Loro 1, di Paolo Sorrentino. Una lettura tramontista


Ho un rapporto personale con Silvio Berlusconi, come del resto tutti gli Italiani. Intendo cioè che per me Berlusconi è simbolo, chiave di lettura, totem, babau. Non un succedaneo della figura paterna, ma la personificazione di un mondo, di un modo di stare al mondo, che io posso guardare dal di fuori perché mi è alieno. Guardare per credere? No, guardare per giudicare. E’ tutta colpa di Berlusconi. La recessione perenne, i rifiuti, Maria De Filippi, Barbara D’Urso, la fine della lotta di classe, la barbarie, l’analfabetismo funzionale, il razzismo, la droga. E’ colpa di Berlusconi. L’italianità più becera. E’ colpa di Berlusconi. E’ tutta colpa di Berlusconi. Oh sì fratelli, potete starne certi. Poi arriva Sorrentino, e mi spalanca le porte della percezione, costringendomi alla chiamata in correità. Loro 1.

Si fa un gran parlare delle citazioni cinefile, più o meno dichiarate, che infarciscono il film: Bunuel, Chaplin, Fellini – quanto Fellini, signora mia!, Korine, Refn, Malick financo Malick. Nessuno che pensi ad Elio Petri e alla Decima Vittima, il cult fantascientifico e distopico de’noantri. Lì come qui ci sono i tramontisti, una razza di subumani scalmanati dissennatamente  dediti al culto del sole che cade. I tramontisti di Petri erano una setta new age, i tramontisti di Sorrentino sono una setta anti age, giovani giovinastri e giovanotte, che sniffano e ballano e trombano e arraffano, come se non ci fosse un domani. Donde il tramonto, che è momento solenne perché no, un domani non c’è.

Una religione crepuscolare questo tramontismo, una religione disperante, che si nutre di riti orgiastici, polveri bianche taumaturgiche e simboli sacri, come la farfallina da collo. In greco antico, la parola per dire farfalla è “psychè”, che vuol dire anima, perché la farfalla è allegoria e simbolo dell’anima. Oltre che essere nomignolo della vagina, simbolo quindi del sesso, della fecondità.

La caratteristica peculiare di questo neotramontismo è l’inversione dell’autorità: non è la divinità che sceglie, definisce e determina il suo popolo eletto, è l’esatto contrario. Una gente avida, che grugnisce, che sbava, cha ansima, innalza al più basso dei cieli il suo nume tutelare, colui che permette – mi  consenta – non la trasfigurazione, non la vita eterna, ma la transizione, il passaggio da uno stato di medietà invidiosa ad uno stato di superiorità invidiata. Superiorità che sarà il parossismo e l’ostentazione dei sensi, invece che l’affrancamento da essi. La divinità è chiaramente contornata da schiere di farisei miserabili e servitori devoti,  ma questa divinità non è dio, non è un dio, Sorrentino ci tiene a ribadirlo, in quanto Nostro Signore della Sauna – del wellness, del welfare, del wallet – ha il crisma dell’irraggiungibilità e dell’invisibilità, appare e scompare fugace, come un’eiaculazione precoce.

Loro 1, per la sua maggiore e miglior parte, è un racconto di formazione (spirituale? Professionale?), l’ascesi tossica di Giampi Tarantini/Scamarcio, un pappone come tanti, farabutto intrallazzatore di provincia, che comincia a percorrere le tappe della sua elevazione, quasi inconsapevolmente, per arrivare a collegare la suburra del suo mondo di sotto alla suburra del mondo di sopra. La congiunzione tra i due mondi è ovviamente la copula, flesh for money, sex for money, ovunque e con chiunque. Non ricordo altri film recenti in cui abbia assistito ad un tale trionfo di nudità femminili, e tette e culi della miglior specie, e atti sessuali animaleschi e grotteschi, reiterati o mal riusciti. Mi viene da pensare a Tinto Brass, con la differenza che Tinto, ideologicamente, esibiva nei suoi film membri in fervida erezione, e lodi e gloria a Priapo; Sorrentino invece omette, nasconde il sesso maschile. Questo pare una precisa scelta simbolica, prima che stilistica. Non c’è ostentazione per la vergogna, per la paura di fare cilecca. Terrore del tramonto, della fine.

Dopo un’ora caricata a pallettoni di visioni, di allegorie, di Tarantini-Scamarcio-Mastroianni, si dischiudono le porte dell’Olimpo, e noi, non loro, siamo introdotti nel fano, nel recinto sacro della verofinta villa in Sardegna. Dove tutto splende, ma che tutto occlude, sotto veli, reticolati, biancheria stesa ad asciugare. Il senso della clausura, più che del buen retiro, della condanna ad una convivenza forzata, del tramonto anagrafico prima che politico. Il satiro, il satrapo, il Silvio Buddha che ride, costretto ad aggirarsi ramingo tra vulcani posticci e piante ornamentali, inseguito dal rancore e dal risentimento di una Giunone fuor di sesto e fuor di posto. Servillo-Berlusconi è una maschera da teatro kabuki, passibile di mille travestimenti eppure sempre mortuaria, morta vivente come il Concato coevo che canta on demand per quella coppia da avanspettacolo. All’orizzonte, c’è sempre il tramonto?

[Continua con Loro 2]

 

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