As Boas Maneiras. Luna paulista, licantropo in vista!


Buongiorno amici, oggi parliamo del Brasile, quel Paese grande grande, dal cuore verde amarelo, che vi credevate essere una superpotenza prossima ventura, con la lettera B di Brasile ad iniziare il simpaticissimo acronimo Brics. Doveva essere, dicevano, another BRICS in the world, e giù Mondiali di Calcio, Olimpiadi, pacificazione delle favelas, Lula o corazon do povo. E’ stata fuffa, non ordine e progresso, come scritto sulla bandiera, ma disordine e regresso, caos, disuguaglianze sociali, corruzione, arresti, epidemie. A proposito delle epidemie, al momento il Brasile è afflitto da febbre gialla e morbillo, lo si sappia. Questo Paese grande grande, dal cuore verde amarelo, ha una immane produzione televisiva – Grupo Globo, cercate un po’ – ma una produzione cinematografica esangue, schiacciata dagli yankees, protetta come una specie in via di estinzione dal circuito festivaliero internazionale. Alcuni numeri: 13 film prodotti nel 2015, 23 nel 2016, ben 42 – un quarto di quelli Italiani – nel 2017, 19, fino ad oggi nel 2018. A cavallo tra l’anno passato e quello in corso si colloca un’opera che ha trionfato pressoché ovunque, a Locarno, al Sitges, a Biarritz, a Oslo, a Buenos Aires: As Boas Maneiras.

Forse alcuni  di voi conoscono il film con il suo titolo internazionale, Good Manners, traduzione letterale per Le Buone Maniere, ma per quanto scritto sopra non è affatto opportuno snaturare la musicalità e la pregnanza della lingua madre. As Boas Maieras è un prodigio, è un film sui generis, che travalica genere e generi: nello specifico, da horror intimistico diventa fantasy e muta in romanzo di formazione, percorre i sentieri dell’analisi sociale, etnologica ed antropologica. Quanto ai generi, si parla di ragazze madri disconosciute dalla famiglia, di omosessualità nascoste e poi esplosive, di famiglie di fatto, di inclusione ed emarginazione. Tutto amalgamato in un racconto dolce, cadenzato, musicato persino con nenie e litanie e filastrocche struggenti.

Si parte da una gravidanza inattesa, indesiderata, ma accettata e difesa: una ricca bianca di San Paolo assume una tata 24h, nera, senza arte né parte tuttavia garbata e volenterosa. Si è indotti a credere che mistero e stranezza siano le cifre della tata degli slum, invece è la puerpera ad esser bizzarra, reietta e rinnegata dalla sua famiglia di fazenderos, preda di appetiti sessuali e carnivori nelle notti di luna piena.

Tra le due nasce l’amore, l’incontro delle solitudini nella clausura di un appartamento di lusso, ma il bimbo che alberga in grembo è frutto di una colpa biblica, l’amore di una sera con uomo che in realtà era una Bestia, un lupo mannaro. Il cucciolo pertanto è di sangue misto, umano licantropesco, per venire alla luce strazia e squarta e distrugge il corpo della madre. La tata, affranta, fa per fuggire ed abbandonare la creatura nel nulla della periferia paulista, ma qui esce il suo cuore di mamma: lo adotta, gli costruisce intorno un piccolo nido di affetto e bugie, per curare le reciproche diversità e solitudini. Un nido anche orrido a vedersi, con tanto di anfratto blindato e ferri e catene per contenere le paturnie nelle notti di luna piena. Una comfort zone che stringe polsi e cuore ma performa bellamente, come dimostrerebbe il fatto che sono esclusi dal racconto i primi 10 anni di vita del bambino mannaro.

La situazione tuttavia, nella San Paolo degli umili, resta precaria, la preadolescenza si manifesta esplosiva, e  gli aneliti di libertà del piccolo, la curiosità incoercibile di conoscere suoi natali determinerà una serie prevedibile di sfortunati e tragici eventi, fino a che il mondo, quel piccolo simulacro di mondo occupato dal lupetto e dalla sua mamma adottiva, muoverà guerra al mostro, e lo troverà là, pronto a difendersi, forte delle sue zanne, degli artigli, dell’abbraccio della donna che lo ha allevato.

As Boas Maneiras ha dei recenti precedenti illustri, quanto a storia familiare di paura, in cui la figura paterna è colpevole, o assente, o rimossa: penso a Babadook certamente, penso anche al mirabile Under the Shadow. La paura, il terrore, sono filtri per guardare microcosmi reali, relazioni tra persone in terrari/ecosistemi urbani e sociali. Il film è diretto da Marco Dutra – di cui avevo apprezzato Quando Eu Era Vivo, altra storia di orrore domestico, virata al maschile nel rapporto tra padre e figlio – e Juliana Rojas. Bravi loro, fortunati noi.

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