabinetto di guerra, il tunnel che unisce la magione di Churchill ai luoghi di comando. Non sono più rilevanti le esplosioni, ma un’implosione progressiva, fino a quando il buio divora tutto, e resta solo Oldman Churchill, un blob, un Jabba, una Cosa. Quando la mutazione giunge a compimento, attore e personaggio divengono una creatura nuova, antropocentrica, che plasma lo spazio e la Storia a propria immagine e immaginazione: tutto quel che è fuor di Churchill non è più mostrato, tutto è Churchill, persino il popolo nella metropolitana è Churchill, prende vita e visibilità nelle sue parole. Le parole, il ritorno al logos, biopico e biografico in sincrono.

Si è detto e scritto da più parti di quanto Oldman abbia magistralmente performato: non credeteci, o meglio, credeteci e guardate oltre. Quello che più rileva ne L’Ora più Buia non è infatti l’interpretazione, ma la la definitiva dematerializzazione del singolo uomo, che si dissolve nella teatralità di un discorso – Il Discorso del Re? -, di più discorsi, un’onda anomala di discorsi vacui, effimeri, retorici, con un grande buco al centro, rappresentato dal rifiuto di esprimere una definizione politicamente corretta di Adolf Hotler, perchè una definizione politicamente corretta non c’è. Wright non mostra il Male, sceglie deliberatamente di non rappresentarlo, rifiuta di rappresentarlo come anche Nolan in Dunkirk. Non c’è spazio filmico per il nazifascismo, non c’è nemmeno spazio lessicale, perchè con i nazifascisti e dei nazifascisti non si parla, a differenza di quanto vogliono farci credere alcuni opinion leader de noantri (Mentana uber alles). Ecco quindi che The Darkest Hour è più che una rappresentazione: è un’idea, chiarissima, di mondo, di politica, di società.

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