Brimstone, di Martin Koolhoven. Sempre sia lodato, e fuori i mercanti dal Tempio!


Nel mestiere che ci siamo inventati, che sarebbe quello di parlare di cinema laicamente, e anche gratuitamente purtroppo, senza committenze o numi tutelari di sorta, nel mestiere che ci siamo inventati riesce spesso difficile distinguere tra peccato e peccatori, l’obiettivo è cercare sempre di parlare del film e non di chi guarda i film. L’errore però è sempre in agguato, capita di imbattersi in un’opera per molti aspetti straordinaria, che su web e riviste è stata lapidata e condannata senza pietà né giustizia, così, con processo sommario. Ci è venuta voglia di fare i bounty killer, di mettere taglie social su chi si macchia, consapevolmente o meno, di questa colpa, poi però rinsaviamo, il nostro è già un mondo difficile, il futuro è incerto, e decidiamo di lasciare l’infermo dietro l’angolo. Brimstone, di Martin Koolhoven.

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Nothing Lasts Forever, il film perduto con Bill Murray e Dan Aykroyd


Questa storia inizia nel 1975, con la nascita del Saturday Night Live: Tom Schiller entra subito a far parte della squadra di creativi e per undici anni scrive e dirige sketch e cortometraggi, nei quali appare gente del calibro di John Belushi e Bill Murray, tra gli altri. Il suo stile visionario è apprezzato da molti, anche alla MGM che lo mette sotto contratto per scrivere e dirigere il film Nothing Lasts Forever. Erano gli anni di flop commerciali clamorosi, primo tra tutti I Cancelli Del Cielo di Michael Cimino: tirava una brutta aria alla MGM, i dirigenti andavano e venivano, tutti erano presi da mille problemi e nessuno pensava a quello che stava succedendo sul set di Schiller, che ebbe quindi la possibilità di terminare le riprese in assoluta libertà, senza influenze e condizionamenti da parte della produzione. Negli uffici della major ci si accorse troppo tardi di aver involontariamente finanziato un film “d’autore” e anti-commerciale, e le cose peggiorarono dopo un test screening disastroso a Seattle. La MGM decide di accantonare la pellicola in magazzino e lasciarla lì a prendere polvere, anche perché nel film erano inseriti diversi spezzoni di film storici, e le questioni di copyright avrebbero alleggerito ulteriormente il già scarno portafogli della MGM. Portafogli esangue, ottusità pingue: consuetudine voleva, e forse vuole ancora oggi, che le sceneggiature commissionate dalle major venissero esaminate alla ricerca di errori ed incongruenze, oltre alle già citate grane di copyright. Una delle note, che a distanza di anni Schiller ricorda ridendo, recitava testualmente: “Un bus non può volare”. E pensare che Dan Aykroyd,  John Belushi e Bill Murray si erano tutti detti pubblicamente entusiasti dello script. Già, Belushi. Doveva esserci anche lui nel film, che avrebbe dovuto e potuto essere un festacchione in puro stile Saturday Night Live. Che era poi quello che si aspettavano alla MGM, un film che sfruttasse il successo del SNL, le facce del SNL, realizzato in stile SNL, che portasse un bel po’ di dollari nelle loro casse. E invece l’umore sul set fu quello di un funerale, chè John Belushi morì un mese prima dell’inizio delle riprese.  Cambiando per sempre la percezione di uno dei corti girati da Schiller per il SNL, Don’t Look Back In Anger, nel quale un Belushi novantenne si reca al cimitero a visitare le tombe dei suoi amici e colleghi, compresi Chevy Chase e Dan Aykroyd, e tra le tombe ricoperte di neve declama “tutti pensavano che sarei stato io il primo ad andarmene”.

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Billy Lynn – Un Giorno da Eroe, di Ang Lee. Sempre sia lodato


Costato più di 40 milioni di dollari, distribuito in più di 1.000 sale negli Usa, dove ha incassato poco più di un milione di dollari: signori, qui non si tratta di un clamoroso flop commerciale, si tratta di una questione ideologica. Anche politica, se si considera che lo stesso film, coprodotto, è andato ad incassare più di 30 milioni di dollari sul mercato cinese. Billy Lynn’s Long Halftime Walk, di Ang Lee.

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The Eyes of My Mother. Sundance Macabre


Il Sundance Film Festival, con questa specifica denominazione, ha 27 anni, abbastanza per cercare un fattore comune tra le millanta produzioni indipendenti passate sotto le sue insegne. Ebbene, sembra che la vera prerogativa per un film indie a marchio DOC sia l’eccentricità, dei protagonisti, o dei contesti,  o delle storie, sembra insomma che registi e sceneggiatori abbiano in spregio la banalità del quotidiano e dei generi, prediligendo punti di vista distaccati ai confini della realtà. I più snob si porrebbero addirittura sopra la realtà, per manipolarla con risultati spesso odiosi (The Squid and the Whale, Me & Earl & the Dying Girl, The East, Captain Fantastic ad esempio), i più dritti invece se ne collocano al di fuori, per deformarla. Questo è il caso del collettivo riunito nella Borderline Films (borderline, appunto), tre registi freschi di studi alla New York Tisch School of the Arts che producono i loro stessi film e poi si mettano a lanciare giovani esordienti.

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Trainspotting T2 – Il Giorno Del Giudizio.


Nel 1996 mi drogavo anch’io, anche se in scala 1:1000 rispetto a Mark e compagnia bella. Screamedelica dei Primal Scream era l’unico disco non-totalmente rock che riuscivo ad ascoltare. E ad amare. A parte loro, non sopportavo qualsiasi cosa fosse anche vagamente dance, compresi Underworld e New Order. In quello stesso anno i Primal Scream realizzarono una sorta di anti-inno nazionale per la squadra di calcio del loro paese, la Scozia, in occasione degli Europei. E lo realizzarono in collaborazione con Irvine Welsh. Sitting there waiting for the inevitable shutout that never fucking comes. Era proprio la voce di Welsh a biascicare splendidi sproloqui riguardanti la Scozia, sopra un beat abbastanza dimenticabile dello Scream Team. Insomma, amavo e amo i Primal Scream, e la loro presenza nella colonna sonora di Trainspotting fu uno dei motivi per i quali mi infiltrai nell’orda di stonati che invase le sale. Trainspotting è una boiata. Sotto il livello delle commedie nostrane con Alvaro Vitali. Tutti mi volevano uccidere nel 1996, ero l’unico a dissentire dal coro di esaltazione generale. E per di più, i Primal Scream c’erano, si. Ma per pochi secondi. Dopo vent’anni mi ritrovo in un’orda molto più piccola e finta, sono troppo giovani (e hanno troppi risvoltini): il primo Trainspotting l’avranno visto quest’anno. Il seguito di Trainspotting è molto migliore del primo, ed io non fumo uno spinello da tre anni.

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Hacksaw Ridge, di Mel Gibson


Il Simpatizzante. E’ il titolo suggestivo, dall’eco vagamente calcistica, del romanzo di Viet Thanh Nguyen, premiato con il Pulitzer 2016, edito in Italia da Neri Pozza. Lo abbiamo letto e complessivamente apprezzato, pur riconoscendo in esso il tratto acerbo del neofita. Anche se non in modo originale, Nguyen riflette opportunamente sul rapporto tra imperialismo e cinema: gli Stati Uniti, dice Nguyen, sono la prima potenza mondiale perché detengono il monopolio dei mezzi di rappresentazione della realtà. Parliamo della fabbrica dei sogni, di Hollywood. Rappresentare la realtà e la storia significa orientarne, non l’accaduto, ma l’immaginato: ad esempio, abbiamo sempre visto il Vietnam con occhio yankee, mai con occhio vietnamita. All’oggi, ciò che di bellico Hollywood non rappresenta non diventa immaginabile, pur restando visibile nelle forme pornografiche consentite dalla Rete, e questa assenza di materiale elaborato per l’immaginario è forse la causa, o l’effetto, del terrore globale, ancestrale quindi religioso, della minaccia diuturna di un nemico invisibile e ubiquo ma senza nazione, rogue one, pronto ad esplodere e ad esploderci nell’apoteosi del nichilismo più astratto. Discorso lungo, meglio ripiegare su territori cogniti, meglio parlare di Mel Gibson e di Hacksaw Ridge.

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The Neon Fetish, parte IV: sono pazzi questi giapponesi!


Kenichi Takahashi, noto comico televisivo 44enne, è stato arrestato per il furto di dozzine di uniformi liceali, e pare abbia confessato di rubare le divise da più di venti anni. Le sue fan si son dette dispiaciute, dichiarando che avrebbero volentieri donato le loro se avessero saputo. L’impero incontrastato del fetish è il Giappone, senza se e senza ma. Il pensiero vola inevitabilmente ai distributori automatici di mutandine sporche, ed è un pensiero ormai antiquato e limitato. Curiosamente, parte della responsabilità della diffusione del fetish per le mutandine femminili è da attribuire alla polizia, alla legge e all’ordine, visto che negli anni 60 i roman porno furono perseguitati perchè mostravano atti sessuali di donne e uomini che non indossavano biancheria intima. Le mutandine inondarono tutte le scene erotiche, quindi, per sottrarsi alla censura, alle denunce e ai sequestri, e finendo per colonizzare l’immaginario perverso della popolazione maschile. Popolazione della quale fa parte il giovane Yu, il protagonista di Love Exposure, uno dei capolavori di Sion Sono, quattro ore di acrobazie emotive, risate scatologiche e sussulti strazianti, zoom e campi lunghi, musiche reiteranti che amplificano l’epica del caos, il purissimo e lineare disordine di un magma visuale e sensoriale. Yu cerca l’amore sotto le gonne delle ragazze, fotografando migliaia di mutandine, affinando la sua tecnica, esibendosi in scatti multipli acrobatici, imparando dai maestri della perversione che tutte le risposte si trovano tra le gambe delle ragazze, collezionando quintali di foto di mutandine di ogni tipo e colore. Yu diventa il re dei pervertiti, senza aver mai avuto una erezione.

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