We Summon the Darkness. Finisce l’era del #metoo, inizia il #me(tal)too!


Dal punto di vista della scrittura, il #metoo ha prodotto più danni del maccartismo. Autocensura a gogo, Sceneggiature capovolte, ginocentrismo  tolemaico, con la donna al centro di qualsiasi universo, e figure maschili definite con l’accetta, in modo grossolano.  Il disastro è stato ancora più evidente nell’horror, dove il dualismo tra boogey male, babau, villain alfa da una parte, e final girls dall’altra, aveva caratterizzato quarant’anni e passa di produzione. Con We Summon the Darkness il #metoo arriva alla codifica definitiva, passa all’(heavy) #metaltoo: un genere nel genere, quello dei film a tema metallaro, che da nero diventa rosa sangue. Il film è We Summon the Darkness, dirige, sceneggia Alan Trezza, produce e interpreta Alexandra Daddario.

WE SUMMON THE DARKNESS Trailer Extended (NEW 2020) Alexandra ...

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High Life, di Claire Denis. Claire, take us into the light!


 

 

Gretel & Hansel. Le streghe di Oz


Le buone intenzioni, l’affabulazione, le tue pietre miliari il Fauno e Nosferatu, l’inquietudine e l’adolescenza, giri da dio e lo fai consapevolmente. Sono sincero, sono strabiliato. E fortunato, tanto, tanto fortunato, perché mi tocca parlare di Gretel e Hansel, un film straordinario, caduto come un monolite tra di noi che sospiriamo, gementi e piangenti, in questo abisso claustrale. Un film ginocentrico: la donna al centro dell’universo, il passato, il presente, il futuro, l’eterno. Ginocentrico perché esiste intorno a Gretel, che è Beverly Marsh nell’It di Muschietti, che è Sophie Lillis. Bellissima, angelicata e torbida, emanante luccicanza in ogni frame, un tuffo al cuore e la struggente nostalgia di conoscerla da sempre e di non averla conosciuta, di non averla avuta mai, quando si annaspava nei suoi anni. Che sono, più o meno, i 16 anni.

Film School Rejects calls Sophia Lillis “fantastic” in Osgood ...

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Nemici Pubblici. Il podcasting di Dikotomiko, la tua immunità di gregge dai lupi sui balconi!


Quando cammino per le strade ho sempre la sensazione che qualcuno mi stia seguendo. Ma sono invece io che inseguo me stesso. Silenzioso. Ma io lo sento. Si! Spesso ho l’impressione di correre dietro me stesso, allora, voglio scappare! Scappare! Ma non posso, non posso fuggire,devo, devo uscire ed essere inseguito. Devo correre! Correre,per strade senza fine. Voglio andare via. Voglio andare via! Ma con me corrono i fantasmi di madri, di bambini. Non mi lasciano un momento. Parole come pietre che lapidano, parole dentro un film. Questa puntata è dedicata a lui, al mostro di Dusseldorf. E’dedicata a chi corre per strada, alle mamme con bambini, ed anche ai padri. Agli untori, gli appestati, ai clandestini, ai lebbrosi, agli inzivosi. E’dedicata a tutti i nemici pubblici. A voi, che ascoltate o ascolterete, dikotomiko regala l’immunità di gregge, contro il branco di lupi famelici che vi aspetta là fuori. sulle scale, sui balconi, sulle tastire, sotto le scrivanie. Siate pecore come noi. Siate nemici pubblici.

Lo Specchio Nero n.7 su RKONAIR: lunga vita alla nuova carne!


Trasformiamoci in delatori, in ruffiani, in spie. Denunciamo il vicino, che si attarda a passeggiare nel vicolo, senza giusta causa o giustificato motivo.
Poi, al tramonto, trasformiamoci ancora, facciamo il flash mob, il fascio-mob, cantiamo l’inno, sputiamo veleno, vincere, e vinceremmo!
Torniamo dentro, e trasformiamoci ancora.
Trasformiamoci in leoni da testiera, guardiamo tv e pc e smartphone dal letto, o sul divano.
Trasformiamoci, trasformiamoci ancora, e ancora, e ancora. No time, no space.
E’ l’inazione che ha iniziato la rivoluzione. Ciascuno di noi è altro da sé, non ha più forma fisica, non ha più forma. E’ un blob, è un mashup di carne e suppellettili, è un oggetto d’arredo, è un complemento d’arredo.
Dikotomiko ha selezionato per voi una poltiglia di film e di serie tv , piò o meno recenti, che girano intorno al tema della mutazione, della trasformazione, dell’entropia dei corpi e dello spirito.

L'immagine può contenere: una o più persone, il seguente testo "Dikotomiko lo Specchio Nero LUNGA VITA ALLA NUOVA CARNE"

Sorry we missed you. Ken Loach tolo tolo contro tutti


Lui e lei a letto, alla fine di una giornata durissima. Come tutte le altre giornate. Un bacio, il corpo di lui si avvicina. E lei: “no, non me la sento. Potrei piangere per una settimana”.

Potrei piangere per una settimana.

Potrei piangere per una settimana.

La negazione volontaria del piacere, la disumanizzazione più estrema e disperata, la paura di provare un attimo di gioia perché scatenerebbe una cascata inarrestabile di emozioni. La tristezza. Un momento di cinema insostenibile, di intensità pari ad un altro frammento che Ken Loach aveva già messo in scena nel suo film precedente, sbattendoci davanti agli occhi gli effetti della fame, quella vera, che fa perdere ogni inibizione e autocontrollo, su una madre. Una madre col cuore pieno d’amore e la pancia vuota.

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The Nightingale. Jennifer spits on our grave


Jennifer Kent è la regista di Babadook, uno dei migliori film del nostro secolo. Alcuni lo sanno, altri no. Alcuni la ricordano per essere stata aggredita con insulti e parolacce alla Mostra del Cinema di Venezia, lo scorso anno. Quegli insulti venivano da un bamboccio, cinefilo per mancanza di prove, incapace di guardare, prima ancora che di esprimere un giudizio o un’opinione compiuta. Un troll, tra tanti, inutile come tutti i troll. Le contumelie erano rivolte al nuovo film di Jennifer Kent, la visione più crudele e violenta che mi sia capitata da alcuni anni a questa parte. Un western in terra d’Australia, tra Soldato Blu e The Revenant, in cui Kent distrugge i mostri del colonialismo, del razzismo, della misoginia. Dell’infanzia violata e brutalizzata. Infanzia, non come sinonimo di innocenza, ma di assenza totale di difesa. L’infanzia cioè esorbita: da mera categoria anagrafica a stato, condizione dell’individuo. Sullo schermo scorrono immagini di assassini efferati, a volte preceduti da stupri, da sevizie, altre volte improvvisi, altre volte ancora agognati, addirittura. Tutte le vittime, buone o cattive, grandi o piccine, sono colte nel momento in cui non possono difendersi, o non sono più in grado di farlo. E’un’ecatombe, è un sacrificio di massa e rituale. La catarsi non arriva, del resto questo tempo, anche al cinema, non è catartico, è colpevole senza ancora diventare espiatorio. The Nightingale è la favola che ci meritiamo, quella in cui una mamma bellissima, fresca, piena di amore, canta una ninna nanna celestiale, e mentre canta, con una mano ci tiene forte, con l’altra brandisce un pugnale. Il sangue scorre, ma non bastano fiumi di sangue a nettare la lordura di questo mondo infame.

Sia lodata Jennifer Kent, sia lodato il dio del cinema.

 

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