Noi, di Jordan Peele #daunideadiFrankieHinrg


Sono intorno, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo. Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio. Anche noi, finalmente, abbiamo visto Noi. Nel senso che ci siamo incontrati per vederci, dikot+omiko, e siamo andati al cinema a vedere Noi. Noi, Us, United States. Quella che avete appena letto sono frasi di disambiguazione, è dikot che vi parla, ho preferito giocare subito il jolly della facile ironia, per poi andare al sodo. Noi, dunque, di Jordan Peele. Noi a Jordan vogliamo bene, perché è uno di noi, gobble gobble, one of us. Va bene, adesso basta, giuro. Partiamo.

Noi ha un merito incontrovertibile: ha messo d’accordo i critici di tutto il mondo su quanto sia stato grande ed epocale Get Out. Al tempo i più osannarono, i meno borbottarono, eccependo chissà quali discrasie nella sceneggiatura, nelle interpretazioni o nei metasignificati. Oggi, invece, i tutti si ritrovano sul massimo dei voti, con lode e plauso della commissione, per quel film, sebbene in relativo, perché lo paragonano appunto a Noi.

Ci sta anche che un regista, invero sì audace e promettente, venga valutato in itinere nel cursus delle sue opere, sebbene questa idea del continuo progresso verso la perfezione sia reazionaria e assai ingenua. Quello che non ci sta è relativizzare, ancorarsi al paragone quando sotto i piedi frana il terreno del metro di giudizio. Pensare a Peele come ad un superdotato paladino della questione razziale è spregiativo, sminuente, fuorviante. In Us Peele non parla di razze. Al massimo parla di classi. Anzi no, forse parla di generazioni, e di epoche. A guardar bene, nemmeno in Get Out parlava di razze, non era un bianchi-contro-neri ma potenti-contro-resto-del-mondo, se volete saperne di più a riguardo commentate questa rece e io vi risponderò.

Nello specifico: in Noi c’è un passato, il 1986, contrapposto ad uno dei futuri possibili, l’oggi, più o meno il 2019. Ma questo oggi è il presente, che non è interpretabile, né storicizzabile, in corso d’opera. Lo sarà, appunto, quando sarà passato. Il 1986 è un insieme di eventi accaduti realmente, ma è anche, secondo Peele, un insieme di eventi accaduti virtualmente, veri solo nella misura e nel modo in cui sono stati raccontati dalla TV: la solita grancassa mediatica, la solita vasca di deprivazione sensoriale. La TV, allora: nell’intro racconta di un evento epocale, che a conti fatti, negli anni a seguire, si sarebbe rivelato un flop totale, all’insegna della solidarietà pelosa e del paternalismo d’accatto. La quintessenza dell’edonismo reaganiano, forse, a celare una società dimidiata nei suoi conflitti e nelle sue sanguinosissime contraddizioni. Quel che rsta di un’ereidtà vittoriana, puritana, con la polvere (da sparo) nascosta sotto il tappeto, insieme a millanta creature condannate a strisciare nell’oblio.

Lo sviluppo del film è tutto un detour, una deviazione: una bambina, durante un momento di tempo libero – tempo, libero – trascorso con famiglia al luna park, segue un percorso imprevedibile, si smarrisce, fa uno strano incontro. Non è LA Città Incantata di Hayao Miyazaki, è US, di Jordan Peele. Intorno a lei, prima e dopo il punto di rottura, si succedono comportamenti e frasi stereotipate, luoghi comuni. Finzione, contestualizzata finzione. E’ cinema consapevolmente di genere, quindi un uso massivo di topoi è opportuno. Passando dal 1986 al futuro possibile determinatosi, nell’anno 2019, si ritrova quella bambina che è donna, moglie e madre, in un altro momento di tempo libero, al principio di una vacanza, in luoghi che sono un intorno del buco nero in cui era precipitata allora. Continuano i topoi, la satira sociale si alterna ad una introspezione che è più mimica e gestuale che parlata, fino all’arrivo di una nuova rottura dell’equilibrio. Il nemico arriva alle porte. Già, ma il nemico chi? Da dove? E perché? Domande in sospeso, mentre l’azione si fa rutilante, uno spettacolo di visione tra i registri stilistici dell’home invasion, del survival, della fantascienza vintage. Sospiri, grida, risate, e occhi spalancati ad ammirare Peele e la sua magniloquenza visiva. La successione degli eventi non distoglie dal centro di gravità del racconto, che è lo sguardo su una persona in cerca, o in difesa della sua identità. Persona, dall’etimologia latina, significa maschera. La maschera di Lupita Nyong’o, che per questo film è stata opportunamente istruita dal regista, mediante la visione necessaria dei seguenti titoli:

  • Dead Again
  • The Shining
  • The Babadook
  • It Follows
  • A Tale of Two Sisters
  • The Birds
  • Funny Games
  • Martyrs
  • Let the Right One In
  • The Sixth Sense

Non so se Jordan abbia poi interrogato Lupita, certo è che costei ne ha tratto un’interpretazione magistrale, bipolare, fenomenale, una sorta di Split di Shyamalan al femminile.

Fin qui, la banale ovvietà del mio pensiero. Sarebbe il momento di scendere, o di salire nel profondo delle contraddizioni di Us: non lo faccio, laicità mi impone di ammettere la mia inadeguatezza. Non ho capito molto dell’epilogo, o degli epiloghi. Non che non abbia colto i twist, è solo che sono rimasto con una sensazione di intellectus interruptus, sento che mi sfugge parte preponderante del/dei metaforoni. Meglio limitarmi a quanto sopra detto: c’è il 1986, ed una futuro potenziale dopo, sconvolto dall’avvento di un ulteriore futuro potenziale. Certo, almeno credo, è che Us è un film di genere, di guerra, di lotta, prima che un horror o un thriller. Una visione magnifica, con inquadrature ad alzo zero, come se il punto di vista fosse sempre di un bambino che guarda al mondo degli adulti in modo sghembo, distorto da un falso riflesso.

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