Jurassic World – Il Regno Distrutto. Preistoria, magistra vitae.


Aiutiamoli a casa loro. Oppure ammazziamoli a casa loro, che è lo stesso. Tutto fa brodo primordiale, capita anche che una visione di tarda primavera, attesa ma non agognata, stimoli la ghiandola pineale a produrre allegorie ideologiche, posto che l’ideologia è anch’essa una visione, sebbene del mondo attuale e futuribile.Ecco quindi che il tema centrale del film, se salvare o sacrificare i colossali dinosauri del parco dismesso, diventi metafora della dicotomia più contemporanea che ci sia, il rapporto tra la fortezza Europa, o la fortezza Occidente, ed i migranti del Sud del mondo. Bayona del resto è un regista spagnolo, del quasi Sud o dell’un tempo Sud del mondo, che è stato forgiato da Guillermo del Toro, uno che sa innervare di politica i suoi giocattoloni; il suo approccio alla saga giurassica è deferente, colto e lieve.

Jurassic World – il Regno distrutto è, ovviamente, un film derivativo, nel senso che è figlio della saga giurassica ma sa aggiornarsi sulla scorta delle più recenti eco del cinema contemporaneo in quanto a cinema de mostri e de pachidermi: Jumanji, Rampage, Kong Skull Island, il Pianeta delle Scimmie. Discende anche da  A Monster Calls, il precedente film di Bayona, che riduceva il ciclopico ad una dimensione intimistica e sentimentale.  Nell’amalgama degli ingredienti, va menzionato anche The Impossible, sempre di Bayona, sorta di psico-disaster movie scaturito dai fatti delio tsunami del 2004,  che evidentemente  deve aver convinto le majors sulle capacità produttive e commerciali del nostro.

Ora, la storia: una catastrofe vulcanica minaccia Isla Nublar, dove vivono, da superstiti, gli ultimi dinosauri scampati alla devastazione del film precedente. Nel dibattito politico e sociale se farli crepare o meno, si inserisce una missione finanziata da un noto magnate britannico, con apparenti intenti filantropici, cioè saurantropici. Si ricompone allora il trio di protagonisti no profit del primo JW, i due innamorati e la paleoveterinaria. A questi si aggiunge uno sgarrupato tecnico informatico. Un quartetto, le cui dinamiche ed i cui tempi comici discendono, pari pari, dalle cartonesche avventure di Scooby Doo e dei suoi amici. Il nemico numero uno, per i nostri prodi, è un manipolo di marine mercenari, dalla forza bruta e dall’equipaggiamento bellico, che agisce come una gang di cacciatori di frodo (altra immediata metafora del rapporto tra Nord e Sud del Mondo). I pachidermi vengono narcotizzati, catturati, caricati su un’arca di Noe corrazzata – Arcadia si chiama – per essere condotti in Europa e venduti, in asta clandestina, al miglior criminale offerente. Va detto che la sezione en plen air del film rispecchia esattamente le aspettative: c’è l’apocalissi dell’isola, ci sono gli incontri-scontri con i bestioni, c’è il male che si illude di aver trionfato sul bene. Poi la scena si sposta indoor, nella splendida cornice di una villa vittoriana, e comincia lo spettacolo vero.

Già, perché Bayona attua una radicale inversione di marcia e sovverte le aspettative, costringe umani e leviatani in spazi angusti e a loro modo domestici: stanze di bambini, scalinate, hangar sotterranei adibiti a défilé di bestie in gabbia pret a porter. Come fosse un trap movie, diventa tutto un gioco di corridoi, di ascensori, di nascondigli e di gatti di varia foggia che giocano al topo. Persino la vedette del film, l’Indoraptor dinosauro di nuovo conio, è, piuttosto che maestoso, subdolo, strisciante, occulto e scaltro come un ladro da appartamento, meglio, come un babadook, meglio ancora, come un vampiro. C’è infatti una caccia nella caccia, quelle che vede l’indoraptor attentare alla vita di una bambina (candida perciò odiosissima), che discende pari pari dal Nosferatu di Murnau, con tanto di mano unghiuta e atavica ad allungarsi, in gioco d’ombre espressionistico, sul letto della piccola. Bayona è furbo e non si ferma a suggestioni draculasauresche, sul più bello si permette di scomodare Maestro Hitchcock e la sua suspense, quando i nostri eroi, costretti a ripiegare, devono vedersela con l’indo sotto la pioggia, sul fragile vetro di un lucernario, pronto a sbriciolarsi per il più classico, monumentale, salvifico degli impalamenti.  In questo rappresentazione che omaggia dichiaratamente il cinema d’antan, c’è spazio anche per l’utilizzo degli oggetti di scena in funzione ritmica e umoristica: tra tutti, il martelletto dell’avido banditore che batte inesorabile le offerte per i sauri, mentre, nello stesso tempo, un pachicefalo sauro martella a craniate le pareti della sua gabbia prigione.

Due parole sul finale del film, che è aperto come si conviene ad un capitolo di passaggio: nelle suggestive scene in cui si ipotizza un nuovo (dis)ordine mondiale, con i dinosauri a scorrazzare per cielo e per terra mentre la vita, a suo modo, va avanti, si staglia Blu, il velociraptor liberto ora liberato, con modi e inquadrature che riportano alla memoria il trionfo di Cesare lo scimpanzé, il signore delle scimmie. Davanti all’involuzione umana, acclarata in questi ultimi, nefasti tempi, la speranza di un futuro migliore, o semplicemente diverso, passa attraverso un cambio di forma e di sostanza, un cambio di punto di vista.

 

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