Loro 2, di Paolo Sorrentino. Per un nuovo miracolo italiano.


Pagliaccio triste come me, ah ah. Ho cortocircuitato la visione e adesso sono a ricomporre emotivamente i due tronconi. A posteriori, ancora non comprendo per quali ragioni un’opera sia stata così orribilmente, e superfluamente, tranciata. Il movente commerciale mi sembra flebile, anche se trovare al multisala due film di Sorrentino, uno propedeutico all’altro, può essere un sogno ad occhi aperti per alcuni spettatori, un incubo ad occhi chiusi per altri. Non parliamo, peraltro, di esigenze dovute a tempi di percorrenza prolungati, dal momento che sommando i due addendi si ottiene una durata appena superiore all’ultimo (magari fosse l’ultimo) Avengers. Com’è, come non è, qui vi parlo di Loro 2, che brilla di luce propria, alla luce di Loro 1.

Pagliaccio triste, dicevo. Il ricordo dei più accaniti dovrebbe correre alla Ballata dell’Odio e dell’Amore di de la Iglesia, al suo pagliaccio romantico, schizofrenico,dannato, politico.  Senza andare troppo lontano e troppo in profondità, si potrebbe restare all’annata cinematografica trascorsa e ricordare lui, It, Pennywise, il pagliaccio tristo, il marcio che avanza, la paura della morte, l’incudine della putredine. Elementi diversi, quasi dicotomici, quelli del pagliazo spagnolo e del monster clown di Muschietti, che stranamente – in modo inquietante – riaffiorano insieme nel Berlusconi di Sorrentino. Servillo+Berlusconi non è una maschera, no. E’ un carro allegorico. Uno di quelli di Viareggio, per dire, o di Putignano in misura minore. Un colossale manufatto di cartapesta (e cerone), a mobilità ridotta, tutto denti finti e occhi. Occhi soprattutto: incredibile è la resa del personaggio attraverso i mutamenti dello sguardo, del movimento delle palpebre, dell’inarcamento delle sopracciglia. Spesso si associa la virtù di un attore al suo lavorare per sottrazione, come se il minimalismo fosse una legge di natura, come se la maschera, il personaggio, fosse obbligato a dissimularsi sullo sfondo anzichè ad emergere imperituro. Nel caso in  oggetto, l’eccesso dell’essre Servillo – Being Toni Servillo? – è la cifra esatta dell’esere Berlusconi, oltre la dissimulazione della parlata, l’impostazione della falcata, il cadenzamento del respiro. Sorriso finto, e occhi. Occhi da mirare e rimirare, perchè spalancano il buio oltre la farsa, come un memento mori, come la porta su un orrore, l’horror vacui. Loro 1 era un racconto tramontista: con Loro 2 il crepuscolo è arrivato, portando seco, non la morte, ma una assoluta, universale, infinita tristezza.

Si guarda il ballo del potere, si vedono donne che non sanno di essere morte, vestite a maschera – carri allegorici, appunto -, costrette a dress code passati alla storia del gossip (i tubini), con l’imposizione del nero che è lugubre più che elegante. La rappresentazione delle orge di Villa Certosa è sconvolgente: la patina di posticcio che tutto avvolge è sbreccata in più punti, dalle crepe fuoriescono corpi e carne senza eros, millanta miserie senza alcuna nobiltà. Miseria e nobiltà, Totò e la napoletanità di un tempo che fu, o che forse fu solo immaginato e rappresentato, come un’Arcadia a cui tendere invano. Pensate agli occhi guizzanti di Totò, al suo sorriso istrionico, al suo rapporto con la morte: cercate tutto questo nel Berlusconi di Sorrentino. Un satrapo che pare soffrire della sua stessa satrapia, che brama l’eternità ma vive e respira e sogna effimero, giudicato per questo, in quanto questo, e condannato.

Ho pianto calde, incontrollabili lacrime, quando le guarnigioni delle donne farfallina intonano l’indimenticabile, eppure dimenticato, Meno Male Che Silvio C’E’; quanto dolore, quanti desideri frustrati, quale disastro nazionale e generazionale. Ho continuato a provare empatia per Scamarcio-Tarantini e non-gentile signora, la profferta costante dei corpi quasi come un rito eucaristico, incapace di donare immortalità. Ho parlato attraverso le parole di Veronica Lario Sofia Ricci.

Da più parti si è inteso che Loro 2 sia il compimento di una paradossale storia d’amore, la storia della fine di un amore, metafora e allegoria della fine di un’epoca che non è mai davvero finita, nemmeno ai tempi della Lega a Cinque Stelle. Lo stesso Sorrentino, insofferente e istrionico come mai, ha depistato i minus habentes inneggiando alle componenti romantiche del suo film. E’ falso, perchè Veronica Lario è un cavallo di troia, un grimaldello, è la Storia che grida, e domanda, e pretende risposte, che lo fa non da innocente – è stata pur sempre la moglie del pagliaccio triste-, ma da innamorata tradita, se preferite da complice pentita. Ricordo bene Il Caimano di Moretti, continuo ad adorarlo a distanza di tempo, anche se è stato dilaniato, seppellito e rimosso, financo dal suo stesso autore. Il Caimano ritorna nel film di Sorrentino, reiteratemente. Ad esempio, nell’espedienete del fake trailer di una serie tv (Congo Diana) prodotta da Berlusconi ad usum delle sue concubine. Soprattutto, la domanda che il Il Caimano poneva come un mantra – da dove ha preso tutti questi soldi, da dove ha preso tutti questi soldi – ritorna qui, imperiosa, imprevedibile, nello spazio di una cucina domestica e fuori dal tradizionale agone politico e giornalistico. E la risposta, amici miei, che tutti conosciamo, giunge qui nell’unico modo possibile.

Per tutto quello che ho illustrato, e anche molto di più, Loro assurge al rango di film neopolitico, o postpolitico se preferite, dove il rovesciamento delle scale di grandezza tra ciò che è personale e ciò che è pubblico non si compie nella beffa dell’uno vale uno, ma nella visione terminale dell’uno vale zero, nel terremoto che arriva come una biblica pioggia di rane, lasciando noi tutti, Italiani nostro malgrado, attoniti, e miseri, e miserabili.

Sia lodato il dio del cinema, sempre sia lodato.

 

 

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