Message Man, di Corey Pearson. Quota 100 anche per i cecchini


Ve lo ricordate il mascellone di Daniel Greene? Era Paco, il cyborg protagonista di Vendetta Dal Futuro (il Terminator di Sergio Martino). Mi tornava in mente ad ogni primo piano di Paul O’Brien, che qui recita (…) nel ruolo di Ryan Teller, un cecchino in pensione. Evidentemente ha raggiunto quota 100 negli ultimi giorni del 2018, il traguardo che sognava di tagliare anche Duncan (Mads Mikkelsen) in Polar. I tagli, non al welfare ma direttamente nelle carni, hanno quasi ucciso Duncan, ma questa è un’altra storia. Paul O’Brien, australiano come il regista Corey Pearson, è cresciuto in tv fianco a fianco con Chris Hemsworth. Se quest’ultimo ha preso una brutta strada diventando Thor, O’Brien non si è montato la testa, è rimasto un bravo ragazzo dedito al suo onesto lavoro: assassino a pagamento. Il titolo del film era il suo soprannome: quando parlava, la gente ascoltava e di solito immediatamente dopo moriva.

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La storia comincia in acqua, Ryan vive sulla sua barca e si fa i fatti suoi. La barca ondeggia placidamente nell’arcipelago indonesiano, finchè non si rompe un pezzo che costringe il pensionato a mettere i piedi sulla terraferma, avventurandosi nel villaggio più vicino alla ricerca di un meccanico-saldatore.

Si, Indonesia: l’unico paese che si scrive Indonesia e si pronuncia The Raid. Almeno una faccia – e un machete – che abbiamo già visto in quel filmetto esistenzialista spunta anche in Message Man, e non è ovviamente l’unica analogia. La palpitante patria dell’action hardcore e di Iko Uwais – che qui non c’è, putrtroppo – sta inanellando una serie di titoli (non trascurate The night comes for us) più o meno da bava alla bocca e Message Man è degnissimo ultimo arrivato.

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Ryan trova il meccanico, ma trova anche qualcosa che non è abituato a gestire. E che forse non ha mai gestito in tutta la vita, per quanto ne sappiamo del suo passato. L’amore. Si affeziona a Doni, un ragazzino, e poi alla sua giovane e bella mamma. L’idillio dura pochissimo, non temete. Un’auto piena di facce bruttissime investe il ragazzino, e la maschera da pensionato-baby tranquillo e pacifico di Ryan va in mille pezzi. Le facce bruttissime appartengono a una cosca che rapisce e costringe le ragazze del villaggio alla prostituzione, con metodi che al confronto i lager libici sono ostelli della gioventù.

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Non è che devo raccontarvi tutto il film, però. Il passato di Ryan svolge un ruolo chiave, com’è ovvio e giusto che sia. Lascia l’amaro in bocca solo lo spazio ridottissimo concesso ad un suo, diciamo, ex-collega: un cecchino letale che lo accompagna lungo la strada della vendetta, e che meriterebbe uno spin-off tutto suo.

Message Man ci è piaciuto molto: il sangue scorre generoso, la violenza è ultra, la storia regge, il cattivo è un palazzinaro spietato, gli attori indonesiani sono molto più che texture per il bel paesaggio. Anche i soldi li ha sborsati un produttore locale, e Corey Pearson è stato bravo a scrivere, far aprire il portafogli al produttore e poi dirigere. Niente male per un debuttante.

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