Alita, il nuovo film di Robes Camerodriguez


Manga a dirlo, all’origine del film americano c’è un fumetto giapponese. Eppure, strano a dirsi, non ho visto levate di scudi, non ho sentito salire il rombo del mugugno collettivo. Ma come, dico io, nessuno a menarla con le accuse di whitewashing? Possibile che sia già dimenticata la tiritera che investì Scarlett Johansson solo alcuni mesi fa, al tempo del Ghost in the Shell 4.0? Forse è colpa mia, forse sono io ad aver abbassato i ricettori nell’ultimo periodo: il fatto, cari amici, è che sto lavorando ad un progetto editoriale fighissimo, che è editoriale appunto, ma anche ideologico, che è rivoluzionario, ma anche reazionario. Un saggio firmato Dikotomiko, quindi manicheo, quindi tranchant, su cui vi edurrò a tempo debito. Un altri fatto, cari amici, è che sono sotto serotonina, immerso dentro le pagine di Houellebcq, quindi trovo poco interesse più o meno in qualsiasi altra cosa, ma a voi non interessa la mia mancanza di interesse, vi interessa parlare di Alita.

 

Cameron – Rodriguez, come una persona sola, di nome Cameron e cognome Rodriguez, oppure due come anima e corpo, meglio, anima ed esoscheletro, oppure cuore e cervello. Due, soprattutto, chiamati alla titanica impresa di unificare le loro personali, magniloquenti, ultrafighe, ultrakitschissime visioni. Cameron – Rodriguez. Parliamo di due geni, seppur di differente grandezza, che nel rispetto reciproco dei ruoli fano di tutto affinché la collaborazione non si trasformi in duello, anche se sono costretti a muoversi come per un duello, cercando, innanzitutto, il luogo, il territorio dove mettersi all’opera. Questo territorio è, paradossalmente, un ricordo, una reminiscenza di un certo modo di vedere il futuro. Città verticali, disuguaglianze sociali e pattume, tanto pattume di ogni tipo, in specie ferroso, in specie metallico. Un ventiseiesimo secolo come una nuova età del ferro, con una capitale celeste, Salem – ma potrebbe chiamarsi Zion, o Elysium, o Shangri-la – aerea eppure solidamente ancorata a questa terra venefica con un sistema semplice, infantile, indissolubile di cavi. Sotto Salem, la città di ferro appunto, la solita megalopoli calcuttiana tutta traffico, affari sporchi ed umanità dolente. Non rileva constatare quanto questa visione Cameron-Rodriguez sia derivativa, rileva invece che sia un elogio della pesantezza, rispetto alla volatilità del reale ed anche rispetto a certo futuribile: qui le dimensioni contano, conta chi è grosso, conta chi ha mani per fare e per toccare. Diciamo allora che il territorio comune su cui Cameron e Rodríguez convergono è quello dell’artigianalità del fare cinema, piuttosto che del rappresentare cinema: loro mettono in scena dottori che sono in realtà bio-meccanici, mezzi di locomozione grotteschi, vigilanti robot più grossi di carri armati, ed al centro compongono gli androidi, millanta androidi, di tutte le fogge possibili, attrezzati con falci falangi lame rotanti ed alabarde sideree, uno più pesante dell’altro. La cifra comune è l’onnipresenza della mano, l’appendice prensile, umana o meccanica, tranciata di netto o riattaccata, ultraccessoriata o inerte, senziente oppure inerte. Guardate bene: questo film parla di mani, non parla di occhi.

E‘importante, è un punto di vista diverso: pancia sotto, è il tempo di manipolare, di fabbricare, di combattere. La coercizione della prospettiva, l’alzo ad altezza mani impedisce una visione sinottica, anche politica, di Alita. Ci si sforza di capire se è una guerra dei poveri contro i ricchi, o dei poveri contro i più poveri, ma si viene continuamente travisati. Ci sono due coppie protagoniste e antagoniste, umane, entrambe interracial, quindi politicamente corrette (anche nel fumetto?), eppure i killer uccidono in modo etnico, le vittime seguono la regola del black dies first, invece che del black lives matter. C’è una legge spietata e repressiva che si serve di cacciatori di taglie invece che di poliziotti, eppure è tra questi cacciatori di taglie che può annidarsi la rivolta, ammesso che di rivolta si arrivi a parlare. Partendo dalle mani, dunque, Cameron – Rodriguez non arrivano ad una prospettiva politica, non direttamente: arrivano ad una prospettiva ludica. Grande, grandissima, doverosa, doverosissima la reinterpretazione del Cannoball degli urlanti anni 70, filtrato attraverso l’implacabile Running Man o qualsiasi altro gioco al massacro che più vi aggrada. I combattimenti palla in resta sono il tratto più sfizioso del film, così come il romanticismo cibernetico, cyberpostpunk, strappa lacrime di vera commozione, tutte giocate sul cuore di panna dentro il cuore di latta, sull’arto, sulla mano, sul tatto – contatto.

A giudicare dai primi esiti di botteghino, pare che questo Alita si candidi ad essere un floppone colossal a la John carte, una Alita da Marte senza arte né parte, e non neogo che sono corso al cinema anche per questo motivo, per questa mia innata vocazione alla salvaguardia dei flopponi. Il suo destino pare segnato, eppure io ci ho visto del buono, parecchi guizzi buoni, addirittura alcune innervature della superiore maestra Verhoevenian, quindi qua le mano, o la manita, o la protesi, fidatevi di me e correte a vederlo.

Anche perché c’è il rischio che la debacle pregiudichi un secondo capitolo della storia, cui criminalmente la non conclusione di questo film rimanda, come fosse tutto una propedeutica cosmogonia. Se c’è qualcosa di davvero inguardabile, infatti, è che non si vede, letteralmente, l’epilogo di questo Alita, e questo ci costringe ad aspettare una director’s cut. O forse una productor’s cut?

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