El Bar. Ci meritiamo de la Iglesia, ancora e per sempre.


Tanto tanto tempo fa, nel 2002, un gruppo di sedicenti terroristi sedicenti ceceni assaltò il teatro Dubrovka, prendendo in ostaggio 850 spettatori. Il sequestro durò 3 giorni e finì in un massacro, con tutti i sedicenti terroristi, più una grossa parte degli ostaggi, uccisi da una miscela di gas nervino, fentanyl e un altro misterioso agente chimico, un cocktail somministrato dalle forze speciali russe nel sistema di areazione dello stabile. Il premier Putin si dichiarò all’oscuro di tutto e la stampa internazionale, più o meno prona, lo assecondò nell’opera di rimozione e cancellazione della memoria. Lo fece anche con Beslan, poco tempo dopo, ma questa è un’altra triste storia. Io mi ricordavo del Teatro Dubrovka, voi?  Non temete, se soffrite di amnesia, o di amnistia, il rimedio c’è, si chiama Alex De La Iglesia, che cita quella strage di Stato nel suo ultimo, strepitoso film, El Bar.

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La montagna del dio cannibale, di Sergio Martino


Pensiamo al 1978 come all’anno tombale di un’epoca oscurantista, appena rischiarata dagli abbaglianti di una Giulietta Alfa Romeo, invece no. Nel 1978 usciva nella sale italiane La Montagna del Dio Cannibale, di Sergio Martino. Il pubblico nostrano lo accolse tiepidamente, l’incasso fu dignitoso ma non entusiasmante, alla fine dell’anno risultò 78mo al box office, in una classifica dominata da Grease con 8 miliardi di vecchie lire. Qui sorge il primo dilemma, perché Marco Giusti, in una pubblicazione Stracult, parla di un incasso di un miliardo e mezzo di lire per La Montagna, il che non sembra attendibile proporzionalmente al posto in graduatoria: mistero. Forte di un cast internazionale, il film fu ben distribuito ed apprezzato anche all’estero, con il suo titolo originale o con la variante Slave of the Cannibal God, ad evidenziarne l’indole pruriginosa.

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L’isola degli uomini pesce, di Sergio Martino


Germinale. Ci sia consentito usare ancora l’aggettivo, abusato ma non troppo, in relazione a questo film, perché da una piccola storia ne sono scaturite infinite altre, qualcuna delle quali andiamo a eviscerare. C’è il titolo, L’Isola degli Uomini Pesce, che non ha trovato requie, mutando secondo i capricci della distribuzione ed il mercato di riferimento. Cioè, L’Isola degli Uomini Pesce (1979) valeva per la distribuzione italiana; per l’autore, in patria, sarebbe stato L’Isola del Dio Vulcano. Island of Fishmen per gli Inglesi, con gli Spagnoli e i Francesi ad allinearsi, ma in Albione valeva anche Island of Mutation, poi eccoli là, i Crucchi, con l’Isola dei Nuovi Mostri, per finire con la proverbiale creatività yankee, Something Waits in The Dark – simile a millanta titoli di film horror degli ultimi 40 anni, alla faccia del marketing -, e, udite udite, Screamers! Che poi sarebbe stato più corretto chiamarlo Scream Her, perché ad urlare è solo una, la protagonista Barbara Bach: quasi ininterrottamente nei primi 12 minuti di film, poi digradando in corso d’opera.

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Civiltà Perduta: Gray ha visto la luce. Naturale.


Parlare di cinema è reazionario. Ci si stringe attorno ad alcuni consolidati luoghi comuni, intendo, luoghi della memoria visiva, comuni  perché condivisi dall’universo mondo. Difficile trovare qualcuno, sedicente o riconosciuto esperto cinefilo, che osi mettere in discussione i totem, i mostri sacri della settima arte. L’idolatria, l’ammirazione senza ritegno è motivata da ragioni tecniche e narrative, tanto che la critica all’ordine costituito suona come uno scherzo più che una bestemmia, l’opera gigiona di un troll che decide di infestare l’aria con i miasmi del suo metabolismo intellettuale. Domande come: si può dire che Quarto Potere non mi è piaciuto?, sI può dire che Kubrick è noioso?, si può dire che Kurosawa non sapeva girare?, trovano spazio esiguo su alcune polverose bacheche di cinereplicanti deteriori, domande seppellite da meritate e ricercate valanghe di insulti, lapidazioni a mezzo smartphone. Il classico è legge, il classico è verbo. Io lo so, e lo condivido. Lo sa anche James Gray. The Lost City of Z.

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Koch Media homevideo, luglio 2017


Headshot – bluray

Headshot, colpo alla testa. E in effetti le teste in questo film vengono colpite, prese a pugni, a calci, sfondate a colpi di macchina da scrivere. I Mo Brothers, coppia di registi indonesiani dalle fortune alterne, e solitamente alle prese con il cinema horror, si cimentano per la prima volta con l’action. Il volto del protagonista Iko Uwais non può che far venire in mente a tutti noi The Raid, ed effettivamente Headshot è figlio legittimo di The Raid. Violentissimo, costruito come un videogioco a livelli e con una sceneggiatura che è un sacrosanto pretesto per spaccare teste, strappare arti, versare sangue a fiumi. Le riprese acrobatiche non si contano, i registi cercano instancabilmente l’inquadratura e la prospettiva più insolita, e in definitiva il film funziona, eccome.

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CG Entertainment, le appetitose novità di luglio


Cannibal Ferox  –  dvd

1981: un anno dopo Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato e Mangiati Vivi di Umberto Lenzi, quest’ultimo partorisce uno dei film più censurati della storia, disprezzato anche dallo stesso regista perchè realizzato per “fini alimentari”. Al proposito, i giochi di parole sarebbero talmente ovvi che li evitiamo.

Trent’anni dopo l’uscita, quest’orgia di ultragore mantiene il suo potere di scioccare e disgustare il pubblico. Nel dvd è presente anche “Zora Ferox”, incontro con Zora Kerowa.

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Monolith, di Ivan Silvestrini. Attenzione, bimbo a bordo!


Un’autovettura fuoriserie, realmente costruita negli studios americani, il suo nome kubrickiano a figurare audacemente nel titolo, roba che da queste parti non si era mai vista e pensata. Avrebbe potuto essere l’evento cinematografico dell’anno, l’occasione per celebrare l’unità di intenti delle fabbriche di creatività autarchica, e invece no. Monolith, diretto da Ivan Silvestrini, esce nella sale italiane in pieno agosto, e pace all’anima sua.

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