Ride, di Jacopo Rondinelli. Hai voluto la bicicletta? E adesso…


Si chiama adrenalina, non è la cocaina. Prodotto naturale anche concesso dallo stato. Si chiama adrenalina, non è una droga pura. E’ un ciclo riduttore stimolante di tensione. Ci viene bene la menzione di Giuni Russo, per aprire le nostre impressioni di Settembre. Si comincia con Ride, di Jacopo Rondinelli, un film che abbiamo atteso con il massimo grado di curiosità. Volete sapere perché?

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Lo Squalo.


Ma va! Ma vaffanzum! Ma va! Vaffanzum alla Universal, vaffanzum a Spielberg, vaffanzum all’intero mondo sommerso. Correva l’anno 1975, e Lo Squalo si pappò i botteghini dell’intero mondo occidentale, USA, Inghilterra, Francia, Germania; sfondò la cortina di ferro approdando anche a Cuba, ovunque stupore e tremori. Un solo, unico Paese, nel profondo Mediterraneo, arginò il Leviatano: l’Italia, la derelitta Italia, che in quella stagione vide trionfare altri mostri, non marini ma di una comicità perduta per sempre, i goliardi interpreti di Amici Miei. Onore dunque a Mario, ad Ugo, Gastone, Duillio, Philippe; pane per quei terribili denti.

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Hereditary, di Ari Aster. Once we were Paimons


Tergiversare pallido e assorto. C’è una ragione forte, per questo tergiversare mio. Ho problemi di messa a fuoco, non riesco a definire i contorni di quanto ho visto, credendo di osservare. Sto parlando della famiglia; lui, lei, i due figli. Borghesi certo, ma in quale maniera? Upper Class? Lower Class? Middle class? No, sono fuori strada. Guardo meglio, e credo di scorgere la Lanthimos class, un nucleo familiare costruito in laboratorio, portatore insano di tragedia e disperazione. Hereditary, di Ari Aster.

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Antropophagus, di Joe D’Amato. Fetus, pollutions.


Mi si nota di più se scrivo enne volte alla settimana, o se scrivo una volta sola? Ok, pubblico un post ogni sette giorni. No guardate, ho cambiato idea, pubblico solo quando mi va, perché blogger vuol dire libertà. Oggi è il giorno, sento l’urgenza morale, pedagogica, escatologica, di battere un colpo a favore degli obliviati, di quelli che vivono e vivranno sempre nell’ombra come un senso di colpa, il più grande senso di colpa per i cinefili italiani, vecchi e nuovi. Soprattutto per quelli nuovi, perché non sanno quello che fanno, non sanno quello che vedono. Antropophagus, di Joe D’Amato.

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As Boas Maneiras. Luna paulista, licantropo in vista!


Buongiorno amici, oggi parliamo del Brasile, quel Paese grande grande, dal cuore verde amarelo, che vi credevate essere una superpotenza prossima ventura, con la lettera B di Brasile ad iniziare il simpaticissimo acronimo Brics. Doveva essere, dicevano, another BRICS in the world, e giù Mondiali di Calcio, Olimpiadi, pacificazione delle favelas, Lula o corazon do povo. E’ stata fuffa, non ordine e progresso, come scritto sulla bandiera, ma disordine e regresso, caos, disuguaglianze sociali, corruzione, arresti, epidemie. A proposito delle epidemie, al momento il Brasile è afflitto da febbre gialla e morbillo, lo si sappia. Questo Paese grande grande, dal cuore verde amarelo, ha una immane produzione televisiva – Grupo Globo, cercate un po’ – ma una produzione cinematografica esangue, schiacciata dagli yankees, protetta come una specie in via di estinzione dal circuito festivaliero internazionale. Alcuni numeri: 13 film prodotti nel 2015, 23 nel 2016, ben 42 – un quarto di quelli Italiani – nel 2017, 19, fino ad oggi nel 2018. A cavallo tra l’anno passato e quello in corso si colloca un’opera che ha trionfato pressoché ovunque, a Locarno, al Sitges, a Biarritz, a Oslo, a Buenos Aires: As Boas Maneiras.

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The Domestics. E’ solo la fine del mondo. O almeno del Wisconsin


Forse sapete già cos’è successo. O forse no. Magari non ve ne frega un cazzo. Io ve lo racconto comunque. Tutti noi eravamo immersi nelle nostre piccole vite quotidiane, ignari di quanto il mondo fosse vicino alla fine. Poi quel fottuto tasto l’hanno schiacciato davvero, cancellando di colpo tutti i loro problemi e qualche centinaio di milioni di esseri umani. La fine, e nessuno l’aveva vista arrivare. I più fortunati morirono in pochi secondi. Noi, immuni al veleno nero, ci trovammo a dover scegliere se aggrapparci alla civiltà del passato, o diventare selvaggi nella nuova era oscura. Un minuto e dieci secondi di voice over, e poche immagini potentissime: gli sguardi al cielo, la flotta di aerei che rilascia scie chimiche nerissime e mortali, il sangue che cola dal naso di un ragazzo. Basta poco a raccontare l’apocalisse, chè questo è un film post-apocalittico e di pippe, sermoni e introduzioni stracciapalle non ce n’è bisogno. Viene in mente Sergio Martino durante la visione del film, lui approverebbe di sicuro The Domestics. E noi con lui.

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Tully, di Jason Reitman. Il Diablo in corpo


Alcuni giorni fa mi intrattenevo convivialmente con una scrittrice italiana, giovane ma non giovanissima, autrice di un best seller che solo nel 2018 ha venduto 50.000 copie. Il nostro discorso, a spizzichi e bocconi, lambiva le miserie della politica attuale, indugiava su alcuni dei più recenti casi editoriali, si posava alfine sui lustrini della musica pop italiana. Credendo di farle cosa gradita, prendevo a declamare la mia usuale invettiva contro Jovanotti, il Buffon della canzonetta, il finto umile cantore dei sentimenti posticci, colui che, insieme ad altri efferati criminali – Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Tiziano Ferro, Vasco Rossi Senior, la genia dei rapper 4.0– ha elevato la mediocrità a materia degna di storytelling, liberandola dall’anonimato al quale è da sempre, a pieno titolo, relegata. La scrittrice, bontà sua, mi si inalberava, mostrando un’inaspettata compassione verso l’oggetto ed i soggetti di questo cantare mediocre, pensare mediocre, viverre mediocre. La mediocrità non va giudicata, diceva, va compatita,  , se non esperita direttamente, almeno bonariamente tollerata.  Tully, di Jason Reitman.

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