Cam, 2018. Blumhouse. Netflix. Living in immaterial world, and I am immaterial girl


Questa volta sono sul pezzo, arrivo per tempo, brucio le tappe. Il film è distribuito da Netflix, è prodotto da Blumhouse, è miliare quanto un manifesto programmatico. Ho qualche remora a parlare di manifesto programmatico, dacché esiste una pagina satirica su fb, nella fattispecie, Il Cinefilo nell’Era dell’Internet, che fustiga implacabilmente tutte le frasi fatte, i luoghi comuni e le banalità di ‘noantri sproloquiatori di cinema. Per evitare la gogna del Cinefilo, ho da tempo bannato dal mio vocabolario parole quali “seminale”, “derivativo”, “necessario”, o frasi quali “film non perfetto, ma non vuole esserlo”. Manifesto programmatico invece ha resistito alla giusta gogna, forse perché può essere riservato ad un numero così esiguo di opere, che è impossibile generalizzarne l’uso. Cam, di Daniel Goldhaber.

In principio, ovviamente, fu Black Mirror. Nessuna remora ad ammetterlo, sì che la protagonista viene anche da una delle ultime stagioni. In un altro principio, fu anche il Web Horror Movie, un sottogenere filmico particolare – che si chiami così o meno poco importa, credo di aver reso l’idea – in cui il pericolo si annida nell’Internet, in forma di maniaco, pedofilo, babau, serial killer, demone, entità soprannaturale, etc. Un filone di film in cui il Male ha fatto l’update e si è insinuato nelle più moderne tecnologie di comunicazione e condivisione e socializzazione. Ma il Male è dentro l’Internet, o è l’Internet? Cioè, il Male è, luddisticamente, la condanna della tecnologia intrinsecamente tale? Oppure il Male sta nell’utilizzo che si fa della tecnologia, e in questo caso il Male è colpa, peccato, compiuto dallo scriteriato utilizzatore, come fosse un Adamo che coglie la prima mela (Apple)?

Domande retoriche, se preferite interrogativi inquietanti, che sviano la vostra attenzione. Ai sensi di chi vi scrive, e lo dico postumamente, il migliore dei web horror movie è Open Windows, di Nacho Vigalondo. Perché prende una dea dell’XXXweb, Sasha Grey, la materializza non snaturandone le funzione archetipica, che è quella di preda,  la mette morbosamente nella mani e negli occhi di un cyber-satiro e di un cyber-sotero, nel senso che viene palleggiata tra un hacker psicopatico e le fantasie onaniste salvatrici di Eljah Wood.

Tenendo bene a mente Open Windows, saltiamo di palo in frasca, ed arriviamo ad Antiporno di Sion Sono, un film di cui non vi auguro la visione completa.  L’attacco al maschilismo nella forma più radicale e meno condivisibile che uno spettatore possa tollerare, impiegando le armi del metacinema e la claustrofobia di una stanza-set cinematografico per azzerare desideri e pulsioni voyeuristiche e riflettere sulle donne oggetto, di tutte le culture e di tutti i tempi.

Black Mirror, Open Windows, Antiporno. E ora Cam, viaggio nel mondo reale + virtuale, attraverso gli occhi e la mente di una cam girl. Che lavora con il suo corpo e sul suo corpo, ma è l’unica a farlo, non essendo contemplato – camtemplato – il contatto con il sesso maschile. Sono, i maschi, ridotti ad una “room”, ad una chat, pura accozzaglia di emoticon e parole senza volto, istinti testosteronici trasformati in tintinnio di criptovalute e orgasmi da remoto. Quello della cam girl è uno sport estremo, che contempla un’ascesa pressochè mistica alla top ten della cammies più guardate, attraverso il martirio: martirio fake, ove si insceni fintamene suicidio  o tortura o automutilazione; martirio real, allorchè si utilizzino vibratori iperpotenziati che distruggano la fonte stessa del piacere femminile.

La nostra cam girl fa lo smart work, lavora da casa, tutta discinta come tu la vuoi. Sembrerebbe in carriera, non fosse che, d’un tratto, si sdoppia, la sua identità virtuale assurge a vita – virtuale- autonoma,  scalando la tanto agognata classifica in un crescendo di prestazioni sadomaso ad usum degli internauti più perversi. Arrivando, questo sosia doppelganger, a muoversi nel perimetro dello snuff movie.

Il web di fatto esautora e frustra la protagonista, costretta a stati di alienazione progressiva, palleggiata tra call center ignari del problema, rivelazioni familiari della sua sexy attività, incontri/scontri con alcuni dei maschi più rapaci. Sembrerebbe il preludio ad una sfida con il soprannaturale: alcuni indizi pendono in tal senso, attinendo ai video diuturni in rete che permettono la maneggiabilità e la fruibilità del corpo femminile anche dopo la morte, mediatica o reale, delle Moane o delle Marilyn. Sembrerebbe, invece non è, perché alla nostra cam girl non interessa  l’origine del fatto, non le interessa se ci fu incantesimo, sortilegio, possessione. No, a lei interessa il fatto, cioè che una qualche  bitch si sta fregando ciò che è suo, e allora nessuna esitazione, basta un supplemento di pene corporali autoinflitte per sgominare l’intrusa e riacchiappare il consenso dei maschi testuali. Perché il premio finale non è l’arricchimento, non la celebrità né la gloria né la fama. Il premio finale è essere dea, sotto ulteriori mentite spoglie spogliate, del proprio piccolo circoscritto psicotico psichedelico pixelatico minimondo.

Che film ragazzi, che film.

 

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