The Domestics. E’ solo la fine del mondo. O almeno del Wisconsin


Forse sapete già cos’è successo. O forse no. Magari non ve ne frega un cazzo. Io ve lo racconto comunque. Tutti noi eravamo immersi nelle nostre piccole vite quotidiane, ignari di quanto il mondo fosse vicino alla fine. Poi quel fottuto tasto l’hanno schiacciato davvero, cancellando di colpo tutti i loro problemi e qualche centinaio di milioni di esseri umani. La fine, e nessuno l’aveva vista arrivare. I più fortunati morirono in pochi secondi. Noi, immuni al veleno nero, ci trovammo a dover scegliere se aggrapparci alla civiltà del passato, o diventare selvaggi nella nuova era oscura. Un minuto e dieci secondi di voice over, e poche immagini potentissime: gli sguardi al cielo, la flotta di aerei che rilascia scie chimiche nerissime e mortali, il sangue che cola dal naso di un ragazzo. Basta poco a raccontare l’apocalisse, chè questo è un film post-apocalittico e di pippe, sermoni e introduzioni stracciapalle non ce n’è bisogno. Viene in mente Sergio Martino durante la visione del film, lui approverebbe di sicuro The Domestics. E noi con lui.

Eppure, nonostante lo scarso interesse del regista per i risvolti tipo “ma cosa è successo al mondo?“, quel minuto è sufficiente a creare un universo, e una mitologia che resterà ben piantata sullo sfondo – e nell’immaginario dello spettatore – per tutta la durata del film. Questo è il primo lungometraggio di Mike P. Nelson, ma il suo curriculum è ricco di esperienze che vanno dalla preparazione di effetti speciali artigianali alla regia e scrittura di corti, il tutto nella rigorosa ottica del do it yourself (e ultralow budget, ovvio).

Tra Nina e Mark sembrava finita, nonostante i tentativi di Mark di salvare il loro rapporto. E poi si sa, quando una donna decide che è finita, è finita. Niente può farle cambiare idea, nemmeno l’apocalisse. O forse l’apocalisse si? Forse. Ora Nina vuole solo raggiungere i suoi genitori a Milwaukee, ha paura del mondo, si sente debole. E anche se non prova nulla per Mark, i due continuano il viaggio insieme. Un viaggio, una strada (si, questo è un road movie, anche) lunga e piena di insidie e trappole, infestata da gang di balordi e assassini che ammazzano chiunque capiti a tiro, e sono anche in guerra tra loro.     Il cuore del film è proprio il rapporto di coppia,  il mutamento progressivo della loro relazione, l’adattamento e la metamorfosi nel nuovo mondo dopo l’apocalisse. E’ ovvia l’influenza della situazione politica: Trump è apparso mentre il film era in fase di scrittura, e nella breve e potente intro è chiaramente una decisione governativa quella di sganciare veleno sulla popolazione.

Politica, vita di coppia, character study. Ma “nonostante” tutto questo, The Domestics vince perchè la maggior influenza di Nelson è l’horror. Non guarda solo a Mad Max (anche se lo fa con occhi genuini e rispettosi), e all’action più nobile e sanguinosa: parte alla grande, con un inizio che è pura home invasion; strappa applausi con un finale che è una tempesta di piombo che fa pensare a Carpenter, e i vari scontri con i membri delle gang – inevitabile pensare a The Warriors, ma ancora una volta Nelson non sbaglia: il suo omaggio ai guerrieri della notte è più nell’approccio che nei dettagli – sono uno più eccitante e truculento dell’altro.

Mazzate alla cecata, sangue a fiumi, estetica punk e viscerale, omaggi ai grandi e uno stile personale che si sforza di volare il più basso possibile. The Domestics è un film sporco di terreno (non solo di terreno) e ha conquistato il mio cuore. Anche perchè è un film femmina: tratteggia con maestosa accuratezza la metamorfosi di Nina, che si trasforma da donna debole e timorosa in guerriera sanguinaria e innamorata; è anche arricchito, poi, dalla presenza silenziosa del personaggio-ombra più interessante, una ragazza che spia i movimenti della coppia, incuriosita li segue, fino ad intervenire armi in pugno al loro fianco, e a loro insaputa. Senza spiccicare una parola. Mitica.

 

 

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