Dogman, di Matteo Garrone. Al can gentil rempaira sempre amore.


Cominciamo dall’insegna. Anzi no, cominciamo dai poster, quello ufficioso e quello ufficiale. In quelle ufficioso, circolato già nel 2017, un tramonto rosso fumetto ed alcuni dettagli architettonici facevano espresso riferimento all’iconografia western. Western metropolitano infatti, a detta di Garrone, doveva – o dovrebbe – essere Dogman. Esce poi il poster ufficiale, presentato in prossimità della proiezione in concorso a Cannes 2018: spariscono gli effetti cartonati, diventa tutto livido, gli elementi architettonici diventano quelli reali – verosimili – che si ritrovano nel film. Tenete comunque a mente il poster ufficioso, perchè dentro c’è anche del quentintarantinismo, su cui si dirà più avanti.

Che sia ufficioso, e che sia ufficiale, il poster è in realtà un vistosissimo spoiler: non si limita a rappresentare il protagonista, lo fissa all’apice della sua azione massimamente significante, la fine che è un inizio in loop. Differenza importante: nell’immagine ufficiosa Dogman è colto mentre avanza verso gli spettatori, nell’immagine ufficiale è di spalle, se ne allontana. Fronte o retro, il poster racconta come va a finire, senza bisogno ulteriore di epitaffi quali “tratto da una storia vera”, o “ispirato a fatti realmente accaduti”. Garrone del resto contesta e disconosce la teoria dell’aderenza del suo racconto ai tristi fatti reali. La rappresentazione del protagonista, nei poster, più che al western fa pensare ai boogeyman, a giustizieri senza passato e senza futuro, ad assassini calvinisti in odore di serialità.

Questa rappresentazione innesca il congegno che muove tutto il film. Il congegno è meccanico, quindi si sviluppa teleologicamente, lo spettatore è chiamato a partecipare degli eventi traumatici, che porteranno ad una fine già vista sulla locandina, appunto. Siamo nel territorio della suspense, nell’accezione classica hitchcockiana. Resta tuttavia da definire se sia una suspense antropologica, ossia un’indagine sulle cause sociali del Male, o psicologica, cioè il ritratto in soggettiva di una personale discesa agli inferi. L’equivoco di Dogman, che è anche il suo fascino, sta tutto qui.

Benvenuti a l’Italia in Miniatura: una installazione artistica, stilizzata e minimal, che mette in scena il futuro di una porzione corposa della nazione (quella, cioè, per la quale la traduzione di “flat tax” è “less than zero”): una trattoria, una sala scommesse, un compro oro.  E tutto intorno alle uniche attività economiche redditizie, soltanto macerie. C’è un apparente corpo estraneo tra quelle insegne, e recita “Dogman”. Un nome che suggerisce la natura aliena del responsabile, probabilmente etichettabile come Inbred in altre lande, biologicamente estraneo al tessuto (a)sociale. Un tessuto che comunque fa squadra a sé, lontano dall’universo urbano affollato del centro città, nel quale ci si avventura soltanto per svaligiare appartamenti e restituire rapidamente e inconsapevolmente il bottino comprando ore liete in discoteca, alcool e surrogati del sesso. Ma Marcello è un freak che accetta di fare qualsiasi cosa pur di sentirsi accettato, benvoluto, amato. Da sua figlia piccola, dai cani dei quali si prende cura, dai vicini di “casa” e dal suo amico più pericoloso, Simone, un gigante massiccio violento e cocainomane.

Nel profluvio di osanna e peana che hanno accolto il film, in special modo il protagonista Marcello Fonte, si legge un trasporto partecipato, un’empatia, un affetto incondizionato verso un attore-personaggio del cinema italiano, come non si vedeva da tempo. Da più parti campeggia una foto scattata al festival di Cannes: il sorriso da freak del Quasimodo-Fonte, così poco avvezzo alle luci della ribalta, lui che dormiva sotto un tetto di lamiera (all’Eternit ?), mentre dietro di lui Garrone regista sorride benevolo e compiaciuto, come un padre. L’occhio di un padre in effetti è quello attraverso cui lo spettatore è indotto a guardare Marcello sin dalle battute inziali del film: la rappresentazione meravigliosa della toilettatura della belva, quando un pitbull ferocissimo si trasforma in un coccolone che si crogiola nell’aria calda, come fosse tutto un incantesimo scandito dalla voce cantilenante, arcana, di Marcello. C’è il pericolo, c’è la risata, c’è il bene che trionfa sul male. C’è, insomma, un embrione di giudizio morale, perchè il canaro è riuscito, con le buone, a fare quello che doveva fare, ammansire la belva e mondarla dal lerciume.

Le cose si complicano quando entra in scena il pitbull antropomorfo, il leviatano, il bruto, l’ex pugile. Simoncino. L’attore è Edoardo Pesce. Un titano, un subumano di forza sovraumana, reso mostro da cause esterne – la cocaina? Il degrado? Il suo cervello? -. Simoncino è amico di Marcello, ne è l’antagonista, è il suo stesso destino. Marcello non si compirebbe senza Simoncino, nel senso che non arriverebbe ad essere l’Uomo della locandina. Marcello è funzione di Simoncino: le azioni di Marcello sono spesso conseguenza della azioni, delle scelte di Simoncino, cui Marcello si adegua ex post e suo malgrado, come quando rivendica parti di ricompensa per furti che non avrebbe mai voluto commettere. Marcello è funzione di Simoncino, quindi. Solo che Marcello è come avvolto da un’aura -, l’occhio del padre – è amato, è compatito. Simoncino invece non ha chiaroscuri, inganna mammà, sbaglia, delinque, ruba, picchia. Simoncino è giudicato, dal regista e dallo spettatore: Marcello riesce, con le cattive, a fare quello che doveva fare, che andava fatto, ammansirlo in via definitiva, mondarlo dal lerciume. L’esecuzione di Simoncino richiama il quentintarantinismo cui si è già accennato, è simile per molti versi alla chiusura magistrale di The Hateful Eight – un western “atipico”- , la giustizia sommaria invece della giustizia sociale e divina, il trionfo del cane mangia cane

Necessità, giudizio morale, compimento di eventi annunciati. Si è detto che Dogman ha l’impianto di una fiaba, una fiaba nera, e probabilmente è così, l’affabulazione è lineare, perfetta nei tempi e nei modi, il congegno meccanico non si inceppa mai. Matteo Garrone, ancora una volta, utilizza gli abiti del noir – e non solo – per agghindare quelli che sono corpi nudi, protagonisti fisici e metafisici di una fiaba ambientata in un posto che non esiste, nella periferia romana, nonostante l’accento dei protagonisti. Un posto che nel nostro universo è localizzabile in quel di Castelvolturno, nel Casertano. Ma la geografia conta poco, o niente. Così come conta pochissimo la vicenda reale dal quale il film trae spunto. Chè Garrone è demiurgo e continua imperterrito per la sua strada, prendendosi il lusso di non mostrare tanti, tantissimi angoli dell’universo che ha creato. Perfette le allegorie, dal cemento distopico al motivo della gabbia reiterato in più accezioni: le gabbie degli animali, la gabbia del carcere, la gabbia-saracinesca del negozio, la gabbia del campo di calcetto, la gabbia trappola letale. La gabbia, in particolare, è la pena senza riscatto, senza catarsi. Marcello non si accanisce su Simoncino, lo cancella senza vendicarsi dei soprusi subiti, lasciando a bocca asciutta chi, come il sottoscritto, cercava catarsi aspettandosi di assistere ad un campionario di torture più o meno efferate. La morte invece è un sollievo in Dogman, è l’unico rimedio possibile alle sofferenze inflitte da un mondo terminale ed irrimediabilmente è infetto. La morte è una condanna, ma anche restare in vita lo è, sotto il peso delle proprie e delle altrui colpe, al centro di un vuoto desolato.

Sui titoli di coda allora scatta la rabbia, una reazione istintiva, ma come? già finito? Ne voglio ancora! E mi sorprendo a vedere, ore dopo la fine della proiezione, Marcello che continua il suo viaggio immobile. Che non è un viaggio di vendetta, e nemmeno la strada per il martirio. E’ solo una storia d’amore non ricambiato, amore per qualsiasi creatura vivente a due o quattro zampe, e lo smarrimento di Marcello durerà solo il tempo necessario ad individuare la prossima creatura alla quale rivolgere i suoi sorrisi, le sue attenzioni, le sue parole dolci. A costo di spacciare coca, finire in galera, strozzare qualcuno. Tutto, pur di pronunciare ancora la parolina magica, quella che nel film è la prima ad uscire dalla sua bocca.

I lost my money and I lost my wife,
Them things don’t seem to matter much to me now.
Tonight I’ll be on that hill ‘cause I can’t stop,
I’ll be on that hill with everything I got,
Lives on the line where dreams are found and lost,
I’ll be there on time and I’ll pay the cost,
For wanting things that can only be found
In the darkness on the edge of town.

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