Gretel & Hansel. Le streghe di Oz


Le buone intenzioni, l’affabulazione, le tue pietre miliari il Fauno e Nosferatu, l’inquietudine e l’adolescenza, giri da dio e lo fai consapevolmente. Sono sincero, sono strabiliato. E fortunato, tanto, tanto fortunato, perché mi tocca parlare di Gretel e Hansel, un film straordinario, caduto come un monolite tra di noi che sospiriamo, gementi e piangenti, in questo abisso claustrale. Un film ginocentrico: la donna al centro dell’universo, il passato, il presente, il futuro, l’eterno. Ginocentrico perché esiste intorno a Gretel, che è Beverly Marsh nell’It di Muschietti, che è Sophie Lillis. Bellissima, angelicata e torbida, emanante luccicanza in ogni frame, un tuffo al cuore e la struggente nostalgia di conoscerla da sempre e di non averla conosciuta, di non averla avuta mai, quando si annaspava nei suoi anni. Che sono, più o meno, i 16 anni.

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ADOLESCENZA INQUIETA

Questa Gretel è pienamente una teenager, a fronte di un Hansel rimpicciolito rispetto alla tradizione, di età inferiore alla decina. Questa Gretel è una sorella maggiore, all’inizio dei tempi. I tempi sono oscuri, brumosi, verdi e neri di sangue coagulato. Non è un’epoca o un passato individuabile, è un somewhere in the Perkins’ brain, nella mente di Oz Perkins, regista, figlio di Norman Bates, top player. La donna, e il Tempo. Il ginocentrismo è una scelta autoriale.  Perkins lo ha già esplorato, o creato, nel film d’esordio, Blackcoat’s Daughter (February, da noi) e nel suo successivo I am the pretty little thing that lives in the house, gotico domestico ad usum Netflix. Parlo di femmine, dice Perkins, perché non le conosco, perché sono un territorio incognito da esplorare, in cui perdersi. That’s horror, folks!  Perkins come Ari Aster quindi, come Eggers, come Mitchell, come tutto il moderno indie horror. La donna come original girl, non più come final girl. E il Tempo. Un continuum non connotabile in latitudine e longitudine, ma con usi e costumi tristemente riconoscibili. La superstizione, il dolore. Il Demonio, la miseria. E il capitale, il padre-patrigno di tutti i mail.

 

COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

Con una esegesi sua propria, apocrifa, dalla lectio dei Grimm, Perkins insiste più e più volte sui concetti di scambio, di scambio equo (“fair trade”), di dono. Do(no) ut des. Il patto col diavolo per guarire dalla malattia, che è all’inizio del film, è un negozio, un contratto commerciale, con un costo tragico. Il viaggio di Gretel e Hansel è una dipartita traumatica. Gretel è bandita, bannata dalla madre, perché rifiuta di vendere la sua verginità ad un vecchio laido patrizio. La verginità, il dono, la vera ricchezza della femmina secondo il patriarcato di questo e di quell’altro mondo. Sorella e fratello incappano nell’aiuto salvifico di un cacciatore, che li libera da una sorta di zombie urlante, e subito cercano di offrirgli in cambio qualcosa, i loro servigi domestici. Capitalismo, relazioni economiche, relazioni pericolose. La successione pare interrompersi proprio grazie alla figura archetipica del cacciatore, che per di più è di colore, archetipo nell’archetipo ma rovesciato: non il gregario, ma colui che determina la deviazione. Il detour. Quella strada nel bosco. E qui incomincia un altro racconto, un’altra fiaba. Il bosco offre i suoi doni, liberalmente, senza nulla in cambio. Funghetti allucinogeni. I due ne mangiano eucaristicamente, ed è subito trip. Midsommar a questo punto è più di un ricordo.

 

 

LA CASA

Dall’allucinazione scaturisce il mondo della strega che è Holda, e per Perkins è quello che Nosferatu era per Murnau, o secondo Murnau. Ieratica, regale. Effimera, suadente, oscura. Senza età. Senza tempo. La strega è liscia, lineare in una casa che è solida, geometrica, costruita intorno al motivo ricorrente del triangolo. Geometria, invece di marzapane. Non ha senso, dice Perkins, precipitare gli spettatori in qualcosa di defuntamente fittizio; meglio precipitarli in qualcosa di fantastico, di fantascientifico. Donde gli spazi modulari della casa, donde i motivi Bauhaus del capanno degli attrezzi. La location, real, è da uqlache parte in Irlanda

Gretel, che spia dentro la casa prima di entrarci, pone il suo occhio al centro di una finestra a triangolo. L’occhio nel triangolo: a chi legge l’interpretazione che preferisce. La visione è una tavola imbandita, e che il banchetto abbia inizio. L’atmosfera ricorda ulteriori due capisaldi dell’horror più recente: Il Labirinto del Fauno, di Del Toro, e The Visit, di M.N. Shyamalan. Il Fauno in particolare è un riferimento esplicito e tanto caro al regista, che manifestamente ne ha fatto fonte di ispirazione anche per la ricorrenza esoterica del numero 3. Il pasto consumato, come già i funghetti, è un ulteriore rito di passaggio. I due fratelli vengono accolti e divisi, Holda li avvia alla formazione cui sarebbero destinati. Hansel manipola asce e acciaio contundente nel bosco spaziale, è un embrione di homo faber, incantato da visioni e filastrocche di una entità oscura. Gretel invece resta contenuta nello spazio domestico. E’ già un vincolo di sangue il suo, da quando una notte, in principio di ciclo mestruale, ha varcato una porta segreta, ha visto cadaveri, e lenzuola che si insanguinano a coprirli. La strega inizia Gretel al viaggio dentro di sé, alla scoperta dei suoi poteri, al riconoscimento della forza. La forza, la forza oscura, lo spirito di uno Jedi. La strega, a detta di Perkins, è una derivazione fiabesca dalla figura di Darth Vader. E’una mater dolorosa, ed il suo status, i suoi poteri sono orientati da un trauma iniziale. Come Hansel, là fuori, impara (maldestramente) ad usare le mani, così Gretel lì dentro manipola, si impratichisce in telecinesi, e poi sortisce all’esterno.

E VISSERO PER SEMPRE?

Non è una riunione familiare, è l’inizio del distacco definitivo, in una storia così rarefatta ma sempre fedele alla linearità del coming of age. Hansel viene rapito, is missing, Gretel lo cerca, pare incantata da incantesimo, lo cerca allora di notte, nel sogno, nelle visione, nelle architetture siderali che le si dipanano dietro porte segrete. L’antro della strega, dove si svolge l’empia mutazione della carne umana in leccornia, è uno spazio vuoto modernissimo. E’ come l’officina di un serial killer, con ispirazione, diretta e dichiarata, da The Girl With The Dragon Tatoo. Qui avviene la resa dei conti, lo scontro finale, che poi è un passaggio di consegne, letteralmente, un passaggio di testimone: il bastone biforcuto, con il quale Gretel si addestrava alla scoperta dei suoi poteri, sancisce l’estensione del dominio e la fine della lotta.

Il distacco definitivo, si diceva. Ora Gretel è matura, è donna, nel pieno e consapevole possesso del sé; prende possesso di quello spazio tempo, che apparteneva alla strega ed è, probabilmente, consegnato per sempre all’oscurità. Hansel invece, ancora puer, viene staccato, nuovamente bandito, invitato al nostos, al ritorno nella casa materna, su di un destriero (semiologia della favola) e con un sacchetto in mano. Le mani, i doni. Il finale resta sospeso, aperto, allude, prelude. Come i migliori registi a lui coevi, Perkins riempie i suoi film di tanti dialoghi, eppure conserva il senso della misura, sa che la visione non è la parola, è uno yin e uno yang di quello che si vede e di quello che è lasciato fuori schermo, alla nostra immaginazione, alla nostra confusione, alla nostra perversione.

Per tutto questo, e per tutto quello che ciascuno spettatore avrà la fortuna, o il talento di cogliere, Gretel e Hansel si pone come summa dell’horror contemporaneo, ne è compendio e paradigma, tradizione e rivoluzione. Intanto Perkins è già al lavoro, gli tocca reinterpretare, reinventare, ricreare Venerdì 13. Saranno brividi, di terrore, di ammirazione.

2 pensieri su “Gretel & Hansel. Le streghe di Oz

  1. Non commento quasi mai, ma visito sempre il tuo blog. È il mio punto di riferimento e lo consigliavo giusto stamane a mia sorella, giovane cinefila. Ogni volta che vedo un film cerco la tua recensione, spero di leggerne sempre più spesso di nuove.

    • Grazie di cuore, in questo periodo scriviamo meno ma parliamo di più: stai seguendo il podcasting? C’è poi il saggio Lo Specchio Nero, da consigliare a cinefili e cinefile d’ogni età :)

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