A Taxi Driver, di Hun Jang, trionfa in Corea del Sud. Una visione, contro ogni revisionismo.


Il revisionismo è un’infamia. Attecchisce sui cervelli atrofizzati, stordisce i minus habentes con tanto rumore per nulla, sostituisce il manganello con la spugna ed il bianchetto. Il revisionismo è connaturato all’ideologia fascista, si accompagna alla propaganda, al razzismo, alla violenza. Il revisionismo fascista ha un solo pregio, che è quello di essere, ai nostri occhi, perfettamente riconoscibile. Più subdolo e pericoloso, invece, è il revisionismo di certa nostra sinistra, che ci arrischiamo a definire revisionismo progressista: confonde vittime con carnefici, trasforma responsabilità oggettive in soggettive, rifugge, vergognosamente, da giudizi morali definitivi. Pensate a Detroit, di Bigelow: i revisionisti di sinistra, quelli ortodossi, lo hanno accusato di essere un film manicheo, troppo sbilanciato, senza sfumature, con i poliziotti bianchi criminali contro i neri povere pecorelle. I revisionisti di sinistra, quelli moderati, lo hanno accusato di razzismo di ritorno, perché la salvezza di alcuni neri sarebbe passata dal buon cuore di sparuti bianchi samaritani. SI fottano tutti i revisionisti, bisogna dare pane al pane, vino al vino, e guerra al fascio. Come a Detroit, così a Gwangju, nella Corea del Sud. A Taxi Driver, di Hun Jang.

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Sunshine, di Danny Boyle. Il Sol dell’Avvenuto.


Fuori, lo spazio interplanetario. Dentro, lo spazio ristretto di piccoli ambienti metallici, corridoi stretti, una serra (nella quale la fitta vegetazione serve a produrre ossigeno), una sala ologrammi. E l’Osservatorio: un’enorme finestra che permette – con opportuni filtri – di osservare la luce del sole da vicino. O, senza filtri, di lasciarsi bruciare e polverizzare in una sorta di suicidio mistico. Un’astronave, la Icarus II, che appare come un gigantesco ombrello spaziale: lo scudo di protezione dai raggi solari, e il manico, ovvero la piccola parte abitata dall’equipaggio. Ristretto è anche il campo delle opzioni e situazioni, quando si tratta di realizzare un film di (molto)fanta(e poca)scienza hardcore.

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Revisionismo dikotomiko: The Martian, di Ridley Scott. Il tempo è galantuomo, lo spazio gli va dietro.


Sveglia, suona, buco in, pancia, scendo, cacca, radio, NASA. Base, scrivo, leggo, spacca, logic, canto, ascolto, NASA. Impulsivo che non sono altro, all’epoca della visione in sala imprecai contro regia e sceneggiatura, del film scorgevo solo il brand marketing per Nasa e USA e ne parlavo così. Sbagliavo, The Martian è un testo universitario, corso di laurea in filosofia dei viaggi nel tempo. La storia apparecchiata da Goddard – in stato di grazia – scorre, apparentemente, in ordine cronologico lineare, le vicende si susseguono infatti in modo calendariale inesorabile. Sotto la superficie invece il tempo si piega, si accorcia, si allunga, è flessibile, è liquido, è emozionale, è scientifico, è umano. E’, in una parola, relativo.

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Detroit, il film dell’anno. Ci meritiamo Kathryn Bigelow.


La rabbia è tanta, oggi è un venerdì nero, nerissimo. Ore e ore passate a cazzeggiare sui social, diluvi e profluvio di recensioni sulla qualunque, tranne che su questo film. Un silenzio non unanime,va detto per amor di verità: sparute autorevoli voci si sono fatte sentire, hanno lanciato alert e warning, blandamente secondo me, anzi, remissivamente, dolentemente. CI pensiamo noi allora a sbiancare i vostri sepolcri, andate tutte al diavolo, voi, le vostre serie compulsive, le opere delicate, quelle necessarie, quelle altre sperimentali. Uscite fuori di casa, con le mani alzate e bene in vista, correte al cinema, correte a guardare il film dell’anno. Detroit, di Kathryn Bigelow.

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Il culto di Chucky. A Natale regala anche tu una bambola assassina!


Di plastica o di gomma? Di gomma, senza dubbio. E’ lui stesso a chiarirlo, a saga inoltrata: prima dell’accoppiamento, alla pupa che gli chiede di proteggersi per prevenire orridi concepimenti, risponde che non c’è alcun rischio, di gomma è il suo corpo per intero, membro e membra. Gomma e sangue per la precisione, perché questa è una nuova carne all’inverso, da artificiale diventa organica, da immortale diventa mortale, in itinere. Lui è sua bassezza Chucky, conosciuto dal pubblico italiano come la bambola assassina, il serial killer più esiziale, esilarante, estemporaneo che il cinema degli anni 80 ci abbia regalato. Hey, do you wanna play?

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The Square, di Ruben Ostlund. Svezia, né inferno né paradiso


Stai portando in giro un passeggino, con un bimbo dentro. Ti vien voglia di un caffè ed entri in un bar. Lasci il passeggino fuori e ti fermi al bancone a gustare tranquillamente il caffè. Lo fai a Roma, New York, Londra? Sei pazza/o. In Svezia no. E’ una cosa normale. I bimbi non si rubano, in Scandinavia hanno la socialdemocrazia nel cervello. Ma se nel passeggino ci lasci il portafoglio o la borsa, allora sei stupida/o, perfino in Svezia. Christian non è così stupido: subisce il furto di portafoglio e cellulare in una piazza centrale e affollata, resta vittima di uno scippo che è anche una messinscena efficace e ingegnosa, emozionante come il buon cinema, il buon teatro, o una performance di arte contemporanea. Una truffa che pungola e stimola il suo (voler) essere maschio e altruista, uomo forte e pronto a difendere i più deboli: una ragazza che urla terrorizzata “vuole uccidermi!” e un uomo che arriva di corsa apparentemente malintenzionato. Christian si mette di mezzo, l’impatto fisico non è violentissimo, giusto il tanto che basta per infilargli le mani nelle tasche. L’aggressore batte in ritirata, la ragazza è salva. Prima di accorgersi del furto Christian è eccitatissimo, ha le palpitazioni, ed è contento di aver fatto la cosa giusta. Dopo, niente sarà più come prima.

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Thor: Ragnarock. Waititi e lo spettacolo del Tiki-Taika


Ho fatto il liceo nel pieno fulgore degli anni 80, circondato da paninari e nerd, postpunk e neodark. Due le parole d’ordine di quell’epoca così strana: glasnost e pèrestrojka. Trasparenza e nuovo corso. Ricordo che i nostri rappresentanti d’istituto, indomiti reduci del 68 e del 77, anagraficamente obsoleti, ideologicamente ignari dell’apocalisse imminente, organizzavano assemblee per elogiare l’URSS ed il socialismo reale, in quanto sistema politico capace di autocorrezione. Credevano, o davano ad intendere, che il nuovo corso di Gorbaciov avrebbe preservato il mondo oltre cortina, che Gorbaciov quindi fosse  il profeta di una vittoriosa e pacifica Rivoluzione Russa 2.0,. Avevano azzeccato solo lo zero, nel senso di anno zero, ground zero: la distruzione, e poi il nulla. Ho pensato a loro guardando il magnifico Thor: Ragnarock.

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