Una musica può fare, nininni, biopic, black metal …


In quel film c’è tutta la mia personalità. E’ grandioso, totalmente anarchico. Parola di Kurt Cobain, il film è Giovani guerrieri (Over The edge, 1979). Diretto da Jonathan Kaplan, ispirato da fatti di cronaca, metteva in scena gli adolescenti americani e la loro rabbia contro il sistema. Nessuno pensava a loro, niente era progettato per loro, e allora affanculo tutto. Droga, alcool, violenza, scontri con la polizia. Tutto molto punk: e infatti Kaplan, che aveva conosciuto da vicino il fenomeno dei Sex Pistols, ci vide proprio quello nello script: questi ragazzi erano punk americani, e il film doveva essere un film punk, grezzo e pulsante, con attori non professionisti.

E’ facile comprendere l’amore di Kurt Cobain per Over the edge, che ispirò anche il video di Smells like teen spirit. Nel 2015, ventuno anni dopo la sua morte, e dopo cascate di glorificazioni, sciacallaggi assortiti, documentari inutili e tentativi autoriali come quello di Gus Van Sant, Brett Morgen realizza Cobain: Montage Of Heck, che rende giustizia all’essere umano triste, sofferente, bellissimo e geniale che rispondeva al nome di Kurt. E lo fa con un film, esempio altissimo di cinema, seguendo la sua idea e la sua visione, che è orientata a svelare l’anima del protagonista attraverso le tracce disseminate nel corso della sua vita. Interviste, canzoni, foto, video, disegni, frasi. Una montagna di frasi, scritte dovunque, dolorosamente coerenti tra loro, a formare un percorso che vale una sceneggiatura: sembra che sia Kurt Cobain ad essere utilizzato come un soggetto, capace di alimentare i frammenti video, le sequenze animate (efficacissime), e di ispirare un montaggio che è straordinario. Una dinamica opposta alla diffusa tendenza del documentario, o del biopic mainstream, che cerca di fornire con ogni tecnica un piedistallo sul quale elevare e martirizzare la figura dell’artista, tutta paillettes e luce riflessa. Alla larga. Rifugiamoci negli scantinati trasformati in sala prove, nella sincerità disarmante del punk-rock, negli occhi tristi di chi urlava il suo dolore, il suo terrore di essere ridicolo, la vergogna più insostenibile. E vedeva platee oceaniche reagire con entusiasmo inconcepibile. I am stupid and contagious. Un virus contagioso come l’amore: arriva Courtney Love, come arriva la dark lady a metà di un film noir. Lei consapevole, siamo la coppia rock più bollente dai tempi di Madonna e Sean Penn. Le riviste glamour li accostano a Sid e Nancy, a Yoko e John: lui che altrove sputa sui Beatles qui invece le canta And I Love Her, solo chitarra e voce, un unico brivido che strappa il cuore e la pelle. Pochi mesi prima dell’uscita del film di Morgen, i superstiti dei Nirvana si esibirono per celebrare l’inclusione della band nella Rock and Roll Hall of Fame. Con loro, sul palco, a cantare Smells like teen spirit, salì Joan Jett. Kurt avrebbe approvato con un sorriso sincero. Joan Jett è interpretata da Kristen Stewart nel biopic dedicato alla sua band The Runaways (2010), diretto da Floria Sigismondi, già regista di videoclip molto nocturniani. Tanto per chiudere qualche centinaio di cerchi, Floria era al lavoro su un progetto di biopic dedicato proprio a Kurt Cobain, ancora in fase di stallo per quanto ne sappiamo. The Runaways mette subito le cose in chiaro: comincia col rosso di una grossa goccia di sangue sull’asfalto, sangue mestruale che cola lungo le cosce della lolita per eccellenza, Dakota Fanning, nei panni di Cherie Currie. Diventerà la cantante e sex symbol della band, desiderio proibito di platee sterminate. Dakota e Kristen, star attualissime e teoricamente lontane anni luce dalla California di metà anni 70, risultano perfettamente credibili e autentiche, calate alla perfezione in ruoli che appaiono le versioni androgine di Keith Richards e David Bowie. Merito dell’occhio esperto della regista, della fotografia granulosa e sporca, della cura maniacale per ogni dettaglio. Un film che è una fotografia perfetta del rock and roll, immortalato nell’istante in cui veniva contagiato dal punk. Le due eroine sono in rivolta: contro l’ingessato maestro di musica di Joan Jett (le ragazze non suonano la chitarra elettrica) e il pubblico di un concorso scolastico, davanti al quale Cherie performa una canzone di Bowie, viene sommersa di insulti e oggetti, e abbandona il palco dopo aver mostrato il dito medio al pubblico. Il film procede per la sua strada, imperfetto e altalenante, ma costantemente vivo e selvaggio. Corre a tutta velocità lungo l’arco temporale che coincide con la carriera della band, puntando i riflettori sulla maledetta trinità sex drugs and rock’n’roll, ed ognuna delle tre divinità è adorata in maniera eccessiva, ripresa con un piglio quasi exploitation, sacrosanto e coinvolgente. La Sigismondi non tralascia le macerie emotive e fisiche che crollano addosso a queste barely legal teens, sfrontate e coraggiose, e nemmeno lo scontro di personalità che produce scintille e passione, sia tra le ragazze che con il furbo produttore Kim Fowley (Michael Shannon, sempre scatenato quando gli affibbiano ruoli glam come questo!). Eppure sono tutti elementi secondari, il baricentro del film è il sesso. Sesso che le due girls fanno tra di loro, con i ragazzi e le ragazze, che trasmettono in ogni istante di ogni loro concerto. Inevitabile, perchè si, ok, è un film su una rock band. Ma se la rock band è composta di ragazze a stento diciottenni, l’unica argomentazione credibile sono gli orgasmi e le erezioni. E Floria Sigismondi lo sa benissimo. Alla fine della visione, anche lo spettatore che ignorava l’esistenza delle Runaways avrà voglia di ascoltarle. E questo significa che il film ha colpito nel segno. Il pubblico di Heavy Trip (2018), opera prima dei finlandesi Juuso Laatio e Jukka Vidren, avrà invece voglia di riascoltare il symphonic post-apocalyptic reindeer-grinding Christ-abusing estreme war pagan fenno-scandinavian metal degli Impaled Rektum? Probabilmente si, e sarà tanta la delusione: la band non esiste nella realtà. Questo è un film che un distratto archivista potrebbe accostare a Lords Of Chaos per i due tag ricorrenti: Scandinavia e metal estremo. Siamo invece all’estremo opposto, questa è una purissima commedia che nasce come figlia (neanche tanto illegittima) di Blues Brothers e dei Simpsons. Lo script è semplicissimo e completamente derivato da una pletora di titoli precedenti: in un piccolo paesino finlandese una band di losers metallari si esercita da dodici anni e non ha ancora scritto una canzone. Il sogno comune è quello di partecipare ad un grande festival metal norvegese. Come impongono i topoi del genere, dietro i growl infernali e i riff di chitarra violentissimi ci sono quattro ragazzi semplicissimi, complessati, megalomani, ingenui e sfigati. Provano nello scantinato di un macello, e quando la carcassa di una renna finisce incastrata nel tritacarne, il rumore che provoca commuove il chitarrista (si tratta del macello di famiglia) che esclama, con il volto illuminato, “ecco il sound giusto!”. La prima parte vola bassa, leggera e dolce, e ci sono tutti: l’antagonista allupato, la ragazza contesa, i bulli che chiamano checche i metallari con i capelli lunghi, la musica come valvola di sfogo in un contesto piatto e provinciale. Ma la seconda parte sfonda la barriera dell’iperspazio, e diventa un road movie irresistibile, a cominciare dalla geniale foto promozionale della band scattata con l’autovelox. Il livello sale ancora con la polizia di frontiera norvegese, ossessionata dall’integralismo islamico, impegnata a fronteggiare la minaccia terroristica proveniente dalla Finlandia, con un livello di comicità che rasenta La guerra lampo dei fratelli Marx, e l’arrivo “trionfale” sul palco del festival, grazie ad una nave vichinga, in un tripudio di follia che rappresenta il fratello demente del capolavoro di John Landis, tra getti di vomito epocali e citazioni irriverenti (siamo in missione per conto di Satana). Ma l’elenco delle gag è sterminato, e comprende una bara che fa crowd-surfing! Non possono mancare le renne, ovviamente, che ispirano, nutrono, agghindano. E uccidono. Se uno dei creatori di Jackass dirige un biopic sui Motley Crue, ovvero i quattro cazzoni più casinisti degli anni 80, cosa può venirne fuori? Esatto: un film inutile, quasi privo di musica, e nemmeno tanto fedele alla realtà, anche perché tratto dalla loro autobiografia. E quanto può essere preciso e credibile un libro di memorie di quattro tossici costantemente stravolti? Poco, molto poco. Eppure, o proprio per questo, The Dirt è un film estremamente divertente. Distrugge a spallate la quarta parete, con i quattro membri della band che a turno fanno da voce narrante, distorcendo la realtà (e confessandolo candidamente al pubblico, manco fossero compari di Deadpool). Sbatte in primo piano tutti gli elementi che sono stati cancellati dall’edulcoratissimo Bohemian Rhapsody (e l’imminente Rocketman dedicato a Elton John pare seguirne le orme), e la prima scena fa scattare la standing ovation: uno squirt torrenziale che inonda i partecipanti ad una delle tante leggendarie feste della band. Ed è tutta lì, forse, la storia dei Motley Crue. Anzi, di tutto il fottuto decennio del quale sono stati degni protagonisti. Belli, sporchi e cattivi, certo. Le droghe, le orge, le stanze d’albergo distrutte. Sembra esserci anche il lato oscuro della storia, con le tragedie umane che hanno devastato la vita dei glam-rockers. Sembra. Che poi è la parola chiave degli anni 80. In realtà tutto è raccontato con tempi e tecniche da cartoon, o da sketch: il titolo più appropriato avrebbe potuto essere Tutto quello che avreste voluto sapere sui Motley Crue ma non avete mai osato chiedere. E mancano del tutto le pagine davvero oscure (le donne maltrattate, stuprate, picchiate): la loro presenza avrebbe impedito di chiudere la parabola “dalle stalle alle stalle e viceversa”, e la messinscena della redenzione finale non avrebbe funzionato. Niente verità, quindi. E quasi niente musica. Solo risate, tante. Del 2016 è invece We are X, documentario di livello altissimo sulla storia della band glam-prog-metal giapponese X Japan, che se fosse nata in USA sarebbe diventata la più famosa del pianeta, come dice Gene Simmons nel film che tutti dovremmo recuperare e diffondere. Il suo androgino leader, sofferente d’asma sin da bambino, aveva bisogno di iniezioni di antidolorifici prima (e collassava alla fine) di ogni concerto. Una vita e una storia piena di tragedie personali e successo clamoroso, fragilità fisica ed emotiva, un amore per la musica e il pubblico che non ha rivali.

 

Arriva il crepuscolo, i brividi di freddo scandinavo, e di paura. Il film al cospetto del quale ci siamo prostrati in adorazione: Lords of chaos. Un horror, uno slasher, a tratti un agghiacciante home invasion, un buddy-movie inondato di sangue e follia. Una ricostruzione – basata sulla verità, sulle menzogne, e su quello che è successo davvero – della nascita del black metal norvegese. Al principio furono i Mayhem, ed il loro fondatore Euronymous. La musica? Metal estremo, privo di virtuosismi e basato su velocità ritmica, doppia cassa, riff di chitarra gelidi ed evocativi, voce urlata e disperata. Se il punk-hardcore sta all’estrema sinistra del rock, il black sta all’estrema destra del metal, insomma. Un fenomeno tipicamente underground, letteralmente, nato e confinato negli scantinati (come già visto in tanti biopic) del negozio di dischi di proprietà di Euronymous. Finchè non entra nella band il futuro Burzum, un adolescente sfigato che si trasforma nel bad guy e comincia a bruciare chiese. Se siamo davvero misantropi e anticristiani dobbiamo passare all’azione. Mentre l’intesa tra i due si trasforma in gelosia e rivalità, il fuoco divampa, la violenza dilaga, la storia diventa nerissima e il sangue inizia a scorrere. La musica, anche qui, è quasi assente: nessuno o quasi dei musicisti coinvolti pare aver concesso i diritti. Sono tre le scene chiave, un suicidio e due omicidi. Girate con un realismo straziante e una crudezza che non ricordo di aver visto mai prima, ammazzare a pugnalate un uomo è un lavoro lungo e faticosissimo, oltre che doloroso. Un pugno di ragazzini, nemmeno ventenni, che si tagliano le braccia sul palco schizzando il sangue sul pubblico, lanciando anche teste di maiali sgozzati, dopo aver magari chiesto gentilmente in prestito l’automobile ai genitori, o rimosso dai giubbini le toppe degli Scorpions per non fare brutta figura. C’è una disturbante e sinistra ironia in tutto ciò, e bene fa il regista Jonas Åkerlund a sottolinearne gli aspetti più “divertenti” necessari sia ad alleggerire la pesantissima parte ultraviolenta, che a privare di ogni fascino le figure dei protagonisti, in particolare quella di Burzum. Esilarante il suo tentativo di spiegare ad un giornalista la sua ideologia: un misto di satanismo, paganesimo e nazismo. La risposta, very british: una gamma abbastanza vasta di influenze, non crede?

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