Tully, di Jason Reitman. Il Diablo in corpo


Alcuni giorni fa mi intrattenevo convivialmente con una scrittrice italiana, giovane ma non giovanissima, autrice di un best seller che solo nel 2018 ha venduto 50.000 copie. Il nostro discorso, a spizzichi e bocconi, lambiva le miserie della politica attuale, indugiava su alcuni dei più recenti casi editoriali, si posava alfine sui lustrini della musica pop italiana. Credendo di farle cosa gradita, prendevo a declamare la mia usuale invettiva contro Jovanotti, il Buffon della canzonetta, il finto umile cantore dei sentimenti posticci, colui che, insieme ad altri efferati criminali – Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Tiziano Ferro, Vasco Rossi Senior, la genia dei rapper 4.0– ha elevato la mediocrità a materia degna di storytelling, liberandola dall’anonimato al quale è da sempre, a pieno titolo, relegata. La scrittrice, bontà sua, mi si inalberava, mostrando un’inaspettata compassione verso l’oggetto ed i soggetti di questo cantare mediocre, pensare mediocre, viverre mediocre. La mediocrità non va giudicata, diceva, va compatita,  , se non esperita direttamente, almeno bonariamente tollerata.  Tully, di Jason Reitman.

Che è un film nato morto, per colpa della distribuzione certamente, con poche copie disperse nell’afa di questo Luglio migrante. Chiamo tuttavia in correità anche la più parte dei critici e recensori nostrani, inclini all’infatuazione ed alla cotta, stranamente impassibili davanti a quest’opera. Stranamente, perché Jason Reitman è uno che ha segnato il cinema dell’ultimo ventennio, raccontando, inventando storie di personaggi intrisi dalla cultura liberal americana, e da questa totalmente agiti. Ancora più stranamente, se si pensa che la scrittura porta la firma di Diablo Cody, una che ci aveva deliziato con Juno, tramortito con Young Adult, divertito e provocato con Jennifer’s Body (Megan Fox is missing). Quello di Diablo è un inferno di mulieres na luta, deideologizzate, detronizzate, disturbate, un universo che non è #metoo ma #notme, un universo che non trova spazio nel mondo. Non bastassero Reitman e Cody, Padre e Spirito Santo, in Tully c’è anche il Figlio, la Figlia, Charlize Theron che decide di sfondarsi e di deformarsi nemmeno fosse una da Vite al Limite su Real Time, prestando il suo corpo proteiforme, all’uopo ingrassato, alla credibilità del personaggio principale. Charlize è una mamma qualunque, incinta per la terza volta e poi puerpera, con già al suo attivo una bimba timida ma sensibile ed un bimbo intelligente ma difficile. Questa mamma vive di ordinarietà, la sua vita quotidiana è talmente ordinaria da rasentare la follia. Non ha problemi economici, non ha, apparentemente, problemi coniugali. Addirittura, può contare su una famiglia allargata a suo modo presente e solidale.

Eppure.

Eppure, è costretta a prestare pieno e totale e continuativo servizio domestico familiare, 24 h e 7 giorni su 7, la sua vita sembra una condanna biblica, testa bassa e pedalare, solo lavori forzati, poppate, isolamento fisico e soprattutto psicologico. Nel corso della rappresentazione, la si vede confrontarsi, conflittualmente, con altre figure femminili – la direttrice scolastica, la cognata -; verso gli uomini invece non c’è belligeranza ma una subalternità pienamente accettata. Ricercata persino, in nome di un pragmatismo d’antan, tutto fatto di stabilità economica ed esperienza. Charlize trascina le sue forme sfatte – ugualmente angeliche e seducenti per noi morbosi – dentro questo ecosistema malato eppure funzionale, che ricorda da vicino i protagonisti ed il mondo narrato da Richard Yates, quello di Revolutionary Road, di Disturbo della Quiete Pubblica,, di Easter Parade.

La rottura dell’equilibrio avviene per mano di una donna di mondo, Tully, una ragazza che fa, o farebbe, la tata notturna e che, invitata, le si insinua in casa. Il rapporto tra le due si compone nella confidenza e nella complicità dell’oscurità, quando gli altri dormono ed è più facile abbassare la guardia e liberare i demoni dei rimpianti, delle antiche trasgressioni, dei desideri abiurati in nome del nulla. Alla cadenzata inesorabilità delle incombenze diurne, di una non vita intollerabile, si contrappone la onirica imprevedibilità del tempo notturno, una sessualità carnascialesca, un senso, un anelito di libertà destinato comunque a contraddire se stesso, in quanto relegato ad una sfera intima, biunivoca, non permeabile. Ovunque sono disseminate tracce, sembra che la nuova amicizia agisca come una terapia benefica, che mamma Charlize, scavando nella memoria della tigre ragazza che fu, voglia/possa dare un senso, una direzione diversa alla sua esistenza.

It’s just an illusion.

Alla fine, tra i fumi dell’alcool, tra le luci del traffico, spunta Diablo, perfida Pennywise da tastiera, spunta il suo sguardo lacrimoso di pece e catrame, il suo giudizio impietoso su una classe sociale di mediocri, inconsapevoli trumpisti. Il riscatto di una donna qualunque – scive Diablo, inscena Reitman – non è sovversione, è un patto durevole stretto con la noia, quella noia che è l’esito naturale e auspicabile di un’esistenza effimera e velleitaria. Devastante.

 

 

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