Ore 15:17 – Attacco al treno. Sia lodato Clint.


Il fatto è realmente accaduto, nel 2015. Abbiate la pazienza di fare una ricerca su Google, giusto per capire, a distanza di tre anni, che per la rete sono anni luce, lo stato avvilente del giornalismo nostrano. Alcune delle principali testate nazionali parlarono delle gesta eroiche di un manipolo di marines in licenza, pronto a sconfiggere le forze del male per cielo, per terra, per mare, su rotaia. Non erano marines, erano soldati, di differenti corpi, di rango non elevato. Io, che ho un complesso e complessato firewall mentale, derubricai la notizia a fake news, troppe le coincidenze implicate. Tutto processato, sepolto e rimosso nel giro di poche ore. Ma alla fine arriva Clint, e la storia prende un’altra piega.

Uno degli aspetti più disarmanti dell’eterna giovinezza clintiana è che non si sa mai dove voglia andare a parare. Clint, francamente, se ne infischia di tutti. Di quelli che lo inquadrano come un liberal illuminato, di quelli che lo temono come un aedo del nazionalismo più bieco,  di quelli che lo considerano un trojan comunista, infiltrato nei gangli di un sistema purulento. Clint è un cavaliere solitario, e va per la sua strada. Può accadere che sul suo percorso incontri qualche manipolo di cinefili, che si imbatta in una crocchia di ciarlatani: nessun intoppo, lui va, per terre incognite va, con il sole al tramonto in un campo lunghissimo.

Per questo film, che riprende il titolo di un grande classico della narrativa e della cinematografia western (3:10 to Yuma), Clint decide di agire per contrappasso. Non racconta un’epopea, non il solipsismo di un sicario, non il metaforone di una realtà in frantumi. No. Racconta il gumpismo, come cifra intellettuale di una nazione. Gumpismo (da Forrest Gump), che piaccia o no, è il modo in cui la working class americana attraversa la Storia: di corsa, in modo beota, senza farsi domande, lasciando che politica e istituzioni decidano per essa. I protagonisti del film sono tre dissociati, serenamente avviati ad una vita fatta di fallimenti e scelte di ripiego. Più che il sogno americano, l’incubo americano. Curriculum scolastici da dimenticare, curriculum sportivi mediocri, esperienze professionali prettamente interinali. Credono nella bandiera, credono nella croce di Cristo – il cristo Californiano, non quello texano -, credono nelle armi. In Guns They Trust. Dissociati come sono da un reale che non riescono a comprendere (con tanto di diagnosi di disturbo dell’attenzione), si rifugiano nel grembo cameratesco delle mimetiche e delle armi giocattolo, poi alla sera guardano lo sport in tv, recitano le preghiere prima di coricarsi, vegetano. Vegetano così, senza trionfi né grossi guai. Bovinamente, muovendosi di moto rettilineo uniforme. Per loro tutto scorre, che siano in missione in Afghanistan, o nella Guardia Nazionale, o dietro al bancone di un fast food.

D’un tratto, improvviso, arriva il momento del viaggio in Europa, ed i tre lo approcciano in modo disarticolato, scanzonato, improvvisato. Demistificato è il termine più esatto, vista l’aurea religiosa che ha sempre avvolto le esperienze della upper o della indie class nel Vecchio Continente. Nessun simbolismo né intento intellettuale, per loro Roma è stupore e meraviglia da bambocci ad un parco divertimenti, Berlino è una discoteca ed un insieme di topiche storiche, Parigi invece è una prospettiva obbligata ma non allettante, un impiccio. Un impiccio: generazioni intere di registi di attori, di storie hollywoodiane baricentrate su Parigi, svanite davanti alla semplicità dei provincialotti clintiani: se questa non è ideologia, è comunque una dichiarazione di intenti.

E’ quindi senza alcun corto circuito narrativo che si arriva al thriller, all’azione, preannunciata da una manciata di flash forward buttati qua e là, come a sottolinerae che siamo in un film, non in una docufiction, o in un mockumenatry. L’azione, che dura una manciata di minuti: un colpo di pistola sparato, uno solo, l’unico colpo di pistola in un film il cui titolo echeggia un vecchio western. Le armi non sparano, i soldati, veri o improvvisati, combattono per non perdere vite. Non spargono sangue, ma trattengono il sangue: con mani, con asciugamani, con le parole. Lo zenit di Attacco al Treno è in realtà un nadir minimalista, carveriano, dove tutto si immobilizza, i feriti, gli aggressori, i difensori. Un’azione di resistenza umana, non lo stay hungry, stay foolish, no, questo è stay alive!, è agire per la vita, non per il bene supremo.occorre soppravvivere, occorre restare umani. Insieme.

La conclusione, la splendida conclusione di questa cavalcata solitaria, è nella preghiera di un bambino, semplice, semplicistica, sempliciotta, rivolta ad un dio delle piccole cose, un dio del fare, neonovotestamentario, un dio dell’agire, non del punire o dello sterminare. Lontano dall’idea di patria, dalla gloria, dalla bandiera, e malgrado le parole di circostanza di un bisunto presidente Hollande, Clint Eastwood parla alla coscienza dell’individuo-monade, non più cittadino, non più classe sociale. Quale che sia il tuo credo, amico bello, coraggio … non farti ammazzare!

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