Get Out, i film che hanno ispirato Jordan Peele


Hanno cambiato faccia. Mentre scorrono le immagini di Get Out, il nostro pensiero reagisce come il cane di Pavlov, ci conduce al cult movie di Corrado Farina del 1971. L’accostamento è allegorico più che logico, entrambe le opere sprigionano vapori malsani, c’è un potere che oscuramente trama per carpire qualcosa o qualcuno, coartando legami sentimentali e relazioni sociali. Sempre sulla scia dei pensieri in libertà, guardando gli afroamericani posseduti nel film di Peele – il giardiniere, la cameriera, il dandy in panama e giacchetta – riscontriamo  tracce di Skeleton Key, il film metempsicotico ambientato nella New Orleans del dopo uragano, con i neri che attraverso il voodoo rubavano le identità ai più giovani e ai più bianchi. Di Haneke e dei Funny Games sociali abbiamo già parlato, è invece il caso di riconoscere il tributo di Peele allo Stuart Gordon trionfale, quello di Re-Animator, nella macabra preparazione della trasfusione di cranio. Da Gordon viene anche la cifra stilistica che trova, nel grottesco, il punto di incontro tra l’horror e la commedia nera.  L’ambientazione bucolica di Get Out, con il party organizzato nel bosco, davanti alla splendida villa coloniale, suscita dietrologie nerd, fa pensare al The Conspiracy del canadese Chris MacBride (2012), mentre il contrappasso della intro del film, con la abduction di un povero nero in un elegante quartiere residenziale bianco, deve all’Halloween primigenio l’uso della ricca suburbia come locus maleficus.

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Get Out, di Jordan Peele. Un capolavoro, in bianco e nero.


Oops, Blum did it again! Jason Blum lo ha fatto ancora, stavolta l’ha fatta grossa, grossissima. 5 milioni di dollari investiti, quasi 160 incassati nei soli Stati Uniti; bel botto, vero? E invece no, questo è solo il bottino, il colpaccio è stato produrre, col marchio Blumhouse, un’opera che resterà per sempre nella storia del cinema. Il film è Get out, il regista è Jordan Peele, e Jason Blum, lo giuro, è Roger Corman sotto mentite e più giovani spoglie.

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Alien Covenant, di Ripley Scott. Di Replay Scott. Di Redrum Scott.


Errare è umano, perseverare non è dikotomiko. Ho sbagliato, sono qui a confessarlo e a cospargermi il capo di spore. Qualche tempo fa, più o meno un ciclo ed un emiciclo di rotazione della Terra intorno al Sole addietro, ebbi modo di esprimermi con sarcasmo e ostilità nei confronti di un film, fraintendendo le reazioni che mi aveva suscitato a caldo. Mi aveva stupito la temerarietà dell’autore, la sfrontatezza di fare di testa propria ignorando bellamente le regole del consenso e i vincoli dello Zeitgeist. In altre parole, non riuscivo a credere ai miei occhi, e la cosa mi irritava. Il film in oggetto, cari amici, era The Martian. The Martian, asciugato il vetriolo iniziale, occupa un posto piacevole nella mia memoria, emotiva e visiva, così l’occasione mi è gradita per tributargli i meriti che già gli spettavano. Viva The Martian! Viva Ridley Scott! Viva Alien:Covenant? Forse.

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Death House in DVD, per la Opium Visions


Tu, neve scendi ancor lenta / per dare gioia ad ogni cuor / alza gli occhi e guarda lassù / è Natale: non soffrire più. Ma solo fino al 1972: l’anno che ha finalmente – almeno al cinema – dipinto di rosso sangue le festività natalizie, in Inghilterra con il primo Tales From The Crypt (da noi Racconti dalla tomba) che conteneva Attraverso Tutta La Casa, nel quale compariva il primo Babbo Natale assassino, oltre ad una spietata e irresistibile Joan Collins. Dall’altra parte dell’oceano, intanto, arrivava sugli schermi Death House, aka Night Of The Dark Full Moon, aka Silent Night Bloody Night. Bastarono i primi minuti del film, un prologo ambientato proprio alla vigilia di un Natale degli anni 50, a far precipitare la temperatura, a rendere inutili camini e cappotti, a stravolgere la percezione della calda atmosfera da sempre associata alla festa. E furono brividi di gelo e paura.

 

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I Guardiani della Galassia Vol.2. Masters of the Gunniverse


La gente che scrive di cinema è strana. Cerca di darsi un contegno, perché un tempo chi scriveva di cinema era un intellettuale in sedicesimo, anzi, in sedici noni, ma nello stesso tempo cerca disperatamente il consenso, e allora giù strizzatine d’occhio a destra e a manca, dichiarazioni d’amore per la cultura popolare, per l’orrido, il trucido, l’ultrakitsch, il divertentistico. Peculiare poi è l’atteggiamento verso i cinefumettoni: quelli che scrivono  di cinema tendono a scavarli, a schivarli, a schifarli, non tanto, badate bene, come deriva capitalista di un genere populista, quanto per una supposta eterodossia rispetto alla regola, che può essere il disegno originario, la novella originaria, la scoreggia originaria. Accade pertanto che costoro, i farisei, gli scrivani, gli amanuensi a chilometro (e costo) zero si facciano sacerdoti di un tempio che non è il loro, che si professino esegeti della verità animata, che facciano del millantato credito una virtù teologale. A tutti costoro, cari amici, giunga chiaro il suono del mio pernacchio, e di James Gunn per mia vece. I Guardiani della galassia Vol. 2.

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Pieles,il film che De la Iglesia non ha fatto.


Wir alle sind freaks è uno slogan perfetto. Siamo tutti mostri, più o meno consapevolmente, e dobbiamo gridarlo al mondo in tedesco, alla faccia dell’eugenetica e delle razze ariane. C’è tuttavia chi ha provato a cambiare verso, ad usare una lingua più dolce per rappresentare la nostra mostritudine, creando un ispanico mondo difforme di creature straordinarie, alle prese con eventi bizzarrissimi. Parlo di Alex De la Iglesia, un maestro, un padre, un fratello, oppure uno scienziato pazzo, un autore rifugio sempre capace di evocare l’altrove favolistico di Tod Browning. Questa volta Alex non dirige ma produce un film, e purtroppo il miracolo non si rinnova. Pieles, di Eduardo Casanova.

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Koch Media Homevideo, le novità di aprile


Kill Your Friends

Anni 90, Londra, britpop. Una casa discografica inglese, un talent scout 27enne ambizioso, drogatissimo e pronto a tutto: ma proprio tutto, omicidi compresi. Owen Harris dirige questa ferocissima lettera avvelenata all’industria discografica (tratta da un romanzo dello scozzese John Niven, che ha davvero lavorato nell’ambiente) arricchita dalla musica di Blur, Oasis, Chemical Brothers, Prodigy. Nel bluray presenti anche alcuni contenuti extra (backstage e interviste).

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