Buybust, roba da Matti. Erik Matti


Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, si porta dietro un soprannome rassicurante, sin da quando era solo sindaco: The Punisher. Un personaggio da crime story, una specie di super bad guy rossobruno, che oscilla tra il nazismo e la necessità di una approfondita perizia psichiatrica. Se volete conoscerlo meglio sapete cosa fare. Qui e ora, del presidente (che comunque meriterebbe un posto nel reparto che dovrebbe ospitare Trump, Salvinidimaio, Bolosonaro e compagnia brutta) ci interessa esclusivamente la War On Drug: due anni abbondanti di omicidi, ben più dei 12.000 denunciati quest’anno dall’Osservatorio sui Diritti Umani, di “sospetti” trafficanti e semplici consumatori. Quasi tutti poveri, abitanti delle periferie, nati vissuti e morti ai margini. Nessun poliziotto pare sia stato ancora condannato per queste esecuzioni. E poi minacce, arresti, attacchi frontali contro avvocati, militanti di sinistra, associazioni pro-diritti umani eccetera eccetera.

Erik Matti si tuffa di testa nel bel mezzo di questo contesto devastato, uscendone trionfante, con in mano un pamphlet politico potentissimo e radicale, mascherato da film action estremo. Ci eravamo innamorati di lui al cospetto di On The Job (2013, ed è imminente un sequel), e se allora ci colpì una parziale comunione con The Act Of Killing, oggi è inevitabile avvicinare Buybust al Dio Onnipotente dell’action, ovvero The Raid.

Nonostante due faticosissimi anni di lavoro e almeno quindici stesure differenti della sceneggiatura, la trama è di una semplicità disarmante: uno spacciatore di medio livello è arrestato, interrogato e costretto a fare l’infiltrato. Ha un appuntamento con il boss di turno in uno slum di Manila per comprare un carico di droga. Una squadra speciale della PDEA (Philippine Drug Enforcement Agency) è pronta ad intervenire per una maxi-retata. La missione fallisce, sabotata dall’interno per mano dei poliziotti corrotti, e la squadra si ritrova circondata non solo dalla gang di spacciatori, ma anche da tutti gli abitanti del quartiere, che diventa una trappola mortale.

Da questo momento, ed è passata una mezz’ora scarsa, non ci sarà più un attimo di respiro, Inizia una notte interminabile, inizia il massacro, uscire vivi da Gracia Ni Maria (questo il beffardo nome del quartiere/labirinto) sembra impossibile, i cadaveri diventano montagne, la sensazione – fortissima – è quella di essere davanti ad una apocalisse zombi, ogni oggetto esistente diventa un’arma mortale. Fucili da assalto, coltellacci, ma anche piatti, piantine di cactus, luminarie.

Ed è una donna, Nina Manigan (la bellissima Anne Curtis, che si è fatta un mazzo così rifiutando anche la controfigura in parecchie scene) a picchiare più forte. Si corre e si muore in uno spazio orizzontale asfittico, è aria aperta ma sembra una catacomba, è un teatro stracolmo di insidie e agguati, e i combattimenti a mani nude – o mani strette attorno a qualsiasi cosa possa uccidere – sono talmente tanti, e talmente tanto intensi, da mandare lo spettatore (almeno lo spettatore sensibile a certi poetici spargimenti di sangue) in uno stato di trance estatica, favorita anche da una colonna sonora che spacca. Questo è cinema esagerato, caotico e febbricitante. E probabilmente non ci sono altre maniere altrettanto oneste per portare sul grande schermo la società filippina contemporanea.

 

 

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