The Front Runner, di Jason Reitman. Macho macho man


Jason Reitman non ne sbaglia uno. Otto film in tredici anni: quasi tutte commedie più o meno oscure, tutte con delle lame acuminate nascoste sotto la superficie leggera e (per niente) spassosa. Con vette corrosive che raggiungono i livelli narrativi di Richard Yates. Cinico, amaro, politico. Il capitalismo, i liberal, i Trumpisti da prima di Trump, non manca nessuno nella galleria dei suoi personaggi. Che ora si arricchisce con Gary Hart, il senatore democratico che nel 1988 sarebbe probabilmente diventato presidente degli Stati Uniti, se uno scandalo sessuale non avesse interrotto la sua corsa alle primarie prima, e alla Casa Bianca poi. Non so voi, ma io di Gary Hart ignoravo anche l’esistenza, prima di questo film. Come sono andate le cose DOPO, invece, lo ricordiamo tutti benissimo: i democratici candidarono Michael Dukakis. Un figlio di immigrati greci, contrario alla pena di morte, primo politico americano a dichiarare ingiusto il processo a Sacco e Vanzetti, pro-choice, sarebbe mai potuto diventare presidente? No. E vinse George dabliu Bush. Senza Bush, con Dukakis o Hart alla Casa Bianca, la storia recente sarebbe stata identica? Ci sarebbe stata comunque la Guerra del Golfo? Mah. Trent’anni dopo, porsi queste domande equivale ad un what if? fumettistico, non ha senso e non appassiona. Finchè non arriva Jason Reitman, che ci catapulta nel 1988, dritti nella vita, nell’intimo, nel cuore di un gruppo di persone, esseri umani, donne e uomini, girando un film corale vivo e pulsante, oltre che ovviamente attualissimo. Caotico e apparentemente disordinato, come se fosse guidato da un Oliver Stone illuminato dalla sobrietà di Spielberg. Tutto l’opposto della collezione di strizzate d’occhio inutili che è, per esempio, un film come Vice.

Hugh Jackman è il maschio alfa liberal, abbastanza idealista e ingenuo da credere ancora ostinatamente alla separazione tra pubblico e privato, e la prova maestosa dell’attore australiano è da applaudire fino a spellarsi le mani: ci sono momenti, per una buona metà del film, in cui riesce a rendersi impermeabile, anonimo, un enigma irrisolvibile. Sono le mie idee a contare, e basteranno quelle, pensa e dice. Alla gente non interessa cosa combino in camera da letto. Si rifiuta di accettare la trasformazione dell’informazione che è in atto proprio in quel periodo. E che porta il direttore del Washington Post ad affermare, davanti ai dubbi dei suoi redattori, che bisogna pubblicare la notizia in prima pagina. Tanto, se non lo facciamo noi lo faranno gli altri. Information is becoming entertainment, suo malgrado. E allora un brillante e acuto reporter del Post, che ha il volto del bravissimo Mamoudou Athie, esperto di politica estera ed economia, capace di porre quesiti complessi e di alto livello alle personalità che intervista, si adatta alla metamorfosi. E lo vediamo alzarsi in piedi durante una conferenza stampa e chiedere a Gary Hart se ha mai commesso adulterio.

Reitman, nella scena madre del film, riesce a sintetizzare questo cambiamento (inteso in senso negativo, degenerativo, e forse irreparabile, proprio come il nostrano governo del _) in un vicolo buio, con i protagonisti che si fronteggiano impreparati. Da una parte Gary Hart, dall’altra i giornalisti. Nessuno sa cosa dire e cosa fare, è una situazione inedita. L’imbarazzo balbettante di tutti è il colpo di genio di Reitman, sottolineato dai continui flash del fotografo: è l’unico che “sa” cosa fare, anche se lo fa con gli occhi sbarrati ed eccitati di una belva che pregusta la sua preda, e continua a scattare protetto dai corpi dei colleghi. Come un reporter di guerra, embedded.

Il regista ha affermato che nel film non ci sono buoni e cattivi, solo persone che cercano di fare il proprio lavoro, di fare la cosa giusta, mentre il mondo attorno a loro cambia improvvisamente e tutto diventa tremendamente confuso. In realtà i cattivi ci sono, e sono tutti. Tutti gli uomini. Ad essere buone, o perlomeno innocenti, sono le donne. Una moglie tradita e assediata, una ragazza, Donna Rice, ridotta a oggetto sessuale e marchiata a vita, una reporter che si pone le domande giuste evocando i vari Weinstein che affollano le stanze del potere, una componente del comitato elettorale che è l’unica ad ascoltare la Rice senza guardarla dall’alto in basso. Reitman concede loro il giusto spazio e una sostanziale purezza, indiscutibile e inevitabilmente militante.

Sono tanti i grandi temi che The Front Runner mette sotto i riflettori, fottendosene giustamente di tutti gli argomenti pruriginosi e proto-populisti/cospirazionisti/complottisti che contano meno di zero, oggi, a disastro avvenuto. Chissenefrega dei dettagli hot, chissenefrega se lo scandalo è stato architettato dai servizi segreti e/o dallo staff di Bush.

Quello che conta è nelle parole di Matt Bai, autore del romanzo dal quale il film è tratto: dopo questa vicenda, ogni candidato è visto come un potenziale fedifrago, e ognuno di loro è seguito con le stesse identiche modalità delle star, delle celebrità. Creando questo processo, si ricalca nella politica il mondo dell’intrattenimento. Il risultato inevitabile porterà gli intrattenitori dentro la politica.

Et voilà.

 

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