Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli. A Glitter Sweet Symphony.


Un  film vive negli occhi di chi lo guarda. Se questo è vero, il film ha la nazionalità, la lingua, le emozioni di chi lo guarda. Non esistono pertanto dicotomie tra film nazionali e film stranieri, l’immaginario dello spettatore è cosmopolita e non conosce confini. Questa è la mia professione di fede. Confesso tuttavia che mi approccio al cinema italiano con curiosità morbosa, lo guardo come guarderei un feto deforme conservato sotto vetro in formaldeide. A volte prevale l’orrore, altre la meraviglia. Nico 1988, di Susanna Nicchiarelli.

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Blade Runner 2049. Ma gli androidi sognano pecorine elettriche?


Solo accettando la finzione, noi, ritroveremo l’umanità. Sembra una dichiarazione di intenti, è un motto, il verso di una canzone che al momento mi tormenta, o mi esalta, il che è lo stesso, data la compromessa obsolescenza delle mie sinapsi. Ci sarebbe da fare i sacerdoti del sommo nulla, e passare questo tempo scrivente ad interrogarsi su un grande enigma del nostro non tempo, se cioè sia più importante la riproduzione, o la riproducibilità. Decido invece di optare per il sommo valore della sterilità, intellettuale ancorché morale, quindi non ho spunti da spruzzarvi addosso. Resto inerte, dopo Blade Runner 2049, di Denis Villeneuve.

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Mother! Credo in un solo Darren, (D)io onnipotente.


La creazione è un atto di fede. La creatività, un atto di ingegno. La distruzione, un atto di volontà. Mi ritorna in mente la lectio magistralis di Drew Barrymore as a teacher, in quel di Donnie Darko: brandendo i Destructors di Graham Greene, enunciava che la distruzione è un atto creativo. Ecco allora che si compone una nuova santissima trinità, o una trimurti, tutta fuoco e sangue, e stupore e tremori. Creazione, creatività, distruzione. Mother!, di Darren Aronofsky.

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Valerian e la Città dei Mille Pianeti. Luc in the sky with diamonds


Crack! Flop! Crash! Sboom! Sigh! Sob! Sniff!  Leggete le critiche, quelle americane soprattutto. Un delirio di onomatopee, tentativi stentati di condensare il dissenso, anzi, il ribrezzo, nella parola scritta. Una caciara canagliesca, un rumoraccio di fondo per allontanare grandi e piccini, per uccidere la curiosità quando ancora è in embrione. Uno strepitare così convincente, da costringere pure l’icaresco regista a tapparsi le orecchie e a rivolgere il suo sguardo al suolo. Valerian e la città dei mille pianeti, di Luc Besson.

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Leatherface, di Bustillo e Maury. The Texas Chain-Show Massacre


Occorre ragionare su passato e immaginazione, cioè su quale visione individuale possa scaturire dal racconto, per immagini, di eventi collocati in un tempo remoto. Prendete ad esempio It, l’attesissimo blockbuster di Muschietti, scritto da Fukunaga-Palmer: gli eventi, che Stephen King riferiva al 1957, sono traslati al 1988, con l’unico intento di rendere l’opera commestibile agli occhi di un pubblico allargato e, perché no, storicamente poco alfabetizzato. Per converso, prendete Leatherface, di Bustillo e Maury: gli eventi descritti, che dovrebbero essere le concause della nascita di un mito, sono collocati negli anni 1955 e immediatamente seguenti, con l’intento, crediamo, di condurre gli spettatori sul percorso accidentato di ciò che oramai è rimosso. Scegliere il passato da adoperare equivale a schierarsi, è un atto politico, prima ancora che creativo.

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L’Ordine Delle Cose. Ci meritiamo Andrea Segre


 

Per mia esperienza personale – limitata, limitatissima per fortuna – posso tranquillamente affermare che si, è vero, esistono poliziotti buoni. Uomini al servizio dello stato e del cittadino, che si preoccupano principalmente di fare il proprio dovere. Il guaio è che i poliziotti buoni che ho conosciuto sono tutti senza divisa, si tratta cioè di alti dirigenti o investigatori da ufficio e computer. Corrado Rinaldi è uno di loro, un funzionario del Ministero dell’Interno, specializzato in missioni internazionali. Nel nuovo film di Andrea Segre è inviato in Libia, con il compito di limitare la partenza di migranti verso le coste italiane. Ma chi è davvero Corrado Rinaldi? Non ci crederete mai, lo so, ma è Silvio Berlusconi.

O almeno lo era nella serie 1993, e senza l’aiuto di scarpe con la suola rialzata. Paolo Pierobon, ne L’Ordine Delle Cose, è responsabile della realizzazione di un’impresa che nel cinema italiano riesce assai di rado: quella di dar vita ad un personaggio. Vivo. Credibile. Maniaco. Prestigioso e meschino, onesto e geloso della propria agiatezza, come si conviene ad un italiano vero.

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Baby Driver, un film che non si può sentire.


Musica intrusiva, dall’inizio alla fine del film. Personaggi senza sfumature. Ricostruzioni storiche opinabili, fatte ad uso e consumo di chi le ha messe in scena. Sembra una qualunque hater-recensione a Dunkirk, di quelle che hanno veramente ammorbato, invece, cari miei, è quello che penso di un altro film, accolto da una benevolenza francamente eccessiva. Baby Driver, di Edgar Wright.

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