Mamma, ho visto un UGO! Oggetti Giganti Non Identificati


Colossal, Shin Godzilla, il Grande Gigante Gentile. A Monster Calls, Gulliver, Animali Fantastici, Kong. Le dimensioni contano, diffidate di chi dice il contrario. Siamo nel 2017, l’onda lunga delle Lezioni Americane è terminata da un bel pezzo. La prima lezione, diceva Calvino, è la leggerezza, che andava intesa come una sottrazione di peso, una ricerca analitica delle componenti minime del mondo, o del racconto. Lezione valida e applicabile alle differenti arti, solo che nel cinema qualcosa sta cambiando verso: da qualche tempo, dopo tanto minimal, sembra arrivata una stagione di maximal, dalla durata e dai confini ancora incerti. Si potrebbe obiettare che il franchise dei Transformers stesse lì già da un bel pezzo, a dimostrare il primato durevole della pesantezza e dell’oversize, ma a noi non interessano alieni e nemmeno metalli trionfanti, a noi interessano i giganti, in quanto creature colossali,  più o meno organiche, più o meno terrestri, dalle sembianze umane o vegetali o animali.

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Dikotomiko intervista Park Chan-wook!


In occidente sono “il regista di Old Boy”, e me ne dispiace. Ha avuto successo, certo, ma non credo sia il mio miglior film. Vorrei che il pubblico avesse la possibilità di guardare anche i film che non fanno parte della trilogia della vendetta. Per esempio, reputo Thirst superiore a Old Boy.  Park Chan-wook, aka Mr. Vendetta, titolo del primo dei film che compongono la trilogia insieme a Old Boy e Lady Vendetta. Una (non)trilogia che ha timbrato a fuoco il nome di Park sopratutto in Occidente, dove le visioni orientali sono sempre tardive, immobili, semplicistiche. A meno che non si è lettori di Nocturno, ovviamente. Qui il secondo nome del più grande regista coreano non è più Mr. Vendetta, ma

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Get Out, i film che hanno ispirato Jordan Peele


Hanno cambiato faccia. Mentre scorrono le immagini di Get Out, il nostro pensiero reagisce come il cane di Pavlov, ci conduce al cult movie di Corrado Farina del 1971. L’accostamento è allegorico più che logico, entrambe le opere sprigionano vapori malsani, c’è un potere che oscuramente trama per carpire qualcosa o qualcuno, coartando legami sentimentali e relazioni sociali. Sempre sulla scia dei pensieri in libertà, guardando gli afroamericani posseduti nel film di Peele – il giardiniere, la cameriera, il dandy in panama e giacchetta – riscontriamo  tracce di Skeleton Key, il film metempsicotico ambientato nella New Orleans del dopo uragano, con i neri che attraverso il voodoo rubavano le identità ai più giovani e ai più bianchi. Di Haneke e dei Funny Games sociali abbiamo già parlato, è invece il caso di riconoscere il tributo di Peele allo Stuart Gordon trionfale, quello di Re-Animator, nella macabra preparazione della trasfusione di cranio. Da Gordon viene anche la cifra stilistica che trova, nel grottesco, il punto di incontro tra l’horror e la commedia nera.  L’ambientazione bucolica di Get Out, con il party organizzato nel bosco, davanti alla splendida villa coloniale, suscita dietrologie nerd, fa pensare al The Conspiracy del canadese Chris MacBride (2012), mentre il contrappasso della intro del film, con la abduction di un povero nero in un elegante quartiere residenziale bianco, deve all’Halloween primigenio l’uso della ricca suburbia come locus maleficus.

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The Neon Fetish – Guida al feticismo cinematografico – Parte II – Tarantino, il regista piedofilo


Cominciamo dalle sequenze finali di The Hateful Eight, l’impiccagione da camera che non ha precedenti, e non avrà seguenti, nella storia del cinema. Guardiamo Daisy Domergue negli ultimi spasmi di vita, guardiamo le contrazioni raccapriccianti dei piedi costretti nelle scarpe di vernice, con appeso il moncherino di John Ruth, fino al sopraggiungere della morte. Feticismo estremo. Arti mozzatI, scarpe, corde, camera da letto, questo è Quentin Tarantino, non il postmoderno, ma l’archeologico, il filologico Tarantino. La scena è ispirata, forse, al Kiss Me Deadly di R. Aldrich, anche lì l’impiccagione era una danza macabra di piedi femminili, piedi nudi appesi, piedi nudi che corrono sull’asfalto in una notte buia. Il foot fetish è una questione autoriale, e Quentin Tarantino dichiara pubblicamente la sua santissima trinità in materia: Bunuel, Hitchcock, Fuller.

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The Neon Fetish – Guida al feticismo cinematografico – Parte I


Tutti ai vostri posti, allacciate le cinture. Allacciate anche le corde, le manette, le catene. Lucidate le borchie, saggiate le guarnizioni, sterilizzate i giocattoloni. Last but not least, verificate le vostre riserve di lubrificante, e tenete le tute in lattice a portata di mano, questo dossier è una questione delicata. Una questione di fetish. Vi confesso che l’argomento presenta per me delle difficoltà, che non sono indotte dal pudore o da particolari pruderie, ma dall’esigenza di circoscrivere una materia così eterogenea al campo filmico. Impresa davvero ardua, perché il fetish è espressione di un gusto personale, particolare in quanto soggettivo, nella vulgata è spesso associato alla perversione, e qui la faccenda si complica, il termine perversione implica un giudizio morale, e noi che siamo cinefili, quindi guardoni per antonomasia, quindi feticisti, non abbiamo voglia né facoltà di tirare la prima pietra. Facciamo così allora, diciamo che ci interessa tutto ciò che è fetish ma non è parafilìa, tutto ciò che comporta esibizione di una pratica sociale, un gioco di ruolo e dei ruoli, e come è stato rappresentato sul grande schermo.

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…Continuavano a Chiamarlo Jeeg Robot: intervista a Menotti & Guaglianone


Menotti & Guaglianone, o Monetti & Gaglianone, o Moretti & Gagliardone, o Minotto & Guarguaglione? Loro sono gli sceneggiatori del film di Gabriele Mainetti (o Manetti? Manetti Brothers? E il fratello ‘ndo sta?) e sono al centro di un attacco incrociato, sulla carta stampata, sul web, nei bar, anche Amnesty si è espressa a riguardo. Il loro nome – il loro cognome – è stato infatti storpiato, troncato, apocopato, abusato, è diventato uno slogan automaticamente generato per #giacchettisindnacodenoantri, per colpa loro certamente, non avessero scritto il film non staremmo nemmeno a parlarne, ma intanto l’hanno scritto, e noi dobbiamo schierarci, si o no, l’astensione è reato! Si, loro hanno scritto Lo Chiamavano Jeeg Robot, pensateci quando gridate al miracolo, al nuovo cinema italiano, alla rivincita dei nerds, pensateci quando, per la prima volta in vita vostra, seguirete la premiazione dei David di Donatello manco fosse il Sanremo che avete sempre sognato. Perchè anche quella sera, potete giurarci, qualcuno infierirà su di loro, e sarà la volta che Minosse & Gagliolone si incazzeranno sul serio. Intanto, leggete cosa hanno risposto alle nostre ineffabili domande dikotomike.

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Io, il Bif&st 2016, il pagellone delle nuove proposte


Sono stati giorni durissimi, al limite dell’umana sopportazione. Si che si era partiti con le migliori premesse, toccava infatti un’immersione piena –nel cinema italiano che non è ancora al cinema, bisognava visionare e giudicare, in tempi assai ristretti, otto lungometraggi otto non ancora editi in quanto non ancora distribuiti in sala. La mia posizione di partenza, lo sapete, era doverosamente laica ma alquanto pregna di aspettative, molti e disparati erano i segnali incoraggianti provenienti dal cinema autarchico più recente, tra opere prime, seconde o esordi memorabili. Invece. La. Catastrofe. Il. Tedio. Senza. Rimedio. Una tortura guantanamica per gli occhi la mente ed il cuore, una cura Ludovico che avrebbe spezzato chiunque, un crimine contro la mia umanità. Ho resistito, non temete, la scorza è incrinata ma ancora dura, e se oggi sono qui, a scrivervi queste parole di sangue, è per lasciarvi testimonianza di cosa non deve – o non dovrebbe – essere un film in quanto tale, ancor più in quanto nuova proposta: banale, pretenzioso, superficiale, prolisso, innocuo, qualunquista, pietista, ruffiano, trito, ritrito, autocompiaciuto, sovvenzionato. Dal novero escludo l’originalità, che è valore relativo e non assoluto. I voti e i giudizi dunque, agli otto lungometraggi otto:

bifest 2016

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