Il Campione, di Leonardo D’Agostini. In panchina Rovere e Sibilia: è gia scudetto!


C’è una scena, in questo film, nella quale Accorsi – un professore preso a schiaffi dalla vita e prossimo al punto di non ritorno – invece della sua tristissima Multipla si trova a guidare una Lamborghini. Un’esperienza capace di generare adrenalina anche nei quasicadaveri, come il professore. E infatti urla di gioia mentre accelera, sfrecciando sul grande raccordo animale (meno male che Appino c’è) come in preda ad un orgasmo cosmico. Veloce, Veloce come il vento: un film che ci stregò, necessario come una lunga sorsata di birra fredda dopo otto ore di sole e sabbia. Semplice, divertente, sincero, zero pippe e tanto cuore pulsante. Lo firmava Matteo Rovere, era il 2016, la metamorfosi era già in corso: stava diventando una sorta di Jason Blum de noantri. Veloce come il vento e Il Campione sono fratelli, qui Matteo Rovere produce insieme a Sydney Sibilia, e se forse è ancora presto per dire “due nomi una garanzia”, sono entrato comunque in sala estremamente fiducioso. E infatti, Il Campione è un film epocale.

Gli anni passano, ed è un bene. Anche per Stefano Accorsi, che migliora sempre più. Dopo i sessanta sarà probabilmente il miglior attore italiano. (Dopo i novantacinque tra i migliori del mondo. Dopo i … ok, basta). Tossico esuberante, irascibile, sudicio e simpaticissimo in Veloce come il vento, professore devastato dalla vita e dalla mancanza di soldi ne Il Campione: il primo era un personaggio totalmente immerso nella provincia meccanica, il secondo risiede nella capitale. Ma è una figura familiare, oggi, e da più di un decennio ormai, in ogni angolo del paese, da nord a sud. Famiglia a pezzi, problemi economici, solitudine, rischio depressione, zero prospettive. Scatta l’identificazione, insieme ad un malessere strisciante, quando è costretto (per contratto, per i soldi) a seguire il campione come un cagnolino, deriso da tutti, cercando di fare il suo lavoro apparentemente privo di senso. Come se fosse la terza e ultima chiamata del Navigator.

Il campione è un ventenne, fenomeno sul campo e normalissimo ventenne fuori: nato in un quartiere popolare, teppistello con amici teppistelli, allergico ai libri, incubo dei dirigenti. Sempre all’insegna della semplicità, e delle semplici regole che la maggior parte dell’industria-cinema italiano ignora o fa finta di ignorare, il rapporto tra i due protagonisti segue un percorso noto e prevedibile, ma proprio per questo, perfetto. Emozionante, coinvolgente, profondamente morale. Privo, addirittura, di eccessi compassionevoli o moralistici. Ancora, non manca il procuratore rampante, il finto amico smart che spreme ogni secondo della vita del ragazzo per cavarci più soldi possibile, superato addirittura a destra dal padre del campione: è lui il personaggio peggiore, viscido come pochi, debole, bugiardo. Ulteriore pedina necessaria è la ragazza umile che studia per diventare medico, e se ne frega dei soldi e della fama.

Coming of age, certo, buddy-movie anche. A chi storce il naso per la presuntà banalità del “messaggio” morale del film – che è un invito a pensare con la propria testa, e per farlo occorre studiare e conoscere – ricordiamo lo stato di rovina di questo paese e del suo livello culturale. Nell’Italia del questo lo dice lei e delle accuse di buonismo chic a chiunque non si comporti da pezzo di merda, un messaggio del genere è praticamente rivoluzionario.

Anche se il calcio è poco più che texture nel film, c’era il rischio che crollasse tutta l’impalcatura: sarebbe bastato sbagliare le scene di calcio giocato, o sabotarle con effetti speciali scandalosi (o peggio, inserendovi veri giocatori di serie A, notoriamente mostri di recitazione). Invece anche sul campo l’esordiente Leonardo D’Agostini vince, e con lui tutta la squadra di produzione. L’Olimpico è quello vero, il manto erboso arriva da Pisa, insieme ai calciatori. Gli effetti digitali hanno fatto il resto, congiungendo i due ambienti in maniera perfetta. Per una storia ispirata da Balotelli e Cassano (quelli che i benpensanti hanno sempre additato come i “cattivi ragazzi”, come se un pischello che gioca a pallone, ricoperto di soldi, dovesse fare da modello ai loro figli!) e applaudita da Totti in una preview esclusiva, la messinscena dei pur brevi frammenti giocati era fondamentale. Quindi bene, benissimo così. Auguriamoci che il Campione sia tale anche al botteghino, se lo merita.

Anche per il tempismo perfetto: questo film è arrivato sugli schermi al momento giusto, ed è stato capace di farmi dimenticare di colpo una delle peggiori esperienze cinematografiche degli ultimi tempi: Dolceroma. Esattamente l’opposto de Il Campione.

 

 

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