Ride, di Jacopo Rondinelli. Hai voluto la bicicletta? E adesso…


Si chiama adrenalina, non è la cocaina. Prodotto naturale anche concesso dallo stato. Si chiama adrenalina, non è una droga pura. E’ un ciclo riduttore stimolante di tensione. Ci viene bene la menzione di Giuni Russo, per aprire le nostre impressioni di Settembre. Si comincia con Ride, di Jacopo Rondinelli, un film che abbiamo atteso con il massimo grado di curiosità. Volete sapere perché?

Perché l’idea di Ride è di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, un duo, una sorta di gemelli diversi, o di fratelli Skladanowsky del futuro prossimo. due che sono nella nostra bolla social, che abbiamo avuto modo di apprezzare con Mine, che sono andati in crescendo di entusiasmo, di consensi, di sfide, di obiettivi. Fabio&Fabio (qui supportati da Marco Sani) hanno in testa una precisa idea di cinema, e provano a realizzarla in Italia, facendo tuttavia dell’Italia un luogo decontestualizzato, tendente all’occidentale di stampo USA, perché loro immaginano glocal e relaizzano parimenti. Ride è un progetto semplice eppure altamente complesso, sia nell’approccio commerciale – forte di una campagna cross mediale fumetti – film – romanzo, non sempre sinonimo di successo -, sia nell’approccio realizzativo. Si presenta infatti come b-movie dal sapore manifestamente retromaniacale, palese la sua ispirazione a filmacci del nostro cuore, primo fra tutti The Running Man di Paul Michael Glaser, o Rollerball di N. Jewison. Qui ci sono due bamboccioni yankee, ciclisti estremi, chiamati loro malgrado ad una sfida perigliosa: una corsa a perdifiato giù da una montagna X, con un bel malloppo in palio per chi arriva primo, sano e salvo al traguardo. Si tratta allora di uno sport abbastanza iniziaticoquale il downhill, ma ciò che importa è come, non cosa venga mostrato. Da subito risulta evidente che Ride sia un manifesto programmatico sull’immagine intesa in una sua specifica funzione d’uso: la cattura dell’istante, attraverso il frame. Ma il film è una successione di frame, quindi la storia è una successione di immagini che catturano, che intrappolano i protagonisti, come immobilizzati nell’infinito potenziale dei punti di vista gopro o camera tradizionale. Non siamo nel campo dell’immagine che immagina, o dello specchio che non riflette per dirla alla Enrico Ghezzi, siamo sul terreno dell’immagine rivelatoria, dell’immagine che parla, che spiega, che racconta, “incarnata” da una guida virtuale alla corsa che è una derivazione 4.0 del celeberrimo Max Headroom.

La corsa, all’apice del suo progressivo svolgimento, conferma tutte le aspettative: è un prodigio di inquadrature, di tensione, di maestria tecnica. Poi, di improvviso, essa perde la sua rilevanza, si entra dentro un trap movie sghembo, desolato, virato al neon, dove la relazione tra i due amici viene sovvertita da un elemento femminile destabilizzante e dirimente. E’, questo, una sorta di riavvio, una riprogrammazione del gioco dei ruoli e delle regole del gioco, che passa attraverso una stanza delle videotorture allucinatorie. Da lì i due amici escono geneticamente modificati, al pari del film che li contiene, che si avvia sul percorso inesorabile del survival movie, del “ne resterà uno solo”, con il downhill che diventa ascensore per l’inferno, discesa a perdifiato nelle tenebre e nell’abisso dell’animo umano.  L’epilogo si mostra previsto eppure imprevedibile, laddove dalle immagini, dai (video)totem sacrali che costellano la scena del duello fuoriescono corpi vivi ma occultati da maschere e finimenti, con l’immagine che si fa testimonianza e stargate verso dimensioni ulteriori, o livelli successivi di una realtà guardabile come fosse un deep web.

A prima vista, è il caso di dirlo, Ride ricorda alcuni altri film di genere che hanno saputo approcciare il tema dell’imagin(e)azione dell’oggi senza cadere nel moralista o nel reazionario: penso a Open Windows, di Nacho Vigalondo, e all’episodio “A Ride in a Park”, firmato dal Eduardo Blair-Witch-Project Sanchez all’interno dell’antologia horror VHS 2; non penso invece ad Hardcore Henry. Chiara,, per quanto non dichiarata nè apparentemente consapevole, è l’impronta lasciata dal Crank del duo Neveldine-Taylor. Per la flluida liquidità della transizione tra realtà, gioco e videogioco/videoarte, in Ride si trovano anche tracce del recente Jumanji. Manca tuttavia l’esibizione del dettaglio gore, lo sguardo sulla morte, sul sangue, che pure scorre ed è tratto saliente di tale genere di film. Ciò pare dovuto ad esigenze di produzione, che lo penalizzano ma lo rendono fruibile anche ad un certo pubblico di giovanissimi con un buon livello di alfabetizzazione filmica e videoludica. Se tuttavia si considera che Ride è sostanzialmente un progetto low cost, dal budget di produzione non dichiarato, ma, pare, alquanto risibile in confronto ai suoi omologhi internazionali, ci sono tutti gli elementi per parlarne come di un mracolo, il frutto dorato e, speriamo, ripetibile di una factory di artigiani/artisti, destinati a stupirci negli anni a venire.

Ride, il futuro è già qui.

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