Dragged Across Concrete. Il cinema che ci piace, dalla A alla Zahler


Tre su quattro. 75%. Le percentuali sono importanti, sono. Su Bone Tomahawk fummo antesignani, quasi profetici, ma noi precog siamo fatti così, a volte l’azzecchiamo, altre volte pure. Su Brawl in Cell Block 99 spendemmo poche parole, per lo più a carattere commerciale, ma già lì eravamo in buona numerosa compagnia, tanti critici a magnificare la ultranuova ultravia all’ultraviolenza, indi preferimmo scomparire nella sordina, chè il lavoro è bello quando è sporco. Venne poi la ricerca del plot occulto, e fu Puppet Master: the Littlest Reich, di cui procrastinammo i convinti elogi ad un dossier di Nocturno prossimo eventuale. Non recuperammo mai The Incident, forse lo faremo, forse no, quindi ribadiamo: 75%. La soglia necessaria per conseguire la patente di esperti conoscitori di Craig Zahler, esperti veri, non infatuati da festival o da pruriti oculari di stagione, Dragged Across Concrete.

Che è un film straordinario. Dura una vita, e per tutta la durata urla allo spettatore di essere un film straordinario. Una rappresentazione in cui Zahler domina, imperversa, spadroneggia. Padrino delle inquadrature, sovrano dei dialoghi, degli ammiccamenti, delle interpretazioni. Mago della colonna sonora in funzione significante. Regista e sceneggiatore, padre padrone. Zahler rules, nel pieno controllo di sé e della sua opera di genere. Di generi. Proviamo ad elencarli: noir, western, heist, buddy, ghetto. In percentuali variabili, come i giochi di quote che punteggiano i dialoghi lungo tutta la narrazione. I cambi di registro, le u-turn in corso d’opera sono frequenti, improvvise, brutali. Sono deflagrazioni, scoppi, squarci. Zahler si fa rispettare, di più, si fa temere, occorre tenere gli occhi sgranati e gli sfinteri serrati, i suoi agguati possono essere mortali. In generale, la sua caccia all’attenzione dello spettatore segue una strategia sorniona, non nuova, ma tremendamente efficace: usa topoi e cliches per lusingare, blandire, apparire già visto e familiare, poi affonda uno, al massimo due colpi e zac!. Determina personaggi in modo democratico, protagonisti o non fa lo stesso. Caratterizza tutti fino al parossisimo, conferisce e sottrae personalità a corpi menomati, offesi, mascherati, imbolsiti. In special modo con l’uso dei dialoghi. Sono le parole il mezzo preferito per comunicare straniamento, per preparare gli shock a rilascio successivo: parole già sentite, o reiterate come ritornelli, o del tutto decontestualizzate. L’uso dei dialoghi, al pari della costruzione maniacale della messa in scena, avvicina Zahler ai fratelli Coen nella loro declinazione urbana. Che è propedeutica al quentintarantinismo di Zahler, al gusto per una americanitudine da working class che deve molto alle affabulazioni di Elmore Leonard. Familiarità con i mostri sacri, ma parentela pure con Ben Wheatley, almeno con il Free Fire degli sparazzi e dei corpi vulnerati e striscianti.

Zahler non è un innovatore, è piuttosto un bombarolo reazonario: è in guerra, il suo nemico è un presente filmico piegato all’ipertrofia di visione, alla cancrena dei punti di vista one-to-one, dei footage, dei video amatoriali, dei video leakati, che non interpretano, ma falsano e contraffanno nel momento stesso in cui pretendono di assurgere a visione del reale. I due investigatori, il buono e il cattivo, il vecchio e il giovane, fanno il blitz contro il narco? Ed ecco che un video li inchioda a cambiare il racconto, a cambiare traiettoria, perché tutto deve essere fair and polite. C’è uno scontro all’ultimo sangue? Ed ecco emergere una figura, potrebbe essere un cecchino, è invece un voyeur, riprende sparatoria e massacro con finalità ricattatorie. Immagini rubate all’inizio ed alla fine della storia: il centro, il nucleo della storia, la mattanza della rapina in banca, resta quasi non vista, anche se il “quasi” è un esecuzione sommaria atroce, disumana. Indimenticabile. Se il nemico è invisibile – o camuffato, mascherato – tutti restano sotto attacco: in questo Dragged Across Concrete sono le donne a pagare il fio più alto, e sono anche le razze, meglio, i pregiudizi razziali, usati come propulsori di azione e anche come vettori di umorismo.

Un film prepotente, un regista prepotente (pretenzioso ?), consapevole. E poi, Mel Gibson nell’alto del suo cielo, e Vince Vaughn che performa da par suo. Uno spettacolo.

 

 

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