La Forma dell’Acqua. Guillermo (doesn’t) Tell.


Sto attraversando un brutto momento, il mio immaginario si è incagliato nelle secche di una crisi di mezza età. Mi sembra tutto poco interessante: le iperboli, le derivazioni, il mio stesso giudizio. Ho parlato di secche, forse sono sabbie mobili, o forse è il limitare di un abisso. Di certo è una deriva nichilista, che non posso contrastare. Ho premesso le dichiarazioni sul mio attuale stato d’animo, perché comprendiate cosa ci sia dietro ai miei occhi in questo periodo e perché accettiate, pur senza condividerlo, il mio giudizio negativo su The Shape of Water.

Guillermo m’è padre a me, il suo fauno e la sua mandragora mi appartengono, così i suoi supereroi, i cacciatori di vampiri, i robottoni. Pure gli scienziati nazipazzi, i tumori come bambini mutanti, le poltiglia di budella e cervella, l’ironia, il sarcasmo, le creature del buio, l’antifascismo, l’antifrannchismo. Guillermo mi fa stare bene, sempre, e fa stare bene anche mio figlio, che ad 8 anni ha già visto Pacific Rim, Il Labirinto del Fauno, Hellboy 1 e 2. Lui è un autore che merita gloria a palate, ha una sua poetica, crea cinema e attraverso il cinema realizza sogni, i suoi, i miei, i nostri. Eppure. Eppure.

Pare che il mondo intero arrivi a celebrarlo non in virtù della sua produzione intera – come regista, come produttore – , ma in segno di riconoscenza per il suo imprevisto autodafé. The Shape of Water, a me che sono torvo, suona infatti come un’abiura delle tenebre, delle povere creaturine maligne, dei frutti negletti dell’albero del male. Scorrono le immagini de La Forma dell’Acqua, e rabbrividisco davanti agli omaggi al tip tap, a quella anticrista di Riccioli D’Oro Shirley Temple, alla Golden Age di Hollywood. Colpa mia certo, non posso imputare ad altri i miei pregiudizi o le mie aspettative. Il fatto è che cerco un segno da qualche parte: nella composizione delle scene, nei dialoghi, nella musica, cerco un cenno di qualcosa, o di qualcuno, cerco Todd Browning, cerco I Freaks, credo di cercarli. I freaks ci sono in effetti: cameriere mute, mostri della laguna, omosessuali, neri, spie russe. Tutto ciò che non è dominante è freak, ne La Forma dell’Acqua.Wir alle sind freaks, declama allora del Toro, immergendo sé e noi in questa vasca di deprivazione sensoriale che è la sua America della prima Guerra Fredda.  Il problema è che i suoi freak, i suoi umiliati e i suoi offesi non mi toccano, sono noiosi, tronfi. Peggio, sono virtuosi, edificanti.

E cantano, ballano il tip tap, sognano come impiegati, come casalinghe alla vigilia di un boom economico.

Non contaminano, non determinano il mondo: solleticano sovversioni ma bramano semplici pulsioni, costretti a ciò dal solito, americanissimo stato di necessità, per giunta restando invischiati nel catrame di un fato baro ma non troppo.  Non ho motivo di dubitare sulla sincerità di Guillermo, solo che stavolta il suo cinema, la sua sala di proiezione mi è sembrata vuota, con tanta acqua a cadere dal soffitto: ho provato a sedermici dentro, come sempre, in quinta fila a partire dallo schermo, ma mi sono arrivati rumori imprevisti, da Delicatessen, da Amelie, da Haznavicious. Mi ha colpito il manierismo, che di solito è tipicamente europeo, con il quale del Toro guarda i lati oscuri dell’epoca prekennediana, e non mi è bastato un dialogo, uno solo, per quanto mirabolante – what’s decency, man? – a scrollarmi la melassa di dosso.

Alla fine, paradossalmente, mi sono sentito più solo di come mi sentivo all’inizio, respinto anzichè accolto dalle molteplici rappresentazioni di un utero acqueo, palingenetico negli intenti, ma eugenetico nei risultati. Allora ho sentito la voce di Joe Dante, e insieme quella di Roger Corman, che mi hanno riscaldato il cuore. Insieme, io, Joe, Roger, ce ne stiamo qui, sul molo, ad asepttare che Guillermo riemerga, per riscaldarlo con una coperta, un bel tazzone di caffè nerto americano, e riportarlo a casa.

 

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