Luca il Contrabbandiere, di Lucio Fulci. Sia lodato il dio del cinema.


Ci sono film sommersi, sepolti. Nessun fotogramma a campeggiare sulle bacheche di quelli che ben pensano, nessun poster a fare da tazebao nei circoli dei fine dicitori. Guardare oggi uno di questi film sepolti: a tanti può sembrare operazione necrofila, ad alcuni operazione benignamente archeologica, invece è un’operazione umanistica, perché riporta alla luce maestri occultati, più che occulti. Luca il Contrabbandiere, di Lucio Fulci.

Sono 22 anni che Fulci è morto, eppure si continua a disconoscerne la grandezza, malgrado alcuni critici, più o meno specializzati, si siano prodigati in un’attività di revisionismo quantomai doverosa. Non basta Tarantino, non basta Eli Roth, non basta Refn, non bastano millanta interpreti dell’avantpop o del neonoir. Bisogna sempre ripartire da zero, da soli, onanisticamente, clandestinamente guardarlo, cercare di capirlo, spurgandosi dalle tossine accumulate in anni di sterile minimalismo.

Personalmente, confesso la mia pochezza: non ho la padronanza storica e documentale per parlare di Fulci come meriterebbe. Posso solo parlarne di pancia e di occhi, ed è quindi così, con le budella in mano, con gli occhi fuori dalle orbite, che intendo celebrare un dei film più sorprendenti, allucinati (allucinanti, allucinatori), violenti, che mi sia capitato di guardare da tantissimo tempo a questa parte. Badate bene, parlo di visione: Luca il Contrabbandiere è un’opera di regia, dove l’occhio e la mano del regista sono onnipresenti, certosinamente, maliziosamente. Un film italiano del 1980, di genere, anzi, di generaccio, che parte con un inseguimento in mare aperto: motoscafi di contrabbandieri a folle velocità, motovedetta della guardia di finanza, manovre spericolate, acrobazie, esplosioni. Riprese dall’alto di un elicottero, dalla terra ferma, dai battelli. 10 minuti iniziali, che nemmeno Miami Vice di Michael Mann. Da non crederci, davvero. Prosegue nel ventre marcio di Napoli, con un Vesuvio sullo sfondo che sembra il Monte Fuji, e scene di ordinaria malavita, solo che i proiettili fanno esplodere – esplodere, proprio boom — cervella, schiene, arti. Armi da fuoco che diventano armi da fuoco d’artificio, spettacoli pirotecnici di morte. Luca il Contrabbandiere è un blob di cinema: è un noir che diventa sceneggiata, poi accelera e diventa western, ci sono i cavalli e corse e vecchi film in tv, poi precipita e diventa horror.

Torture: dilatazioni insostenibili del tempo filmico, fiamme che sciolgono volti tumefatti, la pellicola stessa sembra sciogliersi in duelli al sole nella solfatara di Pozzuoli. Torture-porn: corpi di donna esibiti, manipolati, brutalizzati in mezzo a stridori a grida insostenibili, l’udito dello spettatore che viene provocato e stimolato al pari e più degli occhi. Nel mentre, mentre si stenta a credere a quello che Fulci si permette di mostrare e fare vedere – che coraggio, che libertà! -, mentre si crede  di essere piombati in una sorta di onirismo cosmico, ecco il reale, il cinema sociale, gli accenni alla Napoli in cui 200.000 disoccupati vivevano di contrabbando, e allora il film si riaccende in esterna, in un profluvio di scene monumentali: retate nei vicoli che sembra la Battaglia di Algeri, donne e uomini, vecchi e bambini rastrellati dai militi in uniforme grigio-oro. Nemmeno una volta si indulge nel neorealismo, il regista è sempre e ovunque, ora con sguardo ironico (contabbandieri portati via mnetre cacano, mentre mangiano), ora con frecciate iconoclaste (un furgone di suore carico di sigarette). Il protagonista del film è Fabio Testi, che è corpo, attore fisico, virile, elevato a supereroe, una via di mezzo tra Carlito Brigante e the Punisher: tutto sangue, botte,  scontri in singolar tenzone. Uno scontro tra tutti, su una vecchia bagnarola in disarmo, inclinata e percorsa come fosse Inception di Nolan, sbigottisce, atterrisce per l’enormità dell’idea e l’audacia della resa.

Diventa un problema adattarsi in corsa ad un film che continua a stare un passo davanti all’aspettativa, che cambia traiettoria e intenzioni, allora ci si aggrappa ai topoi del noir: il villain, il traditore, l’amico, il fratello, l’amata, la legge, l'(anti)eroe solitario. Non serve ad evitare di essere sbalzati via. E’ tutto una beffa, i personaggi sono marionette, cartapesta, pupazzi in mano al sommo puparo. Nel lunghissimo epilogo, imprevedbile, intollerabile, indimenticabile, Fulci usa spazi e territorio come un luna park, con i vecchi boss che scendono in campo e sgominano i cattivi forestieri, sparando dalle edicole, dai furgoni parcheggiati, dagli androni dei portoni, comparendo, smitragliando e poi scomparendo nelle tane subito dopo, come sagome, come talpe meccaniche. Preludio all’ultima, parossistica esibizione di giustizia sommaria, con il Testi sterminatore che distrugge il suo antagonista facendogli esplodere il petto, non prima di aver fatto esplodere i sacchi di spazzatura tra i quali si era nascosto.

Ho visto Luca il Contrabbandiere, ho visto un film che non dimenticherò mai.

“Luca il contrabbandiere è un noir urbano di rara cretineria” (Paolo Mereghetti).

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4 pensieri su “Luca il Contrabbandiere, di Lucio Fulci. Sia lodato il dio del cinema.

  1. Di Fulci ho in dvd solo Zombi 2 e Lo squartatore di New York uncut uno dei slasher più cinici ed estremi che abbia mai visto e reputo indimenticabile anche Non sevizia un paperino e L’aldilà e l’ultimo film bello che ho fatto per la tv Quando Alice ruppe lo specchio un miscuglio di commedia nera e splatter

  2. In generale tutti i film di Fulci vengono spesso dimenticati o snobbati. Eppure anch’io che non sono chissà quale cima per quanto riguarda il cinema riconosco una bravura incredibile dietro i film di Lucio Fulci.

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