The Virtues. Shane Meadows è tornato.


Nell’estate del 1982 mio padre Arty, un camionista, trovò il cadavere di una ragazzina di 11 anni. Sospettato di essere l’assassino, finì in carcere: la polizia non credette alla sua versione. Cominciò il consueto assedio dei media attorno a casa mia, e mia sorella ed io fummo allontanati. E separati. Io finii da mia zia, che cercò di tenermi lontano dai notiziari. Ma ritrovarsi le prime pagine dei giornali davanti agli occhi fu inevitabile: c’erano i nostri nomi, e c’era una foto di mio padre. Una foto di quando aveva 18 anni ed era un rocker, non una foto attuale da padre di famiglia quasi trentenne, in modo da sembrare credibile come bastardo pericoloso. Uscii di casa sconvolto, confuso, e mi fermai a respirare su un’altalena in un parco.

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Arrivarono due fratelli, uno della mia età (avevo nove anni) ed uno tredicenne. Cominciarono ad insultarmi e spaventarmi, nominando e deridendo anche mio padre, e a poco a poco mi costrinsero ad addentrarmi nel bosco, dove nessuno poteva vederci. Il più grande abusò sessualmente di me per un lungo periodo di tempo. Mentre tornavo da mia zia, pensai se non dico niente a nessuno, non è successo niente. Ed è quello che feci. Quando mio padre tornò libero, a casa cominciò per me un periodo di regressione e malessere pesantissimo. A cominciare dalla pipì a letto. Tutti pensavano che la causa fosse l’arresto di mio padre, ed io ingoiai tutto, seppellendo l’orrore in un posto buio e stretto, tanto da dimenticarlo. Quando, non molto tempo dopo, cambiai scuola, ricordo che mi trovai davanti il più grande dei due, il mio carnefice. Ne fui terrorizzato, ma non sapevo il motivo. All’età di 11 anni entrai in una gang di skinheads, più grandi di me. Avevo bisogno di protezione, e, ancora, non sapevo il motivo. In età adulta continuo a cambiare bruscamente strada quando porto il cane fuori, se si avvicina troppo a qualsiasi bosco. A intervalli di cinque/sei anni ho sempre avuto attacchi fortissimi di ansia o depressione, duravano mesi. A volte è stato necessario il ricovero in clinica, è successo ad esempio alla fine delle riprese di This Is England 90. Solo due anni fa le cose sono cambiate, in meglio. Grazie ad uno psicologo che mi diagnosticò il famoso post traumatic stress disorder, e mi prescrisse un trattamento molto particolare. Che mi ha permesso di ricostruire gran parte dell’incidente. Ho pensato spesso alla vendetta, dopo aver messo a fuoco volti, nomi, voci, sensazioni. Avevo promesso a mia moglie di non parlarne con nessuno, ma ormai la frittata è fatta.”

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Shane Meadows ha vuotato il sacco nel corso di un’intervista con Miranda Sawyer (The Guardian), rilasciata in occasione della messa in onda della sua nuova creatura televisiva. Un lancio promozionale personalissimo, perfettamente in linea col terremoto emozionale che tutte le migliori produzioni del signor Meadows provocano nei cuori del suo pubblico.

The Virtues rientra nella lista a pieno merito: alla fine delle quattro ore di visione, si resta così. Distrutti, divisi in pezzettini sparsi sul pavimento, quasi affogati in un lago di lacrime. Ma per qualche ragione – che ha a che fare col talento di quest’uomo meraviglioso, certo, ma non solo – ci si sorprende a sentire il cuore colmo di gioia, amore, soddisfazione e fiducia. E’ vero, nelle prossime ore ognuno di noi incrocerà due, tre, dieci teste di cazzo. Ma anche uno, due, dieci eroi. Non li riconosceremo, purtroppo, non sapremo mai quali battaglie hanno dovuto superare per continuare semplicemente a camminare e respirare. Working class heroes, ordinary people, wonder women, in abbondanza. Questa serie, come gran parte della filmografia di Shane Meadows, è un omaggio a tutti loro. E alle loro virtù.

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Il protagonista di questa storia si chiama Joseph, un fragile ex alcolizzato che cerca di tirare a campare. Ha un lavoro, precario. Ha un figlio, che sta per partire con la ex di Joseph e il suo nuovo compagno. Ha un passato, pieno di traumi e separazioni, dolore e violenza. Joseph ha il volto e il corpo di Stephen Graham, grandissimo come sempre, anzi di più. Dopo la partenza del piccolo, entra in un pub e ci ricasca. Inciampa in una sbornia colossale. E i postumi sono i peggiori che si possano immaginare. Detto così, conta poco.

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Ma si tratta di un frammento incredibile di regia: l’ingresso nel pub, la prima pinta, le chiacchiere e la socializzazione con gli altri avventori, la sbornia, l’uscita dal pub; scene ordinarie che si trasformano in una escalation di tappe infernali di un viaggio disperato, un vagare allucinato e sincopato per le strade alla ricerca di un kebab, o della fine, è lo stesso. Una interminabile manciata di minuti che rappresentano l’ennesimo apice raggiunto da Shane Meadows, palpitante tensione ansiosa, difficile da sopportare senza respirare a bocca aperta. E, anche, la più intensa rappresentazione su piccolo schermo della madre di tutte le sbornie e dei suoi effetti devastanti. Joseph riapre gli occhi a fatica molte ore dopo che il suo momentaneo datore di lavoro prova ripetutamente a suonare il campanello della porta di casa. La testa che scoppia, una ferita sulla tempia, il corpo quasi immerso nel vomito, pisciato addosso, con la schiena piena di graffi e lividi. Un rottame, senza lavoro e senza affetti. Un uomo precipitato giù, in fondo, schiacciato da paura e rimorso talmente in basso da poter considerare legittimamente il suicidio come un riparo. Ma Joseph non ci pensa neanche per un istante, e allora l’unica cosa che gli resta da fare è partire per l’Irlanda con gli ultimi soldi che gli restano in tasca, letteralmente. Diretto verso il paesino dove è nato, dove vive ancora sua sorella. Che non vede da trentun anni. Il paesino dove è cresciuto, il paesino dal quale è scappato a nove anni. Da solo.

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Perchè è scappato, il resto della storia, l’incontro con un’altra anima in pena e fiammeggiante, gli incredibili sviluppi e le rivelazioni terrificanti, violente, commoventi, potete scoprirli per conto vostro. Fatevi un regalo, terribile e meraviglioso.

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