Sicario, Soldado, Sollima. Adesso vi faccio vedere come gira un italiano.


Sgombrate il campo da dubbi e perplessità: Sollima ce l’ha fatta! Il suo Sicario: Day of Soldado è il film dell’anno, di più, è una pietra miliare per l’action del nuovo millennio. Non è blasfemo ricorrere a paragoni illustrissimi: guardatelo pensando al Fury Road di George Miller, al Fury di David Ayer, a Patriots Day di Peter Berg. Anche, se ne siete capaci, al 13 Hours: the Secret Soldiers of Benghazi di Michael Bay, o alle missioni impossibili di Chris McQuarrie. Il livello è questo, è altissimo e prestigioso, e l’importanza dell’opera sovrasta gli esiti al box office internazionale. Ad oggi, Soldado ha infatti incassato 75 mln di dollari in giro per il mondo, a fronte di un budget di produzione di 25 milioni. Bene, ma non benissimo, con il peso di alcune critiche d’oltreoceano marcatamente e pregiudizialmente negative. I risultati sono comunque in linea con quelli del primo capitolo del franchise, il Soldado di Villeneuve, che a fine corsa nelle sale mondiali realizzò un totale di 85 mln di dollari, a fronte di un budget più cospicuo (30 milioni).

 

Al di là del mero dato economico, è interessante notare come i due autori, Villeneuve e Sollima, abbiano interpretato il commitment affidato loro in modo autoriale, cioè marcatamente personale, con un’impostazione che non sembra influenzata più di tanto dall’occhio “taglia e cuci” della major di riferimento. Se si avesse la possibilità di guardare i due Sicario in binge watching, ci si accorgerebbe di come lo spartito sia identico in riferimento alla musica in stile “metallo urlante” (lo svedese Johann Johannsson nel primo, l’islandese Guðnadóttir  nel secondo) ed all’alternanza tra riprese ad alzo zero e riprese aeree, o satellitari, o comunque droniche. Cambia la maniera in cui i registi riempiono il canovaccio. il Sicario di Villeneuve contiene, in nuce, la visione del mondo in slow (e)motion eviscerata in Blade Runner 2049, nonché  la dicotomia tra alieni e alienitudine propria di Arrival. Soldado invece lancia il conflitto dicotomico caro a Sollima – non tra bene e male, ma tra male e peggio – verso un nuovo orizzonte, orizzonte che si chiama Call of Duty, e che per il caro Stefano nostro sarà la consacrazione, o l’inizio della fine.

 

Sicario, una saga “Taylor”made?

Risulta che l’idea creativa e commerciale di Soldado sia dello sceneggiatore Taylor Sheridan, uomo d’arte e di mestiere, che dopo una vita passata da interprete globetrotter di serie tv si è scoperto scrittore di buon livello, sfornando in successione Sicario, Hell or High Water, Soldado e Wind River. Sheridan oggi va per la maggiore ed è latore di una cifra stilistica peculiare. Sembra un Paul Haggis di frontiera, intreccia cioè storie ad alto tasso di adrenalina e suspense con le tematiche sociali ed antropologiche del confine, il border degli Stati  Uniti. Un confine, quello sud, quello nord, selettivamente permeabile, secondo i punti di vista. Il punto di vista di Sheridan, appunto, è moraleggiante se non moralistico, pare risentire di alcune scorie della nueva ola messicana – Inarritu su tutti – e del modo di intrecciare la grande storia e le piccole storie, proprio ad esempio di Guillermo Arriaga. Con un pensiero ed un occhio più votato all’azione, certo, ma con intenti edificanti tutto sommato anacronistici.

Nel primo Sicario, gli intenti di Sheridan combaciano con quelli di Villeneuve, che è regista sommo, versatile ma rigoroso ai limiti dell’asettico. L’occhio di Villeneuve è uguale alla penna di Sheridan, è moraleggiante, lambisce il moralistico. Per questa ragione Sicario è un prodotto di grande fascino, di grande atmosfera, eppure rarefatto. Al pari di Hell or High Water, vive di suggestioni visive fortissime – l’assalto al tunnel al crepuscolo echeggia lo Jarhead di Mendes -, ma si adagia su una gerarchia dei ruoli troppo canonica. Tutto sembra ruotare attorno alla virtù di Emily Blunt, suora laica del politically correct e dell’ordine costituito, figurina della caucasica americana sposata con la legge e con l’ordine, che mal digerisce il modus operandi brutto, sporco e cattivo della DEA americana, di quel super GI Joe che è Josh Brolin e di quello strafigo vendicatore che è Benicio Del Toro. E’ una questione di Zeitgeist, è lo spirito del tempo: nel 2015 era ancora l’America di Obama, gli yankees facevano le guerre sporche ma battendosi il petto, la distruzione procedeva di pari passo con la contrizione. Ora, nel 2018, Regna Trump, ed è tutto più semplice, pane al pane e vino al vino, occhio per occhio, dente per dente. L’America mostra i muscoli, anzi, ne mostra uno solo, quello erettile, e i sensi di colpa sono banditi, non più blanditi.

Sollima, no limits

Ecco quindi che Sheridan ha bisogno di una mano, di più, di una guida sapiente, che possa portarlo fuori dalla palude della complessità e che sappia esaltarne la capacità di affabulazione. Quella guida è Stefano Sollima, avvezzo a rappresentare il grigio piombo nelle terre di frontiera, siano esse la Magliana, la Suburra, Scampia. In un’intervista a ScreenRant, Sollima ha parlato della sua collaborazione con Sheridan: “Si. Intendo che abbiamo lavorato molto insieme. E io lo amo. È uno scrittore straordinario e di grande talento. Abbiamo iniziato a lavorare dalla prima bozza. Non appena sono stato ingaggiato, abbiamo iniziato a lavorare insieme. E poi, ultimata la sceneggiatura iniziale, fondamentalmente abbiamo fatto due cose. Uno è stata tagliare. Perché era molto più complessa di adesso. Era davvero enorme. E poi abbiamo cercato di condensarla per migliorare l’anima, il vero nucleo, il nucleo emotivo del film”. Collaborare, tagliare, concentrare, tirare fuori il nucleo del film. Il nucleo è una favola nera, un film di genere, anzi plurigenere: una spy story, un film di guerra, un kidnap movie, un western, un romanzo di (de)formazione. Poliedricità che si raggiunge puntando tutto sulla velocità, sul tempo uniformemente accelerato. La grande idea in Soldado è l’immanenza del male, che assume varie forme ma che resta non rappresentato nella sua essenza. La caccia pare essere a Carlos Reyes, boss del cartello chicano dominante, sospettato di complicità con l’Isis, ma Reyes è un Macguffin, il combustibile di una storia che si sviluppa tra l’asfalto e la polvere ma è vecchia quanto il mondo. Al centro c’è il ratto di una fanciulla, la figlia di Reyes, che potrebbe essere un cavallo di Troia per i marines in territorio nemico ma che si rivela latrice di sventura, una Cassandra sua malgrado, in quanto agognata e assaltata dalla totalità delle forze in gioco. Un gioco a tratti follemente anarchico, fuori da ogni regola di ingaggio (come più volte hanno a dire i militari) e da ordine costituito, che non accetta pause, perché chi si ferma è perduto. Difficile selezionare i momenti cult del film di Sollima, davvero: Soldado dura due ore, due ore di bocca aperta, pugni serrati e occhi incollati allo schermo, strabiliati. Spicca tuttavia il modo in cui Sollima gira, ad esempio, l’attentato kamikaze al supermercato: i terroristi si sparpagliano nelle corsie, si fanno esplodere in successione da sinistra a destra, la macchina da presa segue la stessa direzione, poi arriva alle superstiti, madre e figlia che compiono il percorso inverso, da destra a sinistra, ringkomposition e attesa del lieto fine con tentativo di uscita dal negozio, ma sulla soglia c’è un altro dinamitardo, e amen. Memorabile, strepitoso è poi l’agguato sulla carretera messicana, quando il convoglio dei blindati americani che trasportano la baby narcos è avvolto dalla polvere, il nemico potrebbe essere ovunque ma poi è proprio lì, è la policia federal di scorta, con un conflitto a fuoco inquadrato dall’angolo visuale della ragazzina, efferato, tonitruante, formidabile.

Rapid eye movement

Lo sguardo è azione in Soldado: non a caso, gli unici personaggi che non si muovono, che non agiscono sono quelli incappucciati – dai marines, dai trafficanti –, quindi quelli che non guardano. Il movimento è anche progresso, trasformazione dei personaggi; a volte la trasformazione è prevista, in altri casi è improvvisa e non preventivata. Del Toro, il vendicatore strafigo, si rivela essere una sorta di bountykiller solitario ma con una certa qual fattispecie di cuore. Odio e dolore, destino e condanna. Così baby narcos, bella, bellissima, una lolita latina, strappata dagli agi della sua vita da miliardaria inconsapevole e precipitata nel terrore che suo padre stesso ha originato, perde progressivamente la ragione, fissandosi in una catalessi emotiva che da ostaggio la trasforma in oggetto. Agghiacciante è il trattamento che Sollima&Sheridan riservano al giovane coyote – sono così chiamati i mentecatti che lavorano per i trafficanti di uomini e aiutano i clandestini a varcare il confine Usa. Il coyote di Soldado pare remissivo come un agnello sacrificale, invece è indifferente, non gli importa agire ma gli basta essere agito, si salva per istinto di conservazione, non pare in grado di provare sentimenti buoni o cattivi diversi dall’istinto primario di fare cassa.

Borderlines

Finisce quindi che gli scugnizzi, i giovani, buoni o cattivi che siano allo stato iniziale, vengano rappresentati come incapaci di intendere o consapevolmente volere. In questo ravvisiamo l’occhio politico, non il giudizio morale, di Sollima, corroborati dalla brutta fine che fa il chico messicano rifiutatosi di giustiziare Del Toro. Non è tempo di eroi sembra dire Sollima – i suoi infatti non muoiono, si piegano e non si spezzano, non sono eroi, ma supereroi, quindi non sono reali – non è nemmeno tempo di nuove generazioni. E’ tempo di piombo e di deserto, sterile, mortifero, tombale. Resta poi da considerare come Sollima abbia approcciato il tema dei migranti, se cioè possa ravvisarsi nel suo film un qualche riferimento alla deriva fascistoide del pentaleghismo italiano. Nel primo Sicario, i migranti avevano una funzione strumentale, addirittura venivano impiegati come guide indiane, provvidenziali, nell’indicare alle forze del bene i percorsi ed i cunicoli dei narcos. Nel film di Sollima i migranti sono braccati, ammassati, lasciati alla deriva nella corrente del fiume, deportati, infiltrati e strumentalizzati dai terroristi. Non hanno identità, sono elementi del paesaggio, fauna notturna, texture. Perché il confine non è tra USA e Messico, ma tra umano e disumano.

 

{anche in Nocturno num.190, ottobre 2018, in edicola]

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