Personal Shopper, di O.Assayas. Kristen vive.


Occupare spazi da autogestire. Era scritto in grande sulla scala di entrata del mio liceo, era una scritta straordinariamente tenace, resisteva alla pioggia, alle pulizie straordinarie di operai specializzati, resisteva persino alle mode. Ne ero turbato ma mi ci alambiccavo, se l’occupazione fosse più importante dell’autogestione, pensavo, oppure se possa esistere autogestione sena occupazione. Forse Olivier Assayas ha letto questo slogan, l’ideologia che lo ispirava dovrebbe essere (stata) simile, e lo ha reinterpretato alla luce delle nuove professioni 2.0. Personal Shopper.

Continua a leggere

Boston – Caccia all’Uomo. Race for the cure!


Sono acrimonioso, tanto, tanto acrimonioso. Sono capace di accendermi come un fiammifero, di spargere veleno su persone e cose, di cavalcare cause perse con immane protervia. Ad esempio, odio le corse cittadine. Le maratone, le marcialonghe, le passeggiate ecologiche, le sgambate in centro. Che abbiano un fine nobile, corse per la vita o per la cura, che siano eventi a tema, sponsorizzati e verniciati e musicati, sempre incorrono nei miei strali, perché io sono uno, dicotomico, apodistico. Credo fosse questa la ragione: passai in surplace sull’attentato alla maratona di Boston, sarcasmai sulle bombe nelle pentole a pressione che esplodevano al traguardo e mietevano e falciavano e tranciavano. Questa, più la spinta avantilogica della dietrologia, la previsione della trita retorica patriottica che l’evento avrebbe innescato. Incappavo purtroppo in un incidente di percorso, perché le bombe a Boston erano atomiche, erano la realtà che si fa simbolo, che muta in rappresentazione allegorica, quindi perde di significato, o cambia significato. Patriots Day, di Peter Berg.

Continua a leggere

Fast & Furious 8, aka Fast & Fury Road


Come fossero cronache del dopobomba. Viviamo nel dopo, nessuna domanda sul quando. Fury Road è il discrimine, l’accelerazione finale, la scoperta che avanti è l’unica direzione possibile. Avanti come progredire, ma anche come regredire, se si cambia verso, se l’orizzonte è di nuovo il punto di partenza. Correre bisogna, a tutto gas verso la distruzione, verso il fuoco della palingenesi. The Fate of the Furious, di F. Gary Gray.

Continua a leggere

Prevenge. Come superare l’ansia pre-parto


Alice, nel paese delle non-meraviglie, si ritrovò in un periodo fermo, diversi suoi progetti professionali sembravano arenati, una frustrazione strisciante cresceva dentro di lei. Dentro la trentasettenne Alice c’era anche qualcos’altro che cresceva: una figlia. Un po’ per scherzo e un po’ no, buttò giù due righe, un soggetto lungo una paginetta, e lo sottopose ad un produttore. Era quasi sicura che sarebbe stato respinto, chè Alice di cognome fa Lowe, ovvero la cosceneggiatrice di Sightseers – Killer in viaggio, la nerissima commedia di Ben Weathley; e il soggetto riguardava una vedova incinta che si vendica dei responsabili della morte di suo marito. Arrivò la risposta dei produttori, che non fu “è ridicolo, scrivine un altro” ma “ok, facciamolo”. E Alice reagì con “Maccosa?! Davvero??”.  E insomma Alice scrisse lo script in due settimane, e girò il suo primo film in 11 giorni. 11 giorni. Non sono pochi i registi affermati che impiegherebbero più tempo a girare il filmino di un matrimonio.

Continua a leggere

Ghost in the Shell, lunga vita alla nuova Scarlett!


C’è fermento intorno a questo film. Aspettative, mugugni, un carico di ansia notevole. C’entra la faccenda della propedeuticità, se cioè uno spettatore possa accostarvicisi vergine o se sia obbligatoria la visione – il watch, il rewatch, il binge watching, il loop – dell’intera saga animata precedente. Va aggiunta anche una buona dose di senso di colpa, in quanto è richiesto, a quel medesimo spettatore presumibilmente illibato, di prnunciarsi a priori sui rischi dell’occidentalizzazione, di quando un’eroina giapponese cambia i suoi lineamenti perché lei lava più bianco, whitewasher. Ce n’è abbastanza quindi per abbracciare convintamente la parte del torto, andare al cinema e guardare Ghost in the Shell con la spensieratezza degli ignari, la licenziosità dei golosi.

Continua a leggere

Elle for Vendetta. Tutte le donne di Paul Verhoeven


Si narra che Steven Spielberg, infervorato da Soldato d’Orange, avesse suggerito il suo nome a George Lucas per dirigere Il Ritorno dello Jedi, ma che avesse bruscamente cambiato idea dopo aver visto Spetters: “Forse ha temuto che avrei cominciato il film con un’orgia tra Jedi!”, ha detto lui al Guardian. Certo è che con lui avremmo visto una Leila diversa, testa alta e tette in fuori, che prona si accoppia a Jabba e ad un manipolo di alti ranghi dell’Impero, per il trionfo della Repubblica o per la sua soddisfazione personale. Lui è Paul Verhoeven, l’Olandese Violento (non Volante). Il suo cinema è radicale, un incubatore di dualità complementari in equilibrio instabile: maschi e femmine, carne e sangue, ma anche sacro e profano, polluzioni e deiezioni, stupri e infatuazioni. I suoi film sono distribuiti nell’arco di mezzo secolo, grondano libertà, disperazione, sovversione, vengono accusati bipartisan di essere fascisti, comunisti, misogini, omofobi, pornografici, blasfemi. Moralisti mai, a-morali semmai, come lui, Verhoeven, indagatore degli incubi maschili nelle più disparate proiezioni femminili. Non sappiamo se ami le donne, come ha spesso dichiarato, quel che è certo è che le guarda e le mostra, sin dagli inizi della sua carriera le spoglia – letteralmente – di ogni divinazione e le butta nell’agone, in due tre o più per volta, circondate da uno stuolo di peni grottescamente eretti. Parrebbe una variante della guerra tra sessi, invece è la rappresentazione della dinamica naturale degli ormoni: il maschio agisce meccanicamente – roboticamente – spinto dal testosterone, la femmina sta/non sta al gioco per un obiettivo che duri di più di 20 o 30 orgasmatici secondi.

Continua a leggere

Al Korea Film Fest il solido Tunnel coreano di Kim Seong-hun


Vi è mai capitato di parcheggiare in spazi ristrettissimi, tanto da essere costretti ad uscire dalla parte del passeggero? A me spesso, ed è sempre un’esperienza traumatica, ai confini dello sport estremo. Scavalco la leva del cambio, mentre una gamba è ancora intrappolata tra lo sterzo e i pedali, le piego entrambe con sforzo pazzesco, intanto sento la schiena che scricchiola preoccupata, sto sudando, e quando finalmente riesco a poggiare il culo sul sedile mi rendo conto che devo ancora recuperare la gamba sinistra. Solo a pensarci mi viene il fiatone. Non oso neanche pensare, invece, alle difficoltà che incontrerei se dovessi saltare sul sedile posteriore. Per poi magari uscire attraverso il lunotto in frantumi e quindi strisciare dentro un’altra automobile ridotta pure peggio. Mentre fuori dall’abitacolo macerie, lastre di cemento, tubi di ferro ed un’intera fiancata di montagna crollata impediscono qualsiasi altro movimento. Giammai, quella è roba da disaster-movie. The Tunnel, di Kim Seong-hun.

tunnel111

 

Continua a leggere