Dark. Un oscuro scrotale.


La coerenza dei personaggi, questo è l’ultimo tabù. “un personaggio di un libro – di un film parimenti, aggiungiamo noi – deve essere coerente in tutte le cose, mentre l’uomo è coerente in una cosa sola: è coerentemente vanitoso. E’solo la sua vanità che mantiene le sue particelle umide e aderenti una all’altra, impedendogli di essere come qualsiasi altra manciata di polvere, che il primo vento che passa può disseminare”. Lo ha scritto William Faulkner, in Zanzare, e amen. Questo è il nostro incipit, anche noi cadiamo nel reato di appropriazione indebita, come quei creatori di serie tv che tatuano frasi celebri su ogni maledetta puntata, di ogni maledetta stagione. Noi lo facciamo per una buona causa, loro lo fanno per vestirsi di autorevolezza, quella che non hanno. Quella che Dark non ha.

 

Dark, #daunidea di …?

Tracciamo ora una retta, da A a B. come A, piazziamo Terminus Radioso. Come B, Chronic City. A è un romanzo, arduo a leggersi, di Antoine Volodine. Narra di un reattore nucleare che brucia in fondo a un pozzo, nella vecchia madre Russia; è custodito da una nonnetta bolscevica. Il particolare ecosistema atomico è capace di modificare vegetazione, personaggi e storie, nel tempo e nello spazio. B invece è un romanzo di Jonathan Lethem, ambientato a New York. Parla di mondi paralleli, con linee spazio-temporali intersecate, con personaggi unici eppure mutevoli, o a narrazione mutante. Anche Chronic City è pieno di buchi che fagocitano e non restituiscono. C’è questa retta, da A a B, e in mezzo, in modo del tutto fortuito, c’è Dark. Fortuito, perché non sembra probabile che Baran bo Odar, Jantje Friese, i creatori, abbiano letto Lethem e Volodine. Anzi, a loro piace giocare a Scemo e Più Scemo, e in intervista citano la qualunque in merito a chi\che cosa li abbia influenzati: citano cioè Zemeckis, Ritorno al Futuro, e Lynch, Twin Peaks. La qualunque, appunto, cui va aggiunto, classicamente, pedissequamente, King, tra It e Stand By Me. Tralasciano capziosamente Richard Kelly: a Donnie Dark(o) turplinano un botto di roba, dal viaggio spazio-tempo nel decennio glitterato, al titolo della serie, ad alcuni personaggi chiave, addirittura alla mise di tali personaggi.

 

Netflix rules

One step beyond, facciamo un passo indietro e raccontiamo un’altra storia. C’è un mondo distopico, dove il tempo è fuor di sesto, non scorre cioè regolarmente ma a balzi, che si susseguono ad intervalli non regolari. E’ il tempo del binge watching e dello streaming, non importa il cosa vedi, ma quando lo vedi. In questo mondo, unica autorità è una piattaforma che distribuisce serie e film a pagamento, ed è quotata in borsa. Il suo valore si misura in numero di sottoscrittori a titolo oneroso, quindi di abbonati worldwide. Non si misura per qualità o gradimento dei contenuti proposti, anzi: divulgare dati ufficiali sul gradimento, sull’audience di questi contenuti è verboten! Il mondo distopico è il nostro, la piattaforma è Netflix: decreta il successo delle serie tv e dei film a marchio proprio, senza presentare alcun dato oggettivo, nessun valore assoluto di spettatori (fruitori), niente di niente. Subdolamente e implicitamente, NF afferma che il successo sarebbe suggellato dalle evidenze plebiscitarie, dal passaparola virale, dal fandom che “spontaneamente” si aggregherebbe sui social per esprimere entusiasmo, consenso, approvazione. Prendiamo ad esempio Dark: sui social molti ne parlano, sottolineandone come molti altri ne parlino. Google però è sorda alle ricerche di uno straccio di statistica in merito alla visione reale. Le uniche statistiche si riferiscono ad un sondaggio multilevel indetto da Rotten Tomatoes, sul gradimento di serie a marchio NF. Il sondaggio è consultabile all’indirizzo

https://editorial.rottentomatoes.com/article/the-netflix-original-series-showdown/.

Dark risulta essere più amata, per dirne una, di Black Mirror: risulta essere la più votata in 5 sfide successive fino al successo finale, raccogliendo – abbiamo fatto i calcoli a spanne – il consenso di circa 210.000 internauti. Netflix, dal canto suo, a Gennaio 2020 annoverava 167 milioni di abbonati, dato reale e obbligatorio per la sua valenza patrimoniale. Poche migliaia di fans, in un oceano di milioni di potenziali fruitori, Crediamo alla favoletta di Dark che è la serie più amata, come crediamo alla significatività dei voti sulla piattaforma Rousseau!

 

Think global, act local

Autoreferenziale, ma non autolesionista. E ‘certo che NF abbia prodotto Dark con le migliori intenzioni di successo. Dark è stata la prima serie tedesca del colosso. Un tentativo evidente di sfondare, o arrotondare, nel mercato mitteleuropeo. E’ la strategia della glocalizzazione, cara al marketing di inizio millennio, ed oggi invero un po’ datata: si realizza un prodotto con marcate connotazioni locali, che possa essere acquistato e consumato sul mercato globale. In quest’ottica, Netflix ha annunciato trionfalmente che il 90% degli spettatori di Dark – quanti? Boh? – non è tedesco, non si trova in Germania. Affermazione controproducente, qualcosa nella metà locale della torta deve essere andato a male. Non crediamo che la causa sia il titolo, Dark, solenne come un epitaffio, in inglese anziché in tedesco. Dark è termine universalmente associato all’oscurità, e persino per i Tedeschi suona più attrattivo della termine crucco: “dunkel”. Crediamo invece che la vera ragione possa ricercarsi nel fatto che Dark sia una serie liquida, in cui la Germania è una mera atmosfera o categoria dello spirito, e non esiste fuori dalla comunità chiusa – la gated community, il The Village – nel quale eventi e archi temporali si dipanano. Poca Germania, insomma. Come se Gomorra fosse ambientata in una città dal nome immaginario, e mai chiaramente riconoscibile.

 

I Giorni della Nostra Vita

Occorre allora fare spoiler, per sgomberare l’equivoco di fondo: Dark non è una serie televisiva, ma un serial televisivo. Segnatamente, ha numerosi tratti in comune con le soap opera. Noi lo diciamo con valenza spregiativa, mentre il New York Times, già nel 2017, lo affermava in modo più doroteo: “si intrecciano relazioni, si dipanano segreti, le famiglie si muovono su e giù nell’ordine gerarchico della città, il cui fulcro è una centrale nucleare. C’è un forte sentore di soap-opera, una reminiscenza de I Giorni della Nostra Vita” (Mike Hale,

https://www.nytimes.com/2017/12/05/arts/television/review-with-dark-netflix-delivers-science-fiction-with-european-roots.html).

La città è in realtà un non luogo. Si chiama Winden, nome glocal per il tedesco Binden, che significa intrecciare. Tutto nella città è collegato, tempo, spazio, personaggi. Quello che tecnicamente si definisce intreccio dell’opera, qui lo è pervasivamente, fino al dna dei 72 personaggi rappresentati. Intrecciati, da sempre e per sempre. Winden è un mondo chiuso, tetro, tendente all’incolore. Vive (?) oniricamente di pochi spazi aggregativi convenzionali: una scuola, una chiesa, una centrale di polizia, Un corridoio di ospedale, un manicomio criminale. All’ombra delle due torri, dei reattori nucleari di una simil Chernobyl. Winden è una bolla. Le strutture di cui sopra, in stile folk oppure evocativamente Bauhaus, fanno pensare ad un centro alquanto urbanizzato, eppure non ci sono negozi, le strade sono deserte, le case non fanno quartiere ma sono monadi, perse nel mezzo di una Foresta Nera Nerissima. Dark è una serie che vive negli interni, in cui le figure entrano letteralmente in scena, con fare teatrale: se non sono case, sono gli open space della centrale nucleare, o la chiesa, i posti di polizia, i nosocomi di cui sopra. I personaggi si incontrano, raccontano, straparlano, amoreggiano, filosofeggiano, copulano. Discorsi interminabili, grotteschi, da telenovela sudamericana, appunto: sono tuo padre, ma ero tuo figlio, tua madre mi è nonna e sorella, la tua ragazza sarà zia della mia amante nel passato prossimo, e pure in quello remoto. Non c’è azione, solo estenuante narrazione, che si intreccia, di più, si avviluppa, si contraddice, si ingarbuglia. Con molta, troppa spregiudicatezza in fase di scrittura.

 

Random, più che Dark

La prima stagione, ad esempio. Premessi i riferimenti a Zemeckis e Lynch, i creatori di Dark pensano ad una serie in stile nordic noir, che si differenzi dai soliti sceneggiati tedeschi, tutto crimine inseguimenti e polizia. Nonostante ciò, fanno della polizia l’unica reale istituzione di Winden, che pare una comunità di cittadini gestita, in toto, dalle forze dell’ordine. Non un sindaco, al massimo una preside di liceo ed uno strano parroco – spiccicato a Padre Georg, il toyboy in clergyman di Ratzinger – che gira in limousine. Il dominus parrebbe essere il direttore della centrale nucleare, carica che apprendiamo essere a successione familiare, come una farmacia qualsiasi. Sotto questa struttura sociale decollata, costruiscono la traccia narrativa dei missed kids, dei bambini scomparsi: rapiti nelle pieghe dello spazio-tempo, cavie di forze oscure – buone o cattive, secondo le ere – che tramano contro i windeniani. Ne fanno una questione privata, con le famiglie, ciascuna per contro proprio, a cercare la soluzione degli enigmi e dei rispettivi traumi. La ricerca viene accantonata in fase di sviluppo delle puntate, I bambini scomparsi e mortammazzati d’un tratto vengono obliati, senza sapere fino in fondo perché e per come e per chi. Le famiglie, dal canto loro, hanno tutto il tempo del mondo, lo spazio-tempo del mondo, per perdersi in tormenti e viaggi interstellari, perché tutti a Winden hanno un lavoro ma non lo esercitano che sporadicamente, è più una rendita che un impegno, una sorta di reddito di cittadinanza.

 

Stargate, fisso o portatile?

Il fascino di Dark, stiamo quasi per dimenticarlo, è nella costruzione dello Stargate, un grembo di pietra e cemeto, un reticolo di tunnel nelle caverne sotto la centrale nucleare, l’entrata come un’oscura vagina a grandezza innaturale, dentro la foresta. Imboccare il giusto tunnel, quello con la porta istoriata e bronzea, permette escursioni in epoche cadenzate. Ogni 33 anni, veniamo a sapere, dovrebbe aprirsi la breccia, annunciata anche da una moria globale di uccelli con i timpani sfondati. Lo Stargate però non è unico, esistono macchine del tempo portatili, a propulsione nucleare, che possono essere usate alla bisogna, senza impatto sulla fauna e senza luci a sfarfallare. In alcuni casi ci viene detto che i viaggi atomici portano i corpi dei viaggiatori ad entropia cancerosa. Poi, invece, vediamo solo uno dei viaggiatori devastato nell’aspetto, ma comunque ottuagenario, mentre gli altri conservano un buono stato di salute, e alcuni di loro un crescente appetito sessuale, con toni velatamente incestuosi. L’incesto a propria insaputa sarebbe anche una traccia interessante da approfondire, reminiscenza storica del sesso tra consanguinei che necessariamente e veramente avveniva in comunità rurali così chiuse e sperdute, ma in Dark è solo un ingrediente in più nella ratatouille del pathos da feuilleton.

 

Cosa? Come? Quando?

Passi questa incoerenza, siamo costretti ad affrontare il problema della contestualizzazione. Le epoche toccate dai viaggi sono rappresentate in modo grezzo, senza passione, senza amore. Il 1986 in Germania? Spalline, capelli cotonati, due poster e qualche canzone pop. Il 1953? Altre acconciature ed un riferimento sballato a James Dean, che acquisterà fama mondiale solo nel 1955. Così le altre epoche: nulla che pulsi, che incuriosisca, che suggestioni, perché l’attenzione è minimalista, è sulle piccole storie, sull’instabilità dei microcosmi familiari. Massimo è, pudicamente, subdolamente, lo zelo sugli omissis: la Storia della Germania non deve passare, non deve mai essere nemmeno lambita in corso di visione, pare questo il diktat di NF alla Writing Room. Così, la discontinuità temporale dei 33 anni permette di saltare il nazismo nei viaggi su e giù nel tempo, così la DDR o la Bundesrepublick non sussistono, non esistono. I mass media di Winden non trasmettono alcuna notizia di in tema di politica. Solo cronaca nera da provincia. Ed è davvero singolare, per una serie che è intrinsecamente connessa, intrecciata, a concetti filosofici di reminiscenza, memoria, documento. Gli stessi personaggi, tutti tesi a mutare o preservare il corso dei propri amorazzi o la salute dei propri conginuti, hanno amnesie insostenibile e spaventose, non sanno riconoscersi a distanza di anni. Eppure non possono non sapere, non possono non vedere. I tabu della Germania però, archetipicamente, riaffiorano qua e là, come cadaveri: il muro della centrale nucleare, nel futuro post atomico, sembra proprio Der Berliner Mauer, alcune in insegne in ferro battuto riecheggiano il tristo “Arbeit Macht Frei”, qua e là nella distopia spuntano cavalli di Frisia, mentre la Polizei degli anni 50 ha i modi, le acconciature e la brutalità dei kapò.

 

Sic Mundus Creatus Est. Mea culpa.

Ognuna delle tre stagioni di Dark eviscera un tipo prevalente di legame. La prima, il rapporto tra coniugi e tra genitori e figli. la seconda, la storia d’amore tra due adolescenti. La terza mischia un po’ tutto con eco dichiaratamente Wakowskiane, prendendosi la libertà di viaggiare tra mondi alternativi, non più solo tra dimensioni spaziotemporali. Tutto all’ombra di un conflitto tra Bene e Male, tra individui titanici e solipsisti ed una Setta di retroilluminati. Il senso di colpa, la costernazione senza consolazione, resta la cifra di tutte le 26 puntate complessive: “mi dispiace”, “es tut mir leid” in tedesco, ripetono a turno, n volte, tutti i personaggi. Dispiace anche a noi, ma è il gravoso fardello di una visione che origina dall’immaginario cattolico e protestante più oscuro, dove le donne tradiscono o sono vittime, e gli uomini inseminano o sono carnefici. Per chi vi scrive, Dark è un’esperienza terminale, uno dei momenti più estenuanti della televisione liquida di questi anni.

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