Tratto da una storia nera. Terza e ultima parte.


God saves the killer! Dando una sommaria occhiata al materiale presente in Rete, si potrebbe pensare che la fascinazione per gli assassini seriali sia fenomeno esclusivamente americano, che sia Hollywood la patria dei natural born killers, e che solo Hollywood abbia saputo sfornare delle natural born celebrities, con tanto di mitopoiesi dei criminali e merchandising dei loro murderbilia (oggetti, suppellettili, lettere autografe, foto). Niente di più sbagliato: è l’Europa la terra seminale, come del resto insegna il mostro di langhiana memoria ed anche il Norman Bates di sir Alfred Hitchcock. Nello specifico, curioso è il caso di un film britannico del 1977, The Black Panther, la Iena di Londra, diretto da Ian Merrick.

E’ catalogato nel genere “true crime movie”, quasi instant, perché ispirato alla storia vera/nera di Donald Neilson, la Iena di Londra, un disadattato ex militare britannico. Furfante da strapazzo, guerrafondaio senza una causa, Neilson compì numerosi delitti durante i suoi maldestri tentativi di rapina, in case negozi o uffici postali, fino al salto di qualità: il rapimento clamoroso di una ereditiera adolescente, in seguito ritrovata morta per impiccagione in un condotto fognario. Correva l’anno 1974. Teatro delle sue azioni erano lo Staffordshire, il Cheshire, i paeselli delle Midlands, mai fu operativo a Londra, a dispetto dell’ignoranza dei titolisti italiani. La sua cattura fu rocambolesca: coinvolse una macchina della polizia, presa in ostaggio da Neilson, e la clientela di un fast food britannico, intervenuta a dar man forte agli agenti nel tentativo di neutralizzarlo. Ian Merrick, produttore indie inglese che lavorava tra Gran Bretagna e Usa, era alle prese con il primo lungometraggio da regista, e fedele alla sua ideologia antimilitarista avrebbe voluto girare una storia di fantasia incentrata su un veterano di guerra sociopatico, ma qualcuno gli propose di giocare con il reale del fenomeno Neilson. Si avvalse della sceneggiatura di Michael Armstrong, che volle rappresentare il personaggio attraverso tutto quanto emergesse dalle ricostruzioni processuali e dalle testimonianze dei soggetti coinvolti, dalla famiglia della Iena alle vittime dei suoi furti. Ne uscì un film straordinario, avanguardista: la discesa agli inferi di Neilson, come un escalation di psicosi e di alienazione. Solitudine, dialoghi ridotti all’osso, Neilson parlava con il sé allo specchio come De Niro in Taxi Driver alcuni anni più tardi. Tutto era verosimile, e al tempo stesso tutto era intrinsecamente cinematografico: cultissima è la scena in cui Neilson piomba in casa dell’ereditiera per rapirla e costei si alza, nuda, dal letto. Altrettanto suggestiva la scena in cui la giovane viene calata nel nascondiglio scelto dal rapitore, un buco di Morlock (rsvp Pennywise) nelle viscere di Albione. Epocale, grandioso è poi l’epilogo, con il maniaco ammanettato ad un palo, a smaniare piangere e urlare, mentre gli avventori del fast food, tra l’incuriosito e l’incredulo, lo guardano continuando ad ingozzarsi di fish and chips. Nemmeno Fritz Lang avrebbe osato immaginare di meglio, e il bello è che i fatti erano davvero andati così. Come era ampiamente prevedibile, il film, uscito a cadavere ancora caldo, suscitò condanna e sdegno in patria, fu bandito e rimosso con disonore dalle sale e dagli annuari, fino al 2012, quando la critica britannica lo riabilitò e lo inserì, meritoriamente, nella hall of fame nazionale.

London Burning

Assassini seriali, per registi singolari. Restiamo in Inghilterra, dove tra il 1978 e il 1983 opera tragicamente Dennis Nielsen, dal nome curiosamente simile al summenzionato Donald Neilson. Nielsen, inglese qualunque con un passato importante nel Royal Army, è un omosessuale represso, dai modi gentili, con due domicili nella zona nord di Londra. Un bel giorno parte per la tangente, fa l’incontro sbagliato e diventa strangolatore, stupratore necrofilo, squartatore. Le sue vittime sono bellimbusti gigolò accattoni, ragazzi di vita anche minorenni, che lui conserva come può da morti, per poi disfarsene al trancio attraverso gabinetto e varie pattumiere.  E’ proprio la colonna montante del condominio, intasata da resti umani, a segnare la sua scoperta e la sua condanna, tra lo stupore attonito dei vicini di casa per i quali Neilsen era il gentiluomo della porta accanto. Al caso Neilsen si interessa, nel 1989, Fhyona-Lewis. E’una carneade, interprete di Metropolis Apocalypse (1988), un corto di denuncia sul deragliamento e la disuguaglianza sociale nella Londra di fine anni 80. Fhyona-Lewis prende la storia di Nielsen e ne fa un film miracoloso, forse oltre le sue stesse capacità e le sue stesse aspettative: Cold Light of the Day. Sceglie una rigorosa fotografia in bianco e nero, destruttura l’ordine cronologico degli eventi, indica e traccia un ordine emozionale attraverso l’uso alternato di flashback e di immagini in loop (ripetitive, quindi seriali?). Impiega una colonna sonora da giungla metropolitana, composta da respiri e rantoli profondi, il rumore di una demolition-ball, le campane di una chiesa. Indaga l’ossessione attraverso l’esibizione – degli omicidi, della necrofilia -, e l’allegoria. Mostra il rimosso, i sordidi bar e le periferie umane al crepuscolo del tatcherismo imperante. Realizza, insomma, una visione tutta personale, potente,  suggestiva, a tratti zulawskiana, del lato oscuro dell’Inghilterra. Nonostante ciò, Cold Light of the Day, presentato fuori concorso al Festival di Venezia, è classificato nel genere docu-drama negli annuari di cinema, viene approcciato con la superficialità cui si guarda uno strambo e capriccioso esercizio di cinematografia. Il Time Out, la bibbia della vita mondana londinese, all’epoca lo recensì come un film alla Andy Warhol, molto arty e low budget, saturo di inquadrature fisse e sghembe. Ad oggi, Cold Light of the Day è pressoché completamente obliato, nemmeno Rotten Tomatoes riprorta giudizi critici o di spettatori. Solo un oscuro blog tedesco gli restituisce parte della visibilità che merita. Individuandone l’influenza sul cinema sociale inglese, quello di Ken Loach, e su Tony, notevole horror di Gerard Johnson del 2009.

Il nostro viaggio è concluso, speriamo di avervi suggestionato abbastanza. Soprattutto, speriamo condividiate l’idea che il cinema è l’unico luogo in cui la storia diventa mito, tutta d’un tratto: se agli omicidi seriali preferite gli sviluppi seriali, o gli eventi in comodi rilasci settimanali, chiudete gli occhi, e guardatevi una serie in tv.

[anche su Nocturno 183, Marzo 2018, in edicola]

 

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