A Quiet Place. Un film bellissimo, piano piano, sottovoce.


Na na, na na na na, mi è sembrato di sentire rumore rumore…na na, na na na na, con l’alieno non mi sento sicuro, sicuro … La famiglia come baluardo della civiltà. La ruralità come frontiera di un nuovo mondo. Il silenzio come panacea contro il caos. Sembrano i temi per un ciclo di seminari catastrofisti, un mix tra ossessioni da Adinolfi ed econostalgie da Coldiretti in versione new age. Sono invece parte di un film che è tutto un tazebao, o viceversa. Un film che ho dapprima bellamente ignorato, poi dolosamente tralasciato, alla fine furtivamente visionato. Per accorgermi, amici cari, che si tratta di un instant classic, di quelli che danno senso ad una intera stagione cinematografica. A Quiet Place, di John Krasinski.

17 milioni di budget, più di 300 milioni di dollari incassati in giro per il mondo: gran risultato per un prodotto crossgender, un fantahorrorthriller ad assetto variabile. E no, non lo produce Jason Re Mida Blum con la Blumhouse, lo produce Michael Bay, attuando un contrappasso formidabile. Bay, che ha sformato una delle saghe più rumorose – passatemi, tonitruanti – di tutti i tempi, quella dei Transformers, finanzia un progettino in cui, potenza dell’onomatopea, il sshhhh significa più dell’argh, del crash, del boom. Grande l’idea di Krasinski uno e bino, regista e attore protagonista, già amatissimo dal sottoscritto in quel gioiello bayano che è 13 Hours: the Secret Soldiers of Benghazi. Grande e non originale l’idea, se è vero che gira nel medesimo etere cinematografico un film molto simile a questo, The Silence: credo però che l’originalità non sia intrinsecamente un valore, a differenza di come si sa e si vuole raccontare una storia. A Quiet Place, da questo punto di vista, è una storia raccontata magnificamente, senza punti deboli, così perfetta da essere iconica, così semplice da essere coraggiosa quanto una di young Spielberg. Dunque: una genia di alieni mostruosi invade la Terra. Essi sentono. Nel senso che sono ciechi e si nutrono di qualsiasi forma vivente che sviluppi rumore. State zitti, state vivi!, recita infatti il titolo di un quotidiano nelle prime battute del film, riducendo ai minimi ironici termini lo stolido motto del fu Steve Jobs. Solo che, è noto, il silenzio non è di questa Terra, non di questa umanità caciarona, così lo sterminio è inevitabile. Si salvano in pochissimi, tra questi una paleofamiglia: padre, madre e 3 figli, il primo ed il terzo maschi, la seconda femmina  e sorda. Sembrano nati per sopravvivere, si muovono felpati nel deserto metropolitano seguito all’apocalisse, comunicano, vivono, si amano attraverso il linguaggio dei segni. Accade però che un capriccio infantile scateni l’imprevedibile, che la musichetta di un astronave giocattolo diventi requiem per il più cucciolo della progenie. Da lì una nuova vita, in un casale bunker di campagna, ovattato da distese di granturco, con la famiglia a 4 membri. Due al quadrato, il simbolo del recinto sacro, Pitagora, l’universo, la perfezione. E la religione, perché questa famiglia, lo vediamo nei muti rituali anteprandiali, è indiscutibilmente cristiana. Patriarcale persino: il padre si ingegna, studia, difende, caccia e procaccia outdoor. La madre veglia, protegge, concepisce indoor: è nuovamente gravida, vive diuturnamente in casa, come una vestale. E’ la figliuola ad essere prodiga, a rappresentare la diversità – la sordità – e la ribellione all’ordine costituito. E’infatti dalle sue scelte che si innesca la serie di sfortunati eventi  che porterà alla fine gloriosa, per sacrificio eroico, del patriarcato d’antan, ed all’avvento di un nuovo matriarcato resistente e fecondo. A scanso di spoiler, mi limito a dire che la nuova nascita non muterà la perfezione del numero quattro!

Sin qui la trama, filtrata attraverso la lente delle allegorie che quanto più mi sembrano palesi, tanto più mi ossessionano. Non è però il sottotesto religioso a fare grande A Quiet Place, è l’occhio del regista, la sua mano, la perfezione – perfezione – delle interpretazioni. Un film sostanzialmente muto, orgogliosamente muto, fatto di alcune linee di dialogo e di una colonna sonora pervasiva. Un film che vive di scene madri, dove gli elementi stessi che compongono la campagna – la fattoria, il silos, il grano, gli attrezzi, il trattore – sono adoperati, di volta in volta, come elementi soterici o mortiferi. Immagini che generano eco gloriose, dallo Shyamalan di Signs a George Romero. Come non pensare a George padre dei morti viventi, quando il fragore dei fuochi d’artificio, così inatteso e sconvolgente, desta meraviglia, e stupore, per le creature di questo e di quell’altro mondo? Guardando bene, sotto la superficie di A Quiet Place, si vede un cuore grande, pulsante di passione per il cinema, di entusiasmo, di coraggio, se ne sente il battito cadenzato, vitale, rassicurante.

na na na na na na na na

Cuore
batticuore

Na na
na na na na
mi è sembrato di sentire un rumore
rumore

Sera
la paura
io da sola non mi sento sicura
sicura

Sicura mai
mai mai mai
e ti giuro che stasera vorrei
tornare indietro nel tempo

Na na

E ritornare al tempo che c’eri tu
per abbracciarti e non pensarci più su
ma ritornare ritornare perchè
quando ho deciso che facevo da me.

Cuore
batticuore

Na na
na na na na
na na na na na na na na
na na na
na na na

Na na
na na na na
na na na na na na na na
rumore
rumore

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