Sorry we missed you. Ken Loach tolo tolo contro tutti


Lui e lei a letto, alla fine di una giornata durissima. Come tutte le altre giornate. Un bacio, il corpo di lui si avvicina. E lei: “no, non me la sento. Potrei piangere per una settimana”.

Potrei piangere per una settimana.

Potrei piangere per una settimana.

La negazione volontaria del piacere, la disumanizzazione più estrema e disperata, la paura di provare un attimo di gioia perché scatenerebbe una cascata inarrestabile di emozioni. La tristezza. Un momento di cinema insostenibile, di intensità pari ad un altro frammento che Ken Loach aveva già messo in scena nel suo film precedente, sbattendoci davanti agli occhi gli effetti della fame, quella vera, che fa perdere ogni inibizione e autocontrollo, su una madre. Una madre col cuore pieno d’amore e la pancia vuota.

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La posizione del lucidissimo guerriero 83enne è chiara e potente: Sorry we missed you è un film CONTRO il lavoro. Se lavorare significa autodistruggersi, allora affanculo il lavoro. Dovrebbe essere una posizione diffusissima tra i giovani, invece a sbandierarla è un vecchietto con cinquant’anni di cinema sulle spalle. Nella sua Inghilterra le prese di posizione di Ken il guerriero sono considerate “anacronistiche”. E’ un mondo che gira al contrario.

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A cominciare dall’uso delle parole. Le pronuncia Malone, il boss di una compagnia di corrieri per le consegne a domicilio, durante il colloquio con Ricky: se metti la firma, sali a bordo. Lavorerai con noi, non per noi. Un lavoratore autonomo. Non sei costretto a procurarti un furgoncino, possiamo noleggiartelo noi (al costo di – più o meno – mezza giornata di lavoro). Malone si autodefinisce Nasty Bastard Number One, rappresenta una figura paragonabile a quella del caporale, e il vero significato delle sue parole al contrario è chiaro: se metti la firma diventi uno schiavo, con zero diritti, e ti conviene correre senza fermarti mai, nemmeno per una pipì. Per quello ti sarà indispensabile una bottiglietta vuota nel furgone. Parole al contrario, pronunciate anche da Lisa Jane, la figlia più piccola della coppia di lavoratori, e da Seb, suo fratello adolescente e graffitaro, che le ripetono più volte nel corso del film, e non è certo un caso:

vogliamo solo che le cose tornino com’erano prima”.

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Nostalgico? Anacronistico? E no, tutto il contrario: è la cosiddetta gig economy a riportarci alle condizioni di vita del secondo dopoguerra. Tornare a com’era prima, invece, significa riappropriarsi dei diritti, del tempo, della vita. Obiettivi puntati al futuro, da inserire in cima alla lista.

Se ci fosse una lista.

Abbie, la moglie di Ricky, lavora per quattordici ore al giorno come badante/infermiera a domicilio, con la giornata lavorativa scandita da appuntamenti brevi e numerosissimi, (non si deve familiarizzare con i clienti) proprio come i tempi di consegna di suo marito. Lei invece tratta tutte le persone invalide che assiste come fossero suoi parenti stretti. La vediamo trasgredire in compagnia di una dolcissima donna: le due si scambiano foto e ricordi, Abbie mostra lei e Ricky giovani e felici circondati dalla folla di un rave. L’altra mostra invece le foto che la ritraggono intenta a cucinare per centinaia di lavoratori, durante lo sciopero dei minatori del 1984, esausta ma altrettanto felice.

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Se qualcuno avesse dei dubbi, lo rassicuriamo: Sorry we missed you è cinema potentissimo (durante la visione ho strattonato la poltroncina davanti alla mia, poi l’ho presa anche a pugni). Tra una lacrima e una bestemmia, il cuore viene strapazzato, si, ma si gonfia. E batte forte.

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