Hereditary, di Ari Aster. Once we were Paimons


Tergiversare pallido e assorto. C’è una ragione forte, per questo tergiversare mio. Ho problemi di messa a fuoco, non riesco a definire i contorni di quanto ho visto, credendo di osservare. Sto parlando della famiglia; lui, lei, i due figli. Borghesi certo, ma in quale maniera? Upper Class? Lower Class? Middle class? No, sono fuori strada. Guardo meglio, e credo di scorgere la Lanthimos class, un nucleo familiare costruito in laboratorio, portatore insano di tragedia e disperazione. Hereditary, di Ari Aster.

Oppure, That cabin over the woods. Hereditary è un film pecioso, cioè grondante pece, e pure catrame, tanto catrame. Una colata tiepida, viscosissima di pece e catrame, tutta addosso allo spettatore. Non ci sono fronzoli, la storia racconta del male assoluto in un microcosmo relativo, a impostazione sicuramente matriarcale: c’è, anzi ci fu, una nonna spiritista, una madre modellista, una figlia solipsista. I maschi, un padre in (blanda?) carriera ed un figlio in sfigata adolescenza, non appaiono determinanti, nel senso che non determinano gli eventi, ma sono eteroguidati a determinarli. Che ci sia una manina, anzi, una manona visibile a muovere tutto e tutti, è chiaro fin dall’incipit, una vera e prorpia ode al miniaturismo animista. Intendo, ai giochi di pupazzetti che poi si trasfigurano in personaggi di carne ed ossa e si muovono da par loro. Sul tema siete liberi di pensare a ciò che volete, io penso  a Scontro di Titanii, agli dei che collocavano eroi megere e paragorgoni nelle arene e che restavano poi ad assistere, preinformati, alle loro avventurose gesta. In Scontro di Titani la suddivisione dei ruoli tra divinità ed esseri umanizzati era netta, in Hereditary invece il corto circuito è sulla figura della madre, la miniaturista, che nelle sue creazioni da galleria d’arte resta in bilico tra la fissazione di avvenimenti (incidenti) accaduti e la prefigurazione di eventi futuribili.

La madre, cioè, è una porta tra la veglia e l’incubo, tra il normale ed il paranormale. Sembra un personaggio anaffettivo, poi impazzisce di dolore per la perdita di una figlia. Potrebbe essere protettiva; malcela istinti da erinni distruttrice. Fa paura, tantissima paura, perché non si riesce mai a capire se agisca, e pensi, in preda a raptus o invece sia la frustrazione a scaternarne l’ira. Il senso di colpa, da lei stesso dichiarato al suo dolente gruppo d’ascolto, è in realtà una falsa traccia, che serve a sviare chi cerchi le radici del male, indotto in errore dal titolo italiano. In Hereditary il male non ha una causa scatenante, il male è semplicemente la cifra della realtà rappresentata. Tutto è male, e tutto tende ad andare e finire male. Si invocano spiriti diabolici, si muore traumaticamente, si inganna, si uccide. Non c’è, o non ci sarebbe, via di scampo né comprensione, solo dolore e pene atroci, che diventano insopportabili per chi guarda perché sono ampiamente immeritati. Ma il merito è un giudizio morale, e ad Aster non pare interessare. A lui interessa la nuda brutalità dell’evento, l’impressione che fa guardare un bicchiere muoversi, un corpo macilento di vecchia fantasma, un rogo umano, un autosgozzamento. Una testa mozza brulicante di formiche.

Atrocità che sconvolgono ambienti così asettici da risultare posticci, poco arredati o disadorni, case di bambola a grandezza naturale. Se l’asse del male pare essere ereditario, di certo però esso non è lineare, come già detto: quando sembra orientarsi alla maledizione che tutto annienta e distrugge, alle madri che cercano di sopprimere i figli sangue del proprio sangue, ecco che il soffio infernale devia verso la propria perpetuazione, tanto che non dovrebbe essere Hereditary – Le Radici del Male, ma Hereditary – la Discendenza del male. E’unq questione di testa (mozzata): il film terrorizza, spaventa davvero, perchè si impone senza mediazioni cerebrali, senza alcun filtro. E’sfrontato, esibisce streghe e incantesimi e possessioni nemmeno fosse un trash horror, ma con questo rudimentale armamentario mette al tappeto anche chiunque, si prende scalpo e pellaccia anche dei più duri a guardare/morire. E il finale, quella burla finale che pare The Wicker Man, o la scena tagliata da un film di Rob Zombie, è lo sberleffo finale a chi crede che il cinema sia semplice e innocuo intrattenimento.

No, amici miei: il cinema fa male. Da morire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...