Apostle, di Gareth Evans. Un cult(o) movie.


Ho una predilezione per i cult movie. Non i film di culto, ma i film sul culto, quale esso sia. Una religione personale, collettiva, animistica, alienista, esoterica, endoterica, messianica, sciamanica, egotica, sclerotica. Datemi un film sul culto, e io saprò scovarvi il metaforone, il riflesso dei tempi, la parabola, la profezia. Per restare al passato recente, ho adorato The Sacrament di Ti West, Red State di Kevin Smith, The Village di MNS. Ho scoperto The Endless di Moorehead-Benson; tardivamente, ma l’ho fatto. Ora mi prostro, mi genufletto davanti ad Apostle, di Gareth Evans.

Lo so, lo sapete tutti: the Raid ci ammazza, stecchiti. Un concentrato di botte straordinario, una miscela unica e ripetibile – almeno per il secondo capitolo – di ossa che si sconocchiano, riprese da angolazioni impossibili. Un divertimento assoluto, per quanto doloroso. Sarebbe lecito pertanto aspettarsi che Evans moltiplichi il raid all’infinito, che ci somministri pillole, gocce di mazzate in ogni film presente e futuro. Lecito sì, ma non scontato, né matematico, perché l’aspettativa è il principale nemico di ogni cinefilo. Specie quando il cinefilo ha a che fare con un regista a 5 esse: sornione, sadico, sovversivo, sanguinario. E spiazzante. Apostle è allora una abiura dei The Raid,  il tentativo riuscito di trattenere l’azione, per poi rilasciarla, come una molla, nei momenti più imprevedibili. Il gioco, per Evans, sta proprio nel cogliere gli spettatori a guardia abbassata, ed è un’impresa audace, dal momento che si protrae per oltre due ore di durata del film. Il protagonista di Apostle, occhi sbarrati, tremiti di natura tossico-etilica, sembra infatti una molla tesa allo stremo, uno che ha mille motivi per sbroccare e che inesorabilmente sbroccherà. The raptus, una naturale evoluzione di The Raid. Invece no, costui è costretto a starsene bono bono, sotto mentite spoglie, talvolta legato, incaprettato o tenuto da energumeni. Si mette a latere suo malgrado, e osserva il (mal)fuznionamento del mondo ostile in cui è precipitato. Un mondo nerissimo, da qualche parte nelle terre d’Albione, agli inizi del 900: plumbeo e sporco di inferno, come Black Death di Christopher Smith. Una comunità isola-ta devota ad un culto ancestrale, finalmente matriarcale. Si adora infatti una divinità femminile, una sorta di Cibele ubiqua e dispettosa, che pretende il sangue dai suoi adepti, come un qualsiasi esattore delle tasse. Il sangue è la cifra delle relazioni: sangue fertile che fertilizza, sangue mestruale, sangue del proprio sangue che viene sacrificato per delirio di potere. E’assiomatico: la sete di sangue chiama la sete di potere. In mezzo il nostro uomo, agente provocatore, a precipitare nell’orrore di usanze e riti barbari, giù giù fino all’epifania della dea in un’apocalisse da condotto fognario (She-It). L’orrore, l’horror, agli inizi solo scorto tra le riprese in luce naturale ed il grigio-cumulonembo dell’atmosfera, diventa progressivamente la cifra stilistica cui tende, ottimamente, Evans. Il precipitare degli eventi e delle morti apre la strada al massacro, solo che il massacro non è mai continuativo né durevole, come era in The Raid: sono frammenti, schegge di massacro, con lampi di ultra-gore, quali lo scannamento di un profeta golpista fascioeversivo, sgozzato e sventrato, oppure l’abbattimento, a colpi di uncini e carrucole, del mostruoso servitore della strega. Il massacro non diventa ecatombe, esso è preludio alla deriva metafisica: il sangue versato monda i peccati dell’intera comunità, chi doveva salvarsi è, forse, salvato, ma la fine è solo un nuovo inizio, un nietzschiano tornare alla terra che tutto avvince (re-ligio, etimologicamnete) e tutto contiene, anche la violenza e la forza dell’uno solo.

Opera multigenere, che il Guardian ha definito “empia fusione di BDSM, gotico e blood-exploitation”, innervata da una strepitosa colonna sonora made in Indonesia (i raidiani Prayogi – Yuskemal). Ancora una volta, sia lodato il dio del cinema, e sia lodato Gareh Evans, perchè mi mostra quello che cerco, prima ancora chei io sappia di cercarlo.

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