Tratto da una storia nera. Parte Prima


Dial M for Monster. Dial S for Serial. Dial k for Killer. Il mostro della porta accanto, il mostro di quartiere, il mostro di città. Il mostro come assassino seriale cioè ripetitivo, ridondante, ricorrente. Sarei ingenuo ad approcciare la materia fingendomi antropologo, sociologo, psicologo, criminologo; finirei per raccontarvi un sacco di balle sull’alienazione sociale, sul capitalismo ludico-libidico, sulla banalità e l’immanenza del male. La mia intenzione reale invece è di scrivere da appassionato di cinema, compulsivo, smaliziato, anche piuttosto scriteriato. Nelle righe che seguono, vi accompagnerò in un circo Barnum di indicibili criminali che sono realmente esistiti ed hanno realmente fatto scempio della propria e delle altrui vite. Criminali, attivi sul fare e sul finire degli anni 70, anni di piombo, anni di sangue, ed a cui il cinema ha reiteratamente – serialmente? – guardato.

Tratto da una storia nera?

Partiamo dal rapporto tra il cinema ed i fatti realmente, o verosimilmente, accaduti. Esprimo la mia più totale disapprovazione per quelle didascalie poste ad inizio di pellicola, parole bianche su sfondo nero, che pongono un film in posizione di subordinazione rispetto a cronache o ad avvenimenti storici. Come se le immagini non abbiano la capacità di creare racconto esorbitando da ricostruzioni documentali o giurisprocessuali. Come se, peggio ancora, gli autori accampino una excusatio non petita per aver guardato, e fatto guardare, lì dove la misericordia e la pietà imporrebbero di stendere veli pietosi. Non nego che il terreno possa essere periglioso fin oltre i limiti del morboso, ma il cinema, geneticamente atto ad esibire stranezze d’ogni sorta, può e deve sguazzare dentro questo terreno, mostrare e non vergognarsi, scatenare pulsioni e non giudizi. Gli slasher movies, del resto, germogliano proprio negli anni 70, e  sono l’espressione più allegorica di quanto andiamo affermando: narrano di assassini seriali, e usano il soprannaturale per camuffare la fascinazione ed il voyeurismo delle loro orride gesta. Restando nell’ipernaturale, lì dove i personaggi hanno i nomi di persone tragicamente vere e mimano azioni effettivamente compiute, il gusto non cambia.

Ci troviamo, insomma, senza pudore alcuno, ad affermare che ci piace essere, non nella mente del serial killer, ma negli occhi del serial killer, guardarlo guardare, guardarlo fare. Ci interessa, una volta di più, abbandonarci alla visione, senza remore o filtri, come innocenti creature del buio. Partiamo allora!

Italians do it better!

E’ il 1976, esce Rocky, di John Avildsen, e il mondo comincia a celebrare il mito di Sly Stallone, aka Rocky Balboa, aka lo Stallone Italiano. Nello stesso periodo, dalle parti di Los Angeles, si aggira un altro sedicente Stallone Italiano: è Kenneth Bianchi, meccanico professionista, puttaniere dilettante, macho, violento, misogino e familista. Un giorno apre la porta di casa a suo cugino, Angelo Buono da Washington, bamboccione, aspirante sceriffo, praticante psicologo per corrispondenza. I due gigioneggiano per qualche tempo, tra orgettine e droga party, poi qualcosa scatta, cominciano a rapire prostitute, a stuprarle, strangolarle, necrofilizzarle, fino allo scempio estremo di abbandonarne i cadaveri, in pose grottesche, su e giù per Hillside. Tutto ok fino a quando infieriscono sulle neglette prostitute, poi ampliano il target alla middle class, a tutto ciò che ha un buco e che respira. In California impazza la paura, i media parlano degli Hillside Stranglers, gli Strangolatori di Hillside. Per 3 anni, dal 1977 al 1980, i cugini sterminano indisturbati, poi rompono il sodalizio e vanno in fermo biologico, finchè Buono, tornato a Washington, torna ad ammazzare, si fa scoprire e la giustizia, a suo modo, trionfa. Una storia sporchissima, con dentro il seme inquieto per un buddy movie deviato, o per un bromance a tinte cupissime. Il cinema però nicchia, così nel 1989 ecco il film tv, The Case of the Hillside Stranglers. Siamo pur sempre nel decennio glitterato, e siamo pur sempre dentro il vecchio tubo catodico, quindi il regista Steve Gethers, pur ombreggiando i contorni dei cugini psicopatici, le loro tensioni, le loro contraddizioni, concentra l’occhio di bue sul detective Grogan, cui si deve il meritorio arresto. Gli mette al fianco un assistente e realizza un buddy-cop-TV-movie standard, gravato da un aroma di insostenibile bonarietà, evitando ostensione di atti sessuali e cadaveri correlati.

La Mostra delle Atrocità

Meglio, decisamente meglio nel 2004, quando al cinema arriva The Hillside Stranglers. E’ un film a basso costo, scritto e diretto da Chuck Parello. Parello aveva già diretto Ed Gein (2001), ma va ricordato per essere stato l’autore di Henry Pioggia di Sangue 2, sequel più o meno dimenticato del film seminale di John MacNaughton. Da MacNaughton, di cui era stato pure collaboratore organizzativo, Parello mutua il gusto per il macabro: apparecchia quindi un torture-serial-killer-movie, senza lesinare, all’occhio tremebondo di chi guarda, i dettagli anatomici dei corpi, le nudità, le perversioni, le atrocità. Nel film di Parello è la polizia ad essere la grande assente, si sta per tutto il tempo (nella mente?) negli occhi dei cugini strangolatori, si arriva a cogliere il nesso tra il desiderio sessuale criminale ed il senso di impunità, che cresce di pari passo con la frustrazione e la dissociazione dal reale. Grande spazio assumono le figure di contorno, dalla moglie gravida e ignara di Bianchi, alla pervertita, unica cliente del Bianchi psichiatra, che vorrebbe tirarlo fuori di galera simulando le sue stesse tecniche omicide. Parello è un esibizionista, anche un edonista, ed il fatto che siano passati 5 lustri dai crimini raccontati consentirebbe di abbandonarsi al voyeurismo con incoscienza. La critica non lo pensa così e lo massacra: zero è il voto che il New York Post dà al film (“l’ennesima repellente, feticistica scorribanda nella vita e nei crimini di un serial killer”), zero gli tributa il Los Angeles Weekly (“il calcio di un cavallo, o una manciata di Valium, potrebbero aiutarvi a scamparla da questo esercizio continuato di sadismo”).

Sex and the City Police Department

Rifiutato dal grande schermo, snobbato dagli spettatori americani, anche a causa della copiosa produzione documentaria sul tema, di cui youtube è zeppa: il caso degli strangolatori di Hillside torna mestamente sul piccolo schermo con Rampage, lungometraggio direct to video. Dirige, purtroppo, Chris Fisher, altrimenti noto come Colui Che Ardì Dirigere Un Inopinato Sequel Di Donnie Darko. Dirige e ahimè sceneggia: prende la storia dei due e la ribalta, per contrappasso, su una psicologa criminale chiamata ad indagarci sopra, una sorta di dark lady che assume droghe pesanti, pratica il sesso libero e gira seminuda per gli uffici del LAPD. A lei, costantemente madida di coiti vari e acqua di piscina, l’onere di interrogare Buono, che appare come un multipolare schizoide disturbato; a lei la condanna di trovarsi a subire violenza e tentativi di femminicidio dal suo boyfriend ero-pusher. Girato con la camera a mano, in un trionfo nauseabondo di dissolvenze, slow motion e chiaroscuri alla Adrian Lyne, Rampage è una pietra tombale, più che miliare, sui delitti Bianchi-Buono. E a nulla serve che sul poster campeggi cubitale l’epitaffio “based on a true story”, perché il problema non è la true story, ma il wrong plot.

[anche su Nocturno 183, Marzo 2018, in edicola]

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