Pet Sematary, di Mary Lambert. Mai dire Maine!


I made it through the wilderness, somehow I made it through, didn’t know how lost I was, until I found you. Che tradotto al maschile suona così: Sono passato in zone selvagge, in qualche modo ce l’ho fatta, non sapevo quanto fossi perso, finché ti ho trovato. Le terre incognite, la ricerca, l’amore, la follia.E’ la intro, è l’incipit che vale un decennio, gli anni 80; è la prima strofa di Like a Virgin, Madonna sings. uno dei primi videoclip della storia: lei, tutta croci catene e cinghie, eternata mentre canta serpeggiando, in su una gondola tra i canali di Venezia. A dirigerla una donna, Mary Lambert, l’artefice delle prime rappresentazioni metamorfiche di Nostra Signora del Pop: è Lambert che dirige Borderline, poi Like a Virgin, Material Girl, La Isla Bonita, Like a Prayer. Da Madonna agli Eurythmics, Janet Jackson, Whithney Houston and so on. Tanto glitter che scende su tanti freak impazziti. Fino al cinema, il cinema vero, quello prodotto dalla Paramount. E’ il 1989, Lambert è colei che gira Pet Sematary, tratto dall’omonimo capolavoro di Stephen King. Lo gira con il placet del Re (o dello Zio), che sulla scelta del regista si riserva diritto di veto. Perché proprio Lambert?

I bene informati ne parlano come di una seconda scelta: trattandosi di morti che a volte ritornano, e sovente azzannano, King avrebbe voluto George Romero, amico già coautore di Creepshow, solo che Romero era alle prese con il suo Monkey Shines. Lambert allora, forse in virtù della sua amicizia con i Ramones (adorati anche da Stephen), che infatti entrano prepotentemente nella colonna sonora del film. Quale che sia il motivo, è certo che Lambert ha pochissima esperienza nel cinema in toto, nessuna nel cinema di genere, ma questa è la chiave vincente. Approccia alla storia del Cimitero Vivente – orrido titolo della versione italiana – in modo differente: non conta (soltanto) l’orrore, non la paura. Conta l’amore, la perdita, la follia. La storia del libro, in fondo, è vecchia quanto la mortalità del genere umano: c’è un uomo che non si rassegna al fato, alla scomparsa di un figlio, e discende nei suoi personali inferi per riaverlo indietro, incappando in una terribile maledizione. Certo, King trae spunto da elementi biografici di poco conto, trasfigurati da quella fucina ineguagliabile che è il suo cervello. Certo, Pet Sematary nasce dal solito caro humus gotico, dalla trimurti Dracula-Frankenstein-Jekyll+Hyde con l’innesto della Zampa di Scimmia, racconto di William Wymark Jacobs. Certo, l’opera è una classica storia americana, esiste solo in funzione di una piccola comunità di provincia, in un piccolo staterello, il Maine, ai confini con il Canada. Gli elementi contestuali e locali sono forti, ma è al significato universale che Lambert mira. Guarda all’amore, e alla perdita.

Lo chiarisce egregiamente un documentario sul film: Unearthed & Untold: The Path to Pet Sematary, del 2017. Spentasi ogni eco degli slasher già agli inizi degli anni 80, infiochitasi la produzione di fantascienza che aveva segnato il secondo lustro del decennio, nel 1989 il pubblico chiedeva una nuova via per riflettere sul dolore: “cosa farei se potessi riavere indietro un caro estinto?”. Questa la domanda cogente. Da coniugare, nel caso di Pet Sematary, con una indagine sui sentimenti di un uomo, su cosa sia disposto ad accettare per amore, fino alle estreme conseguenze del sacrificio personale, del sé e della sua famiglia, la sua casa di Jack (rsvp Lars Von trier). Pet Sematary come un introspettivo cuore di tenebra, tutto al maschile nelle figure chiave: persino Zelda, personificazione bambina del senso di colpa, morente di meningite e da meningite sfigurata, è interpretata da un maschio. Lambert inscena virili corrispondenze di amorosi sensi, virili scontri a mani nude davanti ad un altare funebre, e cannibalismi, e accoltellamenti, e apparizioni di angeli custodi spiaccicati. Omette, invece, di dare volto e corpo al Demone, all’entità, al vero protagonista del romanzo di King: il Wendigo. Il Diavolo dell’inverno e della fame, secondo Algonchini ed altre tribù del nord-est americano.  Nella pagina scritta, nulla faceva paura come l’incontro tra il protagonista e questo spirito terribile, gigantesco, ubiquo, volto pedissequamente a riappropriarsi degli antichi territori dei suoi adepti, i nativi americani, attraverso una pletora di invasori (i bianchi anglosassoni) morti male e resuscitati peggio. Nel film di Lambert è la libera scelta che fa precipitare nell’abisso, le colpe dei padri ricadono sui figli e le mogli, ma non c’è traccia visiva del Wendigo. Alcuni lo rintracciano in una generica immanenza del male, altri in fenomeni atmosferici che preannunciano eventi sinistri. La verità è che Lambert umanizza ed interiorizza, non guarda al soprannaturale ed al religioso in senso stretto. Una scelta dettata dalla sensibilità e dal tempo, pare, del tutto inversa a quella che sembra la strada dell’horror contemporaneo: per citare uno dei più recenti, fulgidi esempi di dramma familiare in salsa soprannaturale, Hereditary di Ari Aster si accende di luce fiammeggiante solo nella consacrazione di Paimon, il demone che finalmente va ad abitare un corpo mortale. Omettere il Wendigo significa tradire King. Eppure, il legame creatore/opera resta fortissimo, e di conseguenza anche la genesi del film è pesantemente influenzata da Stephen King. King  ne scrive la sceneggiaturae e segue tutta la lavorazione, dacchè le riprese sono effettuate proprio nei suoi luoghi sacri del Maine. I suoi meriti insomma, nella riuscita di uno dei film più disturbanti e malsani del famigerato decennio dal quale non usciremo mai, sono almeno pari a quelli di Mary Lambert. Curioso, visto che tutto nasce da un libro inizialmente segregato nel buio di un cassetto, trattato come il figlio deforme di tante storie dell’orrore, nato in un periodo oscuro nella vita del maestro. Ed emerso dalle tenebre del manuscript sematary anni dopo.

Le disavventure dei Creed diventano urban legend nel sequel, disconosciuto dallo scrittore e diretto ancora da Mary Lambert. Pet Sematary 2 non ha ovviamente alcuna ragione d’esistere a parte la ricerca del profitto, e si vede. Comincia addirittura con il metacinema, è il 1992 quindi non mancano bullismo e padri violenti, mancano invece tutti i fondamentali del primo film. Il giovane protagonista è Edward Furlong, appena uscito da Terminator 2. Aumentano solo il sangue e le uccisioni andata e ritorno (una catena di Sant’Antonio zombi, in pratica), in modalità exploitation. Eppure, la regia di Mary è ancora una volta notevole, e l’impressione è che si sia divertita assai.

 

[Anche su Nocturno num. 196, in edicola]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...