Questo post è un post punk: How to Talk to Girls at Parties, di John Cameron Mitchell


Michael Cera, e oggi non c’è più. L’attore che, suo malgrado, ha dato un volto ad una generazione, anzi, ha dato un senso filmico ad una generazione, è oggi un trentenne alquanto bolso, se non bollito. Guardate le sue foto più recenti, guardate i suoi occhi: la luce naturale si è spenta, è subentrata la luce artificiale, la stolida visione del futuro ha lasciato il posto alla sapida retrospettiva di un passato prossimo, eppure ormai remoto. Mi manchi, Michael. Mi manca il goggione irresistibile che eri, mi manca il tuo essere avatar, perfetto in quanto fintamente inconsapevole, di ogni mia proiezione bambocciona. Oggi però sorrido, ho visto uno che potrebbe essere un nuovo Michael Cera.

Mi correggo in corsa: data un’occhiata all’anagrafe, non si può parlare di un nuovo Michael, ma di un Michael Wannabe: è infatti un quasi coetaneo di Michael, ciò nonostante, a quasi 30 anni di età, è capace di incarnare uno dei teenager più vivi e pulsanti degli ultimi tempi cinematografici. Il suo nome è Alex Sharp, e nel film di Mitchell è un ragazzo di periferia, nel 1977, a Croydon.

Croydon è la periferia dell’impero nel cuore dell’impero, è un’appendice inerte della swinging London, tutta archeologia induistriale ed edilizia popolare, la peggiore edilizia popolare. Rispetto a Croydon, Scampia è una città d’arte. Si è all’immediata vigilia dell’era Tatcher, la delenda era, e i suburbiatari britannici si trastullano come possono, tra un giubileo della regina immortale (o non morta) e la contestazione – rumorosa, belluina, gastroesofagea – al sistema. Contestare, essere punk, è una via alternativa alla baldoria, sotto la ferrea dittatura dell’ormone, che non conosce controcultura né differenza di classe. Girls love boys, boys love girls, forever and ever. Alex, che nel film si chiama Enn, ha 2 amici, anch’essi punk per mancanza di prove, e tutti e 3 girano in bici, su una sola bici, il che potrebbe apparire grottesco e caricaturale: inopinabile pensare a tre quasi diciottenni abbarbicati su un solo, sgangherato velocipede! E’ invece una formidabile suggestione, un modo per retrodatare agli anni 70, ed al Vecchio Continente, l’origine del cinema delle bici, degli amici, delle illusioni perdute, che caratterizzerà gli anni 80.

Alla ricerca della festa perduta, capita che i 3 amigos giungano nottetempo ad un casolare, di dove proviene una musica strana: balene che si strozzano, pensano i 3, oppure una qualche forma di Krautrock, di rock tedesco, dice uno, e quasi la becca. Sono sonorità new age a tutti gli effetti, espressione di diverse e più elitarie forme di aggregazione sociale. Il casolare infatti è popolato da genie di ultracorpi con sembianze umane, benestanti, danzanti o meditanti, agghindate in latex d’antan o avvolte in ponchos di union jack. Ho detto ultracorpi, avrei potuto dir anche cloni, con chiaro riferimento alla filosofia (da Malthus in poi), alla letteratura ed al cinema britannico sul rapporto tra clonazione e riproduzione esponenziale della popolazione.

Tra gli eterei alieni – scambiati per Yankees dai nostri – c’è un leader, un anziano/a asessuato, o plurisessuale, con voce maschile e sembianze da regina Elisabetta, inquietante come un sacerdote, compassato come uno sciamano, che governa in modo ultraconservatore, reprimendo qualsiasi condotta non appropriata.

Nel delirio esilarante dei sensi, con i punk a scoprire sulla loro pelle, e attraverso i loro orifizi, il significato del sincretismo culturale, dell’incontro/scontro tra classi sociali, nasce l’amicizia tra Enn e Zan, aliena tra gli alieni, in cerca di emozioni vere e portatrice di istanze individualiste. L’amicizia è un preludio dell’amore, con i due a conoscersi, ad amarsi, a vomitarsi addosso per le vie di Croydon tra club e disco e cemento e immondizia. La fuitina sembra però essere effimera, troppe le differenze – di classe, di dna, di obiettivi – tra i due, tanto più che gli ultracorpi sembrano votati al cannibalismo rituale dei loro stessi figli – e qui Society di Yuzna è omaggiato e lodato -, se non addirittura al suicidio di massa. Il seme inquieto dell’amore cosmico è tuttavia più forte della morte, e quindi un lieto fine tra spazio e tempo, sogno e realtà potrebbe esserci, solo che io, ovviamente, non sono pagato per raccontarvelo.

Vi racconto solo che il film è di futuribile uscita in Italia, con un titolo che farebbe impallidire lo scugnizzo Nino D’Angelo. Si chiamerà La Ragazza del Punk Innamorato, ma voi non fateci caso, correte a vederlo, perdetevici attraverso, perchè è un racconto eccentrico e suggestivo, visionario senza essere lisergico, un modo singolare per guardare dentro un’epoca con l’amarezza e la nostalgia di chi è sopravissuto, bene ma non benissimo, ai simboli della sua stessa adolescenza.

 

 

 

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