L’Atelier di Laurent Cantet. Che lotta insieme a noi


La Ciotat, sud della Francia. Un luogo che rimanda alla storia del cinema e ai primi corti dei fratelli Lumière. Un luogo capace di gettare anche un ponte verso il passato più recente, fino alle lotte operaie degli anni 80, che oggi sembrano ancora più lontane nel tempo rispetto al (più che) centenario “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”. E Laurent Cantet, autore di un film ancora più confuso e irrisolto – e per questo ancora più vivo e pulsante – dei suoi precedenti, sceglie proprio La Ciotat come ambientazione. Rendendo il luogo parte integrante della storia, nonchè quasi personaggio. E nemmeno tanto secondario.

Un gruppo di ragazzi, diciottenni o giù di lì, sono selezionati per un laboratorio di scrittura estivo (uso il termine laboratorio, chè atelier e workshop, qui da noi, sono ormai vocaboli ammorbati dall’uso irritante che ne fanno i radical chic in ogni occasione) guidato da una scrittrice professionista, autrice di thriller carichi di sesso e violenza. I ragazzi rappresentano la gioventù francese contemporanea alla perfezione, e la convivenza conflittuale tra figli di immigrati di seconda e terza generazione, e “francesi-francesi”, appare così realistica da poter essere etichettata come cinéma-vérité. Del resto il quasi sessantenne Cantet gira con freschezza e sincerità estrema, il suo film sembra esso stesso un atelier, un laboratorio, una semi-improvvisazione più reale del reale. Mentre i ragazzi lavorano ad una storia che potrebbe essere un thriller politico o un noir sanguinario (ma che deve, secondo le regole dettate dalla scrittrice, attingere dalle loro vite private, e dalla storia della loro città), le parole e gli sguardi, i confronti e gli scontri, allacciano fili d’acciaio con i film precedenti di Cantet. Sopratutto con La Classe e Verso Il Sud: compare infatti a metà film, netta e pericolosa, una tensione erotica transgenerazionale (che è anche, ancora una volta, rappresentazione della lotta di classe) tra la scrittrice e uno dei ragazzi, che sembra trasformare il film in un thriller vero e proprio. E l’innesco, altra trovata vincente del regista, è causato dalle parole. Dalla scrittura. Dalla potenza della parola scritta, violenta e perturbante.

Il ragazzo è Antoine, ovvero volto e corpo del bravissimo Matthieu Lucci (efficace e potente quanto un Kevin Bacon adolescente, che dopo aver letto la sceneggiatura ha detto al regista: il mio personaggio è uno stronzo, ma mi piace”), un fascistello per noia, per rabbia e per solitudine. La scrittrice è Marina Fois, che ricordiamo in Pericle Il Nero. A lei l’arduo compito di rappresentare la borghesia adulta francese post-Bataclan, che cerca di creare legami con i giovanissimi, ma spesso invano. C’è crisi, c’è grossa crisi! E allora un giovane tendenzialmente fascista, potenzialmente violento, dotato di talento e di un corpo sensuale, diventa un’attrazione quasi irresistibile.

E’ un film formidabile L’Atelier, originale, libero e necessario. Politico, collocato fieramente all’opposizione. E il 2018 è un anno nel quale l’opposizione, in ogni campo culturale, è indispensabile. Andate a vederlo, vi prego: anche se con ritardo patologico, è comparso nelle nostre sale. Gustatevi fino all’ultima goccia questo cicchetto di antidoto al salvinismo becero. E magari dopo ripensate a Mektoub My Love di Kechiche e a quanto inutili (opinione personalissima, ovviamente) siano le tre ore di quella pippa insulsa e indigeribile: l’età della spensieratezza? Ma mi faccia il piacere!

 

 

 

 

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