Top 20-17, i migliori film dell’anno. E’quasi tempo di classifiche.


Cari amici, questa è solo un’anticipazione: abbiamo aggiornato la pagina delle Recensioni 2017, con tutti o quasi i film visti nell’anno in corso, completi di stelline e cuoricini. Scorrrendola, potrete farvi un’idea sommaria della classifica di prossima pubblicazione, sempre aperta ai colpi di scena ed alle rivalutazioni dell’ultim’ora. Intanto, con grande giubilo, vi presentiamo la pagina a noi dedicata nel num.35 di Otto e Mezzo, il magazine edito da Cinecittà- Istituto Luce! Gonfi e tronfi di smodato orgoglio, dedichiamo questo successo a tutti voi. Anzi, a quasi tutti voi.

 

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A Taxi Driver, di Hun Jang, trionfa in Corea del Sud. Una visione, contro ogni revisionismo.


Il revisionismo è un’infamia. Attecchisce sui cervelli atrofizzati, stordisce i minus habentes con tanto rumore per nulla, sostituisce il manganello con la spugna ed il bianchetto. Il revisionismo è connaturato all’ideologia fascista, si accompagna alla propaganda, al razzismo, alla violenza. Il revisionismo fascista ha un solo pregio, che è quello di essere, ai nostri occhi, perfettamente riconoscibile. Più subdolo e pericoloso, invece, è il revisionismo di certa nostra sinistra, che ci arrischiamo a definire revisionismo progressista: confonde vittime con carnefici, trasforma responsabilità oggettive in soggettive, rifugge, vergognosamente, da giudizi morali definitivi. Pensate a Detroit, di Bigelow: i revisionisti di sinistra, quelli ortodossi, lo hanno accusato di essere un film manicheo, troppo sbilanciato, senza sfumature, con i poliziotti bianchi criminali contro i neri povere pecorelle. I revisionisti di sinistra, quelli moderati, lo hanno accusato di razzismo di ritorno, perché la salvezza di alcuni neri sarebbe passata dal buon cuore di sparuti bianchi samaritani. SI fottano tutti i revisionisti, bisogna dare pane al pane, vino al vino, e guerra al fascio. Come a Detroit, così a Gwangju, nella Corea del Sud. A Taxi Driver, di Hun Jang.

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Sunshine, di Danny Boyle. Il Sol dell’Avvenuto.


Fuori, lo spazio interplanetario. Dentro, lo spazio ristretto di piccoli ambienti metallici, corridoi stretti, una serra (nella quale la fitta vegetazione serve a produrre ossigeno), una sala ologrammi. E l’Osservatorio: un’enorme finestra che permette – con opportuni filtri – di osservare la luce del sole da vicino. O, senza filtri, di lasciarsi bruciare e polverizzare in una sorta di suicidio mistico. Un’astronave, la Icarus II, che appare come un gigantesco ombrello spaziale: lo scudo di protezione dai raggi solari, e il manico, ovvero la piccola parte abitata dall’equipaggio. Ristretto è anche il campo delle opzioni e situazioni, quando si tratta di realizzare un film di (molto)fanta(e poca)scienza hardcore.

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Happy Days, cofanetto DVD per Universal


Archeologia della sit-com. O fenomenologia della propaganda. L’America degli anni 50-60 come Arcadia dell’Occidente, una Camelot di provincia -Milwaukee, Wisconsin – in un tempo che (non) fu, precedente alla Camelot kennedyana. La vita che decine di milioni di spettatori hanno sognato e continueranno a sognare, tra scuola, drive in e baci al sapore di hamburger. Con i bravi ragazzi studenti costantemente ossessionati dalle ragazze più grandi: tutte alcolizzate, ninfomani ed elegantissime ai loro occhi rovinati dalla voglia di sesso. Parliamo di Happy Days, ovviamente. Un successo clamoroso, dagli effetti “devastanti” sulla società, anche da queste parti: basti pensare al numero impressionante di paninoteche che si ribattezzavano Arnolds. Per non parlare dei giubbotti di pelle e degli scimmiottamenti di Fonzie che si manifestavano in ogni scuola media.

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La Torre Nera, bluray per Universal


La Torre Nera, o l’inizio di un nuovo mondo, Il Medio-Mondo. Dopo un passaggio furtivo in sala, in piena canicola estiva, arriva in home video il controverso multiverso kinghiano, il primo – unico ? – capitolo tratto dall’omonima serie di romanzi (sette!) di Stephen King, in cui il Re, o lo Zio, spinge sull’acceleratore della popolarità e frulla insieme fantasy, sci-fi, horror, western, ispirandosi a questo e a quell’altro genio, da Tolkien, a Elliot, a Browning, a Sergio Leone. Nonostante King sia consulente accreditato di questa trasposizione cinematografica, il box office ha risposto meno che tiepidamente, invece occorreva premiare lo sforzo titanico, prometeico, di conciliare la magniloquenza della pagina scritta con una visione dai tempi sincopati, forte di un cast di top player (Idris Elba, Matthew McConaughey), passata attraverso notevoli buriane produttive: case di produzione che abbandonano il progetto, avvicendamenti imprevisti nel cast e sulla poltrona del regista, sulla quale alla fine si è seduto il danese Nikolaj Arcel.

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Revisionismo dikotomiko: The Martian, di Ridley Scott. Il tempo è galantuomo, lo spazio gli va dietro.


Sveglia, suona, buco in, pancia, scendo, cacca, radio, NASA. Base, scrivo, leggo, spacca, logic, canto, ascolto, NASA. Impulsivo che non sono altro, all’epoca della visione in sala imprecai contro regia e sceneggiatura, del film scorgevo solo il brand marketing per Nasa e USA e ne parlavo così. Sbagliavo, The Martian è un testo universitario, corso di laurea in filosofia dei viaggi nel tempo. La storia apparecchiata da Goddard – in stato di grazia – scorre, apparentemente, in ordine cronologico lineare, le vicende si susseguono infatti in modo calendariale inesorabile. Sotto la superficie invece il tempo si piega, si accorcia, si allunga, è flessibile, è liquido, è emozionale, è scientifico, è umano. E’, in una parola, relativo.

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Koch Media Homevideo: i vostri prossimi regali di Natale


Deathgasm

L’esordio del neozelandese Jason Lei Howden nasce grazie ad un concorso, “Make my movie”, nel quale al primo round i partecipanti presentano soltanto un poster e una sinossi. Nei round successivi il discorso si fa più impegnativo, il numero dei concorrenti si assottiglia, e all’ultimo round bisogna presentare la sceneggiatura. Howden ha provveduto alla stesura ascoltando heavy metal per tutto il tempo, e buttandoci dentro i ricordi della sua adolescenza di metalhead. Ha vinto ovviamente, e così la New Zeland Film Commission è finita a finanziare una horror comedy splatter, folle, estrema ed estremamente offensiva. Piena zeppa della musica delle bands più underground come Nunslaughter, Pathology, Axeslasher, Skull Fist, e, ciliegina sulla torta, le leggende norvegesi Emperor: la colonna sonora ideale per decapitazioni, colonne vertebrali strappate via (insieme alla testa) con le mani, cristiani rinati abbattuti a mazzate di dildo giganti. Escalation di follia esagerata e divertentissima, ispirata in parte alle prime cose di Peter Jackson (con il quale Howden ha lavorato agli effetti visivi, ed è evidente: il gore qui è non solo eccessivo, ma anche estremamente curato e artigianale), e a Sam Raimi, oltre che al solito immancabile decennio temporalmente situato tra i settanta e i novanta.

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