Bronson, di Nicolas Winding Refn. Living in a box.


Poteva essere un film di denuncia, un prison movie alla maniera del neorealismo inglese, alla Ken Loach, fieramente proletario, impudicamente ideologico. Si parla della storia del più grande criminale di Albione, tale Michael Peterson in arte Charles Bronson, uno condannato a 34 anni di galera per aggressioni brutali e reati plurimi  – mai un omicidio – , 30 anni già scontati in isolamento. Poteva esserlo, ed al progetto lavorarono un manipolo di inglesi in volenteroso autofinanziamento, tra questi Tom Hardy, giovane attore che ancora si barcamenava tra il teatro, luogo natìo, ed il cinema a successo progressivo. Il progetto abortì, poi rinacque a nuova visione grazie a Rupert Preston della Vertigo Films, che lo affidò a Refn.

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Wonder Woman, di Patty Jenkins. Sia lodata la Dea del cinema.


La protagonista di questo film è israeliana: come tutte le Israeliane e gli Israeliani, ha prestato servizio di leva obbligatorio, perché i doveri imposti da quella patria non sono una questione di genere. Come tanti suoi connazionali del passato, del presente e, ahimè, del futuro – prossimo e anteriore -, è stata militare al fronte, in una zona di guerra perenne, il Libano, dove per questo motivo il film non viene distribuito. Sbagliato, forse, confondere la politica con il mainstream, più sensato sarebbe ragionare sul cinema come esperienza che illude e non delude, ma le vie degli embarghi sono infinite. Sempre lei, adorata lei, ha rischiato di compiere la più auspicata e ucronica delle nemesi, perchè il fumetto all’origine del fim la avrebbe voluta contrapposta ai demoni del Terzo Reich. Così alla fine non è stato, le è toccato un altro Reich, ma va bene lo stesso, il risultato è una meraviglia. Wonder Woman, di Patty Jenkins.

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Dikotomiko intervista Kim Jee Woon, pure.


Se nelle pagine di Nocturno fossimo costretti a fare un nome solo, tra i registi della new wave coreana, quel nome sarebbe proprio Kim Jee-woon: è lui il più devoto al cinema di genere. Ai generi. Tanto che, per sua stessa ammissione, finora ha sempre scelto un genere da trattare prima di iniziare a scrivere ogni sua sceneggiatura. Per poi, già durante la stesura e più ancora sul set, spingere tale genere all’estremo e nel contempo mescolandolo con altri. Esattamente vent’anni fa Kim inviava una delle sue prime sceneggiature ad un concorso, vincendolo. Lo script era quello di A Quiet Family, che un anno più tardi diventò il suo primo film. Si trovò al posto giusto nel momento giusto: la crisi economica aveva rallentato, se non bloccato, gli investimenti nel settore da parte di colossi come Samsung e Daewoo, lasciando campo libero a capitalisti di ventura pronti a produrre un discreto numero di film all’anno, anche a registi non affermati com’era Kim. Grazie, crisi.

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Koch Media homevideo, le novità mensili


Yakuza Apocalypse

Che il malaffare sia connaturato al capitalismo, quindi al profitto che è vampirismo sociale, è ideologicamente acclarato. Che invece i criminali possano essere dei dannati non morti, in specie vampiri, è un’idea piuttosto originale. Si potrebbe buttarla in caciara e narrarne come fosse un’alba dei boss morti dementi, oppure parlarne con tono compunto e rifllessivo, facendo dalla banalità e della necessità del male una storia umana quindi universale. Questo fa Miike, dopo un prologo – iperbolico ovviamente – a mazzate e botte canoniche: prende un giovane mafioso, morso al collo dal vecchio padrino in punto di morte, braccato e combattuto da un sukiyaki western Django e dal maestro del Silat, e lo trasforma in una creatura dolente e mortifera, capace di contaminare suo malgrado – a sua insaputa – intere classi sociali, dal travet alla casalinga, dall’uomo d’affari alla studentessa adolescente. Nessuno è senza colpa nel Giappone dell’ oggi, e l’uno è assetato del sangue dell’altro, tanto che c’è chi pensa a creare emoteche in enoteca, dove un gruppo di anziani capibanda, assisi in catene e vestiti solo di perizoma cerimoniale, imparano l’arte del cucito e si prestano a dolorosissime suzioni, vessati e seviziati da un kapò che è demone puzzolente con becco da papero. Il sangue, non il denaro, è nuovo carburante di questa sciagurata società, ma il guaio è che non c’è un solo male assoluto, ci sono infiniti mali possibili, tutti al di là della più fervida o malata immaginazione. E’perfettamente plausibile quindi che una gang rivale invochi un demone guerriero, un gigante marziale vestito da Kermit dei Muppets, che sotto la maschera è davvero faccia ranesca e corpo da guerriero.

Consueta limited edition per il bluray, che comprende un booklet esclusivo.

 

Scare campaign

Tempi duri per lo show televisivo Scare Campaign, dopo anni di successi ottenuti con la vecchia formula hidden camera + spaventi old school. Nell’era delle tv on line, è necessario alzare la posta e rendere le candid camera più terrificanti. E magari scegliere l’ambientazione più idonea, che può essere un ex ospedale psichiatrico. Basso budget e look televisivo giustificato dal contesto, Scare Campaign è una novità per il panorama cinematografico australiano, di solito diviso nettamente tra noiosissimo drama mainstream e ozploitation estrema. Questo è un film che si infila nel mezzo, con i suoi pregi e difetti. Sceneggiatura beffarda e ricca di twist e trucchi per uno slasher che è anche, e sopratutto, mockumentary.

Anche questo bluray è disponibile in edizione limitata, insieme all’esclusivo booklet.

 

Dragonball Z  –  box 1

I primi 60 episodi in 10 dvd, un booklet esclusivo di 32 pagine con la guida completa agli episodi e una galleria dei personaggi. Saranno cinque in tutto i cofanetti, e comprenderanno tutti i 291 episodi in 49 dischi. In questa prima uscita, sono presenti anche succulenti contenuti speciali: le anticipazioni inedite in tv in versione originale sottotitolate in italiano; un menù interattivo; la mitica sigla tv italiana e le sigle originali.

 

Terra Formars, di Takashi Miike. Poi non dite che non ve l’avevo…


Il blogger non è un maestro, è un pusher al quale il cinetossico si rivolge con fiducia e apprensione. La definizione, chiara e veritiera come il bilancio di una public company, è di una mia amica virtuale, io mi sono limitato a limarla e riportarla qui. Spaccio commenti a costo zero, elucubrazioni corticali, giudizi viscerali. Lo faccio per voi, perché sappiate che siete quello che vedete. La mia è una missione di pece, non di pace. Così, all’apice del mio egocentrismo, con tutta la protervia di cui sono incapace, sono a somministrarvi una roba che mi è appena arrivata, una nuova visione sintetica di cui tutto ignorate, o poco sapete, ma è roba buona, garantisco io, anzi no, garantisce un mio amico. Takashi Miike. Terra Formars.

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La Cura del Benessere. Oltre l’omeopatia c’è solo Gore Verbinski


Incesti, amori inconfessabili che lambiscono la pedofilia. E poi denti strappati, denti trapanati. Incidenti stradali, corpi martoriati, bruciati, devastati dalla vecchiaia. Animali mostruosi, predatori subdoli o vittime sacrificali. Torture fisiche, torture mentali e tanta, tanta allegoria. Come siamo strani noi spettatori, a volte basta uno solo di questi elementi per farci gridare al miracolo, se poi ce n’è più d’uno inquadriamo il genere, il gore, e ci mettiamo lì contenti, a battere le manine e a soffocare i gridolini di paura. Invece. Invece. Arriva un film che contiene tutti gli elementi pedissequamente elencati e noi spettatori ci permettiamo di ignorarlo, non di criticarlo, che si può e si deve, ma di ignorarlo, di abbandonarlo all’oblio della memoria collettiva. Questo è un crimine, sia chiaro a tutti, questo film non è solo gore, ma è di Gore, ed è una graditissima sorpresa. A Cure for Wellness, La Cura del Benessere, di Gore Verbinski.

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Raw, di J.Ducournau. The Meat is Murder


Da giorni, da mesi forse, trascinavamo i nostri stracci e le nostre membra marce, senza più una meta, senza più una ragione apparente. La fame era arrivata improvvisa, come una sciagura, nessuno era attrezzato per combatterla. Come un incendio ci aveva consumato, intaccando gli organi vitali, poi la pelle, alla fine, o al contempo, le nostre residue capacità intellettive. Infiacchiti, riuscivamo appena a dondolare il moncone che un tempo era stato il dito indice della mano destra, a fare su e giù sullo schermo. Fino a quando. Fino a quando il titolo apparve, e allora ci scoprimmo così, recidivi, più affamati che mai, non ci vedevamo più dalla fame, eppure qualcosa vedemmo, ma alla fine, in fondo in fondo, non ci saziò. Raw, di Julia Ducournau.

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