Tragedy Girls, di Tyler MacIntyre. L’horror che invoglia, al tempo dei big data.


Questa qui è una storia nuova, una storia di sorelle e di coltelli. Sorelle in senso lato, trattasi di adolescenti compagne di classe e amiche per la pelle, propria ed altrui. Coltelli in senso stretto: machete, lame aguzze, lame rotanti. Il film di cui parlo, benedetto dai sacerdoti di Bloody Disgusting, sta girando i festival di mezzo mondo, mietendo consensi e successi (Frighf-Fest). E’ un film di genere. Genere invisibile in Italia: è commedia, è horror.  Qualcuno  potrebbe obiettare che il genere sia visibilissimo invece, e citare Scappa – Get Out come esempio di illuminata distribuzione. Nel suo piccolo, questo qualcuno avrebbe ragione, solo che qui l’horror non è suspense, l’horror è splatterone, ed è anche scorretto, lo è tanto da far ridere e da meritare questa vetrina. Tragedy Girls, di Tyler MacIntyre.

Tragedy Girls come rivisitazione del concetto di final girls. Queste ultime sono le protagoniste superstiti negli slasher movies d’antan, amazzoni guerriere a loro insaputa, che arrivano al redde rationem con il pazzo all’arma bianca di turno. Le tragedy girls sono invece esse stesse psicopatiche all’arma bianca, padrone del loro destino e consapevoli della struttura narrativa in cui sono immerse. Comincia il film, una coppia si apparta in auto per pomiciare, da fuori giungono rumori sinistri: è il maniaco, che cala la mannaia sulla testa di un ragazzotto-esca, e cade nella trappola delle ragazzine sanguinarie. L’intento, palese, è di partire dalla tradizionale conclusione di uno slasher qualsiasi e andare avanti. Avanti verso il black mirror, cioè l’essere adolescenti oggi, al tempo delle nuove tecnologie, e le tragedy girls, con il loro Instablog, cercano contatti, visibilità, parlando di omicidi e ragazzi scomparsi. Malgrado una innata vocazione criminale, nonostante l’esibizionismo più bieco, finiscono intrappolate nella routine dei luoghi comuni, non ne ricevono fama ma marginalità, ed allora capiscono come funziona. Per essere visibili, bisogna essere memorabili: non bisogna solo ammazzare, ma squartare, sventrare, decorare le scene del crimine con i dettagli più truculenti. Solo allora si accendono i riflettori della tv, unico grande, vero moltiplicatore della visibilità intergenerazionale, solo allora scatta la caccia alle maniache, cioè al maniaco, perché nessuno sospetta di due adolescenti, una bianca e una nera, interracial.

Il massacro procede: muore Mister Carisma, una sorta di guru a la James Dean che gira in moto 24h. Muore la Miss Perfettina del Liceo; muore anche Big Al, obeso pompiere di colore con l’hobby del fat-body-building, reo di mietere consensi attraverso gli slogan populisti più biechi e di sottrarre così popolarità alle tragedy girls. La polizia, come la tv, segue metodi di indagine consolidati: convoca riunioni pubbliche della cittadinanza, sensibilizza i giovani sulla qualunque, ma , in buona sostanza, brancola nel buio. Il fatto è che le vittime non sono scelte in base ad un piano predeterminato, sono gli ostacoli che sorgono, per mera concatenazione di eventi, al percorso della due verso la fama. Fama come successo, non come ricchezza, perché il denaro, come il sesso, è assente dalla visione e dalle intenzioni di questo film.

Man mano che gli eventi precipitano, la stagione scolastica procede, e con essa i flirt, le amicizie, le attività parascolastiche: tra gelosie, scoperte, tradimenti, esperienze assolute, rivelazioni, tutti gli eventi e tutti i personaggi convergono  verso il gran ballo di fine anno, in una travolgente coralità che comprende il maniaco omicida di cui all’inizio, le amiche, i fidanzatini, i professori moralisti, ed in più nerd e fighette assortite. Un gran teatrino, con tanto di elezione del re e della reginetta del ballo, che si chiude nel modo più atroce e imprevedibile, quando tutte le vendette incrociate giungono a compimento e le fiamme dell’inferno avvolgono l’intera comunità danzante, colpevole perché inconsapevole, con uno sberleffo più accentuato alla stolidità dei genitori bamboccioni.

Libertà di ispirazione, tra new tv e cinema; perfetta composizione delle inquadrature; colonna sonora che graffia, anzi, accoltella; padronanza dei tempi e nei modi del racconto; caratterizzazione accurata di figure e figurine. Tyler MacIntyre è tutto questo, è un piacere abbandonarsi alla sua personale lezione sul genere horror, che va da Breaking Bad a Grindhouse, da Final Destination a Dario Argento (citato/storpiato come brand!), da Cannibal Holocaust a Carrie di Brian De Palma, tutti insieme come big data rielaborati per un film che cammina sulle proprie gambe. In particolare, la riproposizione  dell’impalamento mutuato da Ruggero Deodato, con la sindaca forcaiola del paesello lasciata lì sul pennone, scoperta dalla ronda dei paesani giustizieri, da lei stessa organizzata, è da applausi. A fine film, resta la sensazione di avere avuto a che fare con un autore bravo, quanto bravo ancora non so: guarderò Patchwork, il suo precedente lavoro, e vi terrò informati

 

 

 

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