Black ’47. Sia lodato il dio repubblicano del cinema.


Il 1847 fu per l’Irlanda un anno nero, nerissimo, come la fame: mezzo milione di morti. il cuore nero di un decennio che spazzò via un terzo della popolazione, e costrinse due milioni di irlandesi ad emigrare. Fu pulizia etnica, fu genocidio. Provocato, incoraggiato e applaudito dal governo inglese in nome del liberismo (e del razzismo). Con la complicità della sfiga: l’inverno fu uno dei più freddi, e il raccolto di patate dell’anno precedente totalmente distrutto da una patologia. Il popolo e la storia d’Irlanda ne uscirono geneticamente modificati, gli effetti nefasti hanno continuato ad influenzare e ammorbare lo sviluppo dell’isola per oltre settant’anni. E’ l’unico paese europeo che ha oggi una popolazione inferiore a quella che aveva nel 1847. Un’annata che non appartiene al lontano Medioevo, l’era moderna era alle porte. Mentre gli inglesi vietavano l’uso del gaelico, i loro preti utilizzavano il cibo come esca per costringere il popolo a convertirsi alla religione anglicana. Dalle coste irlandesi partivano navi colme di generi alimentari che avrebbero potuto salvare la popolazione stremata, e che invece, come se niente fosse e senza il minimo rallentamento, arrivavano regolarmente nei porti inglesi. La pagina più nera della storia irlandese, che però nessuno aveva raccontato sul grande schermo prima d’ora: esistono giusto un paio di documentari. Le premesse sembravano quindi puntare verso la necessità di produrre e girare un sontuoso dramma storico, struggente e divulgativo. Lance Daly invece utilizza la Storia per raccontare una storia di vendetta brutale (alcune immagini farebbero impallidire decine di torture-porn), con inevitabili elementi western, sanguinaria e ribelle fino al midollo. Black 47 è l’ennesimo tassello di un’annata cinematografica memorabile.

Martin Feeney diserta dall’esercito imperiale Britannico, dopo aver combattuto in Afghanistan, ed al ritorno a casa trova solo miseria e cadaveri: sua madre morta di fame e freddo, suo fratello impiccato da un giudice inglese. E’ l’australiano James Frecheville a prestare faccia barbuta e corpo a Feeney, e la scelta è stata azzeccata: la sua vendetta è personale e politica, l’espressione del suo volto è quella di un cavaliere pallido si, di un irlandese dagli occhi di ghiaccio anche, ma fantasma, o un non-morto, e rimarrà identica per tutta la durata del film. Sia che parli pacatamente con qualcuno, sia che decapiti ufficiali e giudici piazzando una testa di maiale sul loro collo. Il suo riluttante antagonista è un altro ex soldato britannico caduto in disgrazia, costretto a cacciare Feeney per evitare la forca (Hugo “agente Smith” Weaving); ma i due hanno combattuto fianco a fianco in Afghanistan, e finiranno per allearsi. Altro volto immenso è quello di Stephen Rea, nel ruolo di un interprete e ambiguo collaborazionista. Purtroppo il minutaggio è invece scarso per Barry Keoghan (Dunkirk, ’71, The Killing Of A Sacred Deer tra gli altri), che indossa i panni di uno stalliere idealista, ma è come sempre talmente bravo da lasciare comunque il segno.

Il nome più utilizzato per indicare quello che è una sorta di olocausto colonialista è The Great Famine, come se si trattasse di semplice carestia. E’ essenzialmente revisionismo, agevolato da una memoria storica nazionale atipica: il ricordo viaggia sotterraneo o quasi da decenni nelle storie popolari, nelle canzoni, nei racconti orali, oltre che nei circoli più nazionalisti. Come se fosse qualcosa di cui non andare particolarmente fieri. Eppure è facile immaginare che in Irlanda il pubblico di questo film sarà schierato totalmente dalla parte di Feeney. E incuriosirà il pubblico non irlandese, spingendolo ad approfondire il tema, e non solo: è anche interessante ripercorrere le pagine storiche della guerra in Afghanistan, con la disfatta dei britannici, che sembra una sorta di prequel delle guerre post-2001.

Colori moribondi, fango sotto i piedi, una foschia onnipresente. Morte e sofferenza ovunque, donne e bambini rannicchiati l’una contro l’altro per cercare di resistere al freddo. Mentre il divieto di utilizzare la propria lingua impedisce agli irlandesi perfino di comprendere di quali accuse debbano rispondere, dentro i tribunali. Tutto l’orrore della colonizzazione è ben visibile, in Black 47, nonostante il cuore del film, lo ribadiamo, sia la vendetta di Feeney. E siamo tutti lì con lui, a ricaricare il moschetto e sgozzare gli invasori.

 

 

 

 

3 pensieri su “Black ’47. Sia lodato il dio repubblicano del cinema.

  1. Un film molto interessante con una tematica che mi ha sempre interessato ma che nessuno ha mai provato a portare sul grande schermo. Lo vedrò!

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