Avengers: Infinity War. Baciamo le manos, allo zu Thanos?


La moltitudine mi inquieta, i plebisciti mi indignano. Gli osanna mi annichiliscono, i peana mi stordiscono. Mi sento così, fuori dal mondo, anzi, fuori da qualsivoglia universo cinematico. Non è un’urgenza, tantomeno un dovere morale, forse è un sesto senso di scarrafone, forse un settimo senso unico alternato quello che mi costringe a confessarvi tutto il mio spaesamento al cospetto del campione cosmico del migliore dei box office possibili. Avengers: Infinity War.

Sgombero, ramazzando, il campo di battaglia: ho visto pressoché tutti i Marvel, mi manca forse qualcosina su Capitan America – ah, ma allora!, mi sembra di sentire – , però ho pagato un numero di biglietti più che sufficiente per essere legittimato a parlarne con giudizio personale ed autorevolezza minimale. Parlo di film, e non di fumetti ovviamente. Ciò detto, sono a confessare pubblicamente che di tutti i Marvel di nuovo conio, quello più affine ai miei desiderata è stato il recente Thor: Ragnarock, da più parti accusato di blasfemia, cazzeggio improprio, impurità. Strano vero? Gli adepti dell’ortodossia supereoistica non accettano che i propri idoli vengano desacralizzati, io invece anelo all’iconoclastia, da realizzare attraverso massicce dosi di nonsense, humour a sfondo erotico allusivo, deviazioni iperboliche e parossistiche. Tanto più l’eroe è super, dico io, tanto più deve essere leggero il suo pensare, e spiazzante il suo agire. Desacralizzzare, tuttavia, non significa umanizzare, chè in questo Nolan ha già fatto il massimo e anche di più. Desacralizzare significa aggiornare l’epos al tempo dell’uno vale uno, s-dramma-tizzarlo, fare in modo che tutti gli spettatori, grandi e piccini, comprabibite o comprabiglietti o compragiocattoli, possano tornare ad affermare: io, io sono Iron Man! Io sono Thor! Io sono Spider Man!  Proprio Spider Man, il più borgataro dei supermarvel, era stato ulteriormente sconsacrato con Homecoming, operazione che aveva di fatto aperto le porte a Ragnarock. Invece, adesso, Infinity War.

Che è un film atroce nel suo volere essere solenne, ieratico come un’interminabile cerimonia. Una commemorazione, più che un funerale. Una messa celebrata da don Thanos, il supercattivo, in modalità one to many, solo uno – un essere vivente, non un dio, ha più volte a dire Thor – contro una moltitudine di eccellenze, di superpoteri, di nobili virtù, di cuori grandi grandi. Don Thanos, che ha un aspetto atroce, un misto tra la Cosa e Hellboy senza i resti delle corna in fronte, un colosso deterministico di forza bruta e intenti ancora più bruti. Che lo si voglia o no, quello che sarebbe il migliore villain del nuovo millennio. a detta di molti, è uno dei personaggi più primitivi: è manesco, brutale, machista. Dicono sia mosso da una sorta di ananke, da un senso di necessità che ne trasfigura e nobilita l’agire, ma a me sembra che sia invece schiacciato dal dovere essere il perno, il fulcro di una trama centripeta e situazionista. Thanos alla ricerca delle gemme dell’infinito, non uno ma 5-6 MacGuffin sberluccicanti.  Thanos contro i poteri forti, su ring spaziali e terrestri, sfondi da videogioco 1.0. Thanos c’è posta per te, che apre la busta della sua figlioletta adottiva e poi se ne disfa – della busta, della figlioletta – conferendola nell’organico ai piedi della rupe fatata. Thanos come Atlante, costretto a portarsi sulle spalle il peso di 140 minuti di film per colpa di una visione, non di Visione, ma di una visione, quello che curiosamente manca ai Marvel Globe Trotters, perché salvare il mondo significa preservarlo così com’è, non cercare di cambiarlo. In questo senso, per il progresso, mi aspettavo uno slancio di orgoglio da Black Panther, che non mi era piaciuto nel capitolo monotematico, ma che pure aveva introdotto elementi di evoluzione e sovversione dell’ordine costituito. Aspettative mal riposte, BP come tutti gli altri è qui un semplice sparring partner, costretto a prendere pugni da Mike Thanos.  Nell’appiattimeto delle doti di ciascuno, sembra non si sia trovato di meglio che ripiegare sull’amore romantico-coniugale, sull’aspirazione frustrata che i supereroi hanno per la normalità, per la medietà: sarò insensibile, sarò litocardico, ma non ho versato una lacrima una per i patemi d’amore di sti nobilastri. Ricorrendo, in molte transizioni, ad un immaginario saccheggiato dai fantasy più e meglio riusciti, penso ovviamente alla saga dell’Anello quanto a rappresentazione di nani e di fabbriche e di orchi e di battaglie.

L’errore fondamentale, ovviamente a mio microscopico giudizio, sconfessato e sconfessabile, è aver puntato tutte le carte migliori su una certa idea di morte, sul sacrificio randomico, su genocidi in cgi e atomizzazioni dei difensori della terra. Si è voluto propinare agli spettatori la madre di tutti i twist, la falciatrice, la livella, ma nello stesso tempo la si è resa posticcia, parossistica, una dissoluzione volatile, un boom che è un bluff.

Io, invece.

Vi dico cosa avrei fatto. Per le stesse tematiche, avrei guardato al Giappone. Averi studiato Ken il Guerriero. I dialoghi dico, non la storia, né le animazioni. Avrei chiamato una fucina di sceneggiatori ad interpretare il verbo di Raul, i suoi interminabili monologhi alla Celentano, le esternazioni da picconatore del dopomondo. Avrei preso tutto questo, e lo avrei messo in bocca a Thanos, con qualche salsina a gradire, e ne avrei ricavato l’immensità. Un’immensità futile, frivola, volatile appunto, destinata a durare per il tempo di un blockbuster, ed è proprio quiil (non) punto: se questa non è la fine, se Infinity War è solo un episodio e non l’apocalisse, se già sono annunciate e programmate decine di film Marvel entro il 2022, perché, come disse qualcuno, dovremmo affliggerci ora?

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