Il Primo Re, di Matteo Rovere. Sia lodato il dio (pagano) del cinema


 

Il 2019 sarà, è già, un annus horribilis (in decade malefica, decade malefica in stolto secolo, secolo osceno e pavido, grondante sangue e vacuo di promesse). E come spesso accade, l’annus horribilis corrisponde ad un’annata cinematografica superlativa. First Reformed, Non Fiction, La Noche de 12 Años, Green Book. Un solo mese è passato, e le visioni si accumulano, dense, colme, rivelatrici, classiche e meno classiche, ma comunque ammalianti e necessarie. Anche a casa nostra, dentro questo monolocale inospitale, ammuffito, sulla buona strada per diventare repellente e irrespirabile. Il cinema italiano ha cominciato l’anno con due gemme glocal grondanti sangue, scintillanti e portatrici sane di aria pura e feroce: una è Suspiria. L’altra è Il Primo Re. Due titoli che finiranno nella top ten dell’annus horribilis, e siamo solo all’inizio di febbraio. Nella top ten c’era finito, nel 2016, anche il precedente film di Matteo Rovere, Veloce Come Il Vento, al cospetto del quale ci sciogliemmo in lacrime dopo dieci minuti scarsi. Fratelli, famiglia, emozioni.

Due fratelli ed un concetto di famiglia tornano ne Il Primo Re, arricchiti e imbestialiti, immersi in un contesto violento, violentissimo. La genesi del Potere, che non può essere tale se non si nutre avidamente dalle mammelle fittizie eppure sanguinarie della religione (non della lupa). La nascita non di una nazione ma di un impero, o meglio, la sua gestazione. La politica allo stato primigenio: i morsi in testa, gli occhi cavati a mani nude, le teste mozzate ed esibite come trofeo. Il mito si fa carne, lacerata e pulsante. Non vola ma striscia nel fango, sporco e sensuale come una clava decorata con emoglobina e ruggine. Romolo, Remo e Roma, 2800 anni fa.

E le emozioni?

Le emozioni, beh, quelle si raffreddano. Fino ad avvicinarsi – ma non troppo – all’universo di N. W. Refn: è impossibile non pensare a Valhalla Rising durante le scene più tormentate del film di Rovere. Non ci sono elementi per un paragone vero e proprio, però, si tratta di sensazioni e percezioni, riflessi. Lontanissimi sono, giusto per dirne una, i due film nell’approccio al mistico. Quello che li accomuna maggiormente è invece la capacità di far breccia nel cuore, esaltare, e strizzare continuamente l’occhio non certo al grande pubblico, ma alla confraternita degli appassionati di cinema. Del nostro cinema. La violenza della natura e quella umana, fisica, che si accaniscono sui corpi fin dal primo minuto. L’acqua e la sua furia, che travolgono e tolgono il fiato. Le battaglie armate, le carcasse sventrate, la luce e il fuoco. Le paludi dalle quali sarebbe quasi naturale veder emergere un mostro ricoperto di squame, e le foreste che la fotografia di Ciprì riesce a spostare in un’altra dimensione: un regno dei morti che mette i brividi a chiunque lo attraversi, infestato delle anime dei senza sepoltura. O senza pace. Tante cose belle e tremende, che scorrono davanti agli occhi ed incendiano i cuori. Mentre, oltre a Refn, pensiamo a Iñárritu, Herzog, Gibson. Ancora, sono solo riflessi e rimandi, ma comunque provocati dalla potenza del film di Rovere.

Le sue sacrosante ambizioni comprendono anche quelle relative agli incassi: eppure Il Primo Re non può diventare un blockbuster. Anzi, corre il rischio di incassare più all’estero che in patria. Il latino arcaico parlato dai protagonisti, l’assenza di attori famosi (solo attori mostruosi: la grandezza di Alessandro Borghi è ormai conclamata, e qui riesce addirittura a recitare in sottrazione, a tratti, aiutato dal fango e dal moccio che gli sporcano il volto per gran parte del film) e l’assenza di attrici sexy (anche se lo sguardo di Tania Garribba nel ruolo della sacerdotessa Satnei è assai conturbante), sono due elementi che terranno molti nostri connazionali ben lontani dalle sale. Mi auguro di sbagliare, ovviamente. Nel primo weekend di programmazione ha quasi raggiunto il milione di euro (Green Book ha incassato il doppio) e la mia scarsissima fiducia nel pubblico italiano mi fa temere un passaparola negativo dilagante.

E l’impero?

La nascita dell’impero è in realtà un rozzo palcoscenico in divenire, una sorta di cantiere primitivo situato dietro le quinte, del quale si scorgono a tratti i labili confini, privo di qualsiasi connotazione epica, o rovinosamente nazionalista e ideologica. Difficilmente diventerà un cult negli ambienti dell’estrema destra italiana, nonostante le premesse e un richiamo al motto blut und boden (sangue e terra) a suo tempo adottato dai nazisti, ma trasformato da Romolo in un orgoglioso e solenne inno alla comunità, all’inclusione, all’invito per tutti gli emarginati, gli esclusi, gli assassini e i ladri, i senzapatria. Terra di nessuno, alla faccia di tutti i sovranisti. E a piantarci dentro la bandiera lacerata, insanguinata ma vittoriosa, è Matteo Rovere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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