The Haunting of Hill House. Fly Flanagan Fly!


Il sonno della ragione genera mostri. Vero. Ma anche la veglia lo fa. The Haunting of Hill House, signori, prima di tutto, è una terapia, sdraiatevi sul lettino e abbandonatevi quieti al fluire del dolore. Mike Flanagan infatti, dopo vario e proficuo peregrinare, riesce a confrontarsi con la maestà di Jackson senza bruciarsi le ali, anzi, fissando un solco, un discrimine, uno snodo di tutto l’horror contemporaneo.

Può far specie che ci riesca attraverso le forme impure della serie tv, invece che con l’aurea perfezione del lungometraggio, ma tant’è. Prima dei nostri, consensi a gragnola sono giunti dagli Stati Uniti, con pubblico e critica attestati su giudizi di eccellenza: 8,9 è il voto medio degli spettatori su IMDB, in sintonia con l’osanna di riviste quali Bloody Disgusting (“un vero e proprio capolavoro, realizzato attraverso la forma di un lungo racconto dell’orrore”) o di opinion leader quali i nipotini di Roger Ebert. Il plebiscito non è così unanime in Italia, presumibilmente a causa della scarsa propensione a ragionare per generi da dentro i generi, prescindendo da canoni confutabili e aleatori quali originalità, la modalità di fruizione, i tempi e i modi del racconto.

Il genere, dicevamo. L’Hill House di Flanagan cerca di abbracciare l’intero sviluppo dell’horror contemporaneo, partendo, rispettosamente, da Jackson, passando per Henry James ed E.A. Poe, posandosi su Stephen King e atterrando su Spielberg-Hooper, Sam Raimi, James Wan, Alejandro Amenabar, Ari Aster.

Hill (Hell) House è una casa maledetta, posseduta nel senso etimologico di pervasa, popolata, abitata da oscure presenze. Oscure, e solitarie, come si ha modo di re(per)cepire dalla voce narrante nell’incipit. Molte presenze, ma costrette alla solitudine desolata, in un luogo dove coesistono le epoche, la vita e la morte.

L’introduzione – anche qui, etimologicamente, come guida dentro gli ambienti oscuri della magione – avviene quasi incidentalmente attraverso la famiglia Crane: il signor Crane ha rilevato l’immobile per restaurarlo, e procedere a successiva proficua vendita. I Crane quindi, per quanto proprietari, non possiedono definitivamente la casa, la abitano in modo provvisorio. La coabitano, in distonia con spettri quali la Donna dal Collo Spezzato, l’Uomo col Cappello, l’Orologiaio, la piccola Abigail. Babbo e mamma Crane hanno due strani domestici diurni, i Dodley, e 5 figli, i più piccoli dei quali sono gemelli. A ciascuno di essi tocca scendere nell’abisso della condizione umana, confrontarsi a proprio rispettivo modo con il dolore della perdita, con la morte della matriarca. Una morte raccontata, imputabile, presuntamente, ad atto insano conseguente a malattia mentale (“sickness”). Oppure a improvviso raptus uxoricida?

Una morte non vista dai cinque, su cui Flanagan fa luce solo in finire di serie, e la cui elaborazione comincia, quasi freudianamente, da una rimozione fisica, dall’allontanamento dalla casa stregata, per proseguire nel tempo dell’età adulta. Il primogenito, il maschio più grande, sembra sfangarla meglio di tutti: ha fatto – si illude di aver fatto – i conti con il suo passato volgendolo in mercimonio, raccontandolo a modo suo in romanzacci per appassionati dell’occulto; lui, come un Sutter Crane qualsiasi. La sorella più grande invece pare ferma a quella notte fatale, fa la tassidermista, prepara le salme per l’estremo saluto. La terza, la mezzana, è afflitta da capacità extrasensoriali, con la sola imposizione della mani è capace di percepire il dolore altrui (rsvp The Gift), e questo le impedisce anche di vivere appieno la propria omosessualità. I due figli più piccoli, gemelli, sono latori di un’angoscia che si fa addiction: tossicodipendenza per l’uno, tendenza suicida per l’altra. Così però sembrerebbe tutto cristallizzato e chiaro, invece niente lo è: la realtà, a patto che esista, è cangiante, le percezioni sono ingannevoli, tutto sembra accadere, o non essere accaduto, in una sorta di “present continous”, o di “past continous”, meglio. La narrazione scivola da una parte all’altra del tempo senza soluzione di continuità; eventi, che riguardano il vissuto dei protagonisti da bambini, sono raccontati attraverso conseguenze e reminiscenze sui protagonisti in età adulta, e viceversa. Questa dimensione, che, a detta di Flanagan, è direttamente influenzata da serie del calibro di Lost e di Westworld, pare in effetti parecchio nolaniana, Interstellar(e) persino. O wachowskiana, nel modo in cui il sesto senso dei Crane per i fantasmi sembra un Sens8.

O kinghiana, nella misura in cui King raccontò il male, il terrore di It, attraverso i piani temporali intersecati e intercambiabili dei suoi Perdenti. Ma allora è King, il più grande esegeta di Jackson, a diventare la principale fonte di ispirazione di Flanagan. Già in Absentia, il suo primo film, Flanagan omaggiava il Re attraverso una variazione sul tema del “3 Billy Goats Gruff”, il raccontino norvegese sulle capre, il ponte ed il perfido elfo, che è alla base di It. King nella sua declinazione familiare, perché Flanagan osserva e descrive, con passione da entomologo, il vincolo, l’inscindibilità dei legami di sangue, portati fino alle estreme conseguenze. Le famiglie come contenitori di affetti, di dolore, di vita e di morte. Non è un caso che Flanagan abbia diretto, a marchio Netflix, Il Gioco di Gerald (marito e moglie coinvolti), così come non è casuale che sia il regista del Doctor Sleep prossimo venturo, sequel di Shining, la migliore ode alle famiglie disfunzionali dei tempi nostri. Certo, si può, si deve pensare anche a Poltergeist, ad esempio nell’episodio in cui la piccola gemella urla senza essere ascoltata, presente in casa ma invisibilie agli altri, come la Carole Anne (“Help meee”) di Spielberg-Hooper. Anche a pensare a Wan non si fa peccato, al calore del focolare familiare lambito dal fetido refolo degli spettri mortiferi (The Conjuring). King, meglio, l’esegesi di Jackson attraverso King, resta però dominante, come nella grandine che è una pioggia di pietre e devasta il solaio di Hill House (Carrie?). Il tributo si fa chiave semantica, dacchè tutto passa – panta rei? – attraverso la Red Room, la stanza misteriosa di Hill House, una stanza di cui nessuno ha la chiave ma che tutti abitano e usano, loro malgrado e a loro insaputa. Red Room, che si pronuncia “Redrum”, l’inverso di “Murder”, lo stampatello specchiato del piccolo Danny.

La stanza e lo specchio, come in un altro film di Flanagan, Oculus, il vero cuore rivelatore di questo passaggio ad Hill House. In Oculus, due fratelli tormentati, giovani ma adulti, decidevano di chiudere i conti con la casa maledetta del loro passato, attentando all’integrità dello specchio bastardo che era stata la porta per l’inferno della loro famiglia. In Oculus, gli stessi piani temporali, inclinati e declinati, i medesimi stati di allucinazione progressiva, le percezioni ingannevoli e la rimozione dei traumi. Solo che in Oculus il gioco era duale, due attori coinvolti, in Hill House è plurale, sette protagonisti, e allora la serie permette di definirli tutti con l’ampiezza e la profondità dovuta. A proposito di stanze , occorre rimarcare che Hill House sia un’idea di Flanagan, ma anche il risultato di una Writers’ Room, di una squadra eterogenea di scrittori/sceneggiatori che hanno performato sotto l’egida di Flanagan, giungendo con unità di intenti ad un risultato splendidamente omogeneo. 6 scrittori a tempo pieno, malgrado la confezione Netflix ne accrediti solo due nei titoli di testa. La pluralità delle teste pensanti è stata una versa sfida per Flanagan, abituato a cantarsela e a suonarsela da solo. Un sfida vinta alla grande.

Quello che più colpisce è la capacità della serie di essere fieramente contemporanea, pur riproducendo, come abbiamo analizzato, stilemi e topoi della tradizione horror americana. Esistono infatti anche diversi punti di contatto tra Hill House e il formidabile, rivoluzionario Hereditary di Ari Aster, ad esempio la casa sull’albero, che diventa tempio di riti e divinità demoniache, o l’ossessione per le miniature di ambienti domestici. Unica pecca, non imputabile alla maestria di Flanagan, è la campagna di comunicazione via social, che, ai fini di una quanto più diffusiva e ruffiana captatio benevelontiae, presenta i personaggi come fossero macchiette da family fiction, e la situazioni paranormali come curiosità aneddotiche. Non ve ne curate, entrate dentro Hill House con passo felpato ed occhi sbarrati, non vorrete uscirne mai più.

[Anche in Nocturno num.192, Dicembre 2018]

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