Questo post è un post punk: How to Talk to Girls at Parties, di John Cameron Mitchell


Michael Cera, e oggi non c’è più. L’attore che, suo malgrado, ha dato un volto ad una generazione, anzi, ha dato un senso filmico ad una generazione, è oggi un trentenne alquanto bolso, se non bollito. Guardate le sue foto più recenti, guardate i suoi occhi: la luce naturale si è spenta, è subentrata la luce artificiale, la stolida visione del futuro ha lasciato il posto alla sapida retrospettiva di un passato prossimo, eppure ormai remoto. Mi manchi, Michael. Mi manca il goggione irresistibile che eri, mi manca il tuo essere avatar, perfetto in quanto fintamente inconsapevole, di ogni mia proiezione bambocciona. Oggi però sorrido, ho visto uno che potrebbe essere un nuovo Michael Cera.

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L’Atelier di Laurent Cantet. Che lotta insieme a noi


La Ciotat, sud della Francia. Un luogo che rimanda alla storia del cinema e ai primi corti dei fratelli Lumière. Un luogo capace di gettare anche un ponte verso il passato più recente, fino alle lotte operaie degli anni 80, che oggi sembrano ancora più lontane nel tempo rispetto al (più che) centenario “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”. E Laurent Cantet, autore di un film ancora più confuso e irrisolto – e per questo ancora più vivo e pulsante – dei suoi precedenti, sceglie proprio La Ciotat come ambientazione. Rendendo il luogo parte integrante della storia, nonchè quasi personaggio. E nemmeno tanto secondario.

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Jurassic World – Il Regno Distrutto. Preistoria, magistra vitae.


Aiutiamoli a casa loro. Oppure ammazziamoli a casa loro, che è lo stesso. Tutto fa brodo primordiale, capita anche che una visione di tarda primavera, attesa ma non agognata, stimoli la ghiandola pineale a produrre allegorie ideologiche, posto che l’ideologia è anch’essa una visione, sebbene del mondo attuale e futuribile.Ecco quindi che il tema centrale del film, se salvare o sacrificare i colossali dinosauri del parco dismesso, diventi metafora della dicotomia più contemporanea che ci sia, il rapporto tra la fortezza Europa, o la fortezza Occidente, ed i migranti del Sud del mondo. Bayona del resto è un regista spagnolo, del quasi Sud o dell’un tempo Sud del mondo, che è stato forgiato da Guillermo del Toro, uno che sa innervare di politica i suoi giocattoloni; il suo approccio alla saga giurassica è deferente, colto e lieve.

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A Quiet Place. Un film bellissimo, piano piano, sottovoce.


Na na, na na na na, mi è sembrato di sentire rumore rumore…na na, na na na na, con l’alieno non mi sento sicuro, sicuro … La famiglia come baluardo della civiltà. La ruralità come frontiera di un nuovo mondo. Il silenzio come panacea contro il caos. Sembrano i temi per un ciclo di seminari catastrofisti, un mix tra ossessioni da Adinolfi ed econostalgie da Coldiretti in versione new age. Sono invece parte di un film che è tutto un tazebao, o viceversa. Un film che ho dapprima bellamente ignorato, poi dolosamente tralasciato, alla fine furtivamente visionato. Per accorgermi, amici cari, che si tratta di un instant classic, di quelli che danno senso ad una intera stagione cinematografica. A Quiet Place, di John Krasinski.

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Dogman, di Matteo Garrone. Al can gentil rempaira sempre amore.


Cominciamo dall’insegna. Anzi no, cominciamo dai poster, quello ufficioso e quello ufficiale. In quelle ufficioso, circolato già nel 2017, un tramonto rosso fumetto ed alcuni dettagli architettonici facevano espresso riferimento all’iconografia western. Western metropolitano infatti, a detta di Garrone, doveva – o dovrebbe – essere Dogman. Esce poi il poster ufficiale, presentato in prossimità della proiezione in concorso a Cannes 2018: spariscono gli effetti cartonati, diventa tutto livido, gli elementi architettonici diventano quelli reali – verosimili – che si ritrovano nel film. Tenete comunque a mente il poster ufficioso, perchè dentro c’è anche del quentintarantinismo, su cui si dirà più avanti.

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Dragonball Movies & Tv Specials – DVD Collection


Un cofanetto composto da 20 DVD, 1049 minuti in totale, contenente lo sterminato elenco che segue, ovvero la raccolta di tutti i film e gli special televisivi della serie animata di Dragonball usciti in Giappone dal 1986 al 1997:

La leggenda del drago Shenron

La bella addormentata nel castello dei misteri

Il torneo di Miifan

La nascita degli eroi

La vendetta divina

Il più forte del mondo

La grande battaglia per il destino del mondo

La sfida dei guerrieri invincibili

Il destino dei Saiyan

L’invasione di Neo Namek

I tre super Saiyan

Il super Saiyan della leggenda

La minaccia del demonio malvagio

Sfida alla leggenda

L’irriducibile bio-combattente

Il diabolico guerriero degli inferi

L’eroe del pianeta Conuts

Le origini del mito

La storia di Trunks

L’ultima battaglia.

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Made In Italy, bluray Warner Bros.


Il titolo del film, e il nome del regista, sono spesso indizi capaci di far indovinare il genere, la qualità della storia, la tipologia di personaggi. Questo di Made in Italy, terzo film di Luciano Ligabue, è il caso estremo: sembra di averlo già visto. Leggi “Made in Italy” e “Luciano Ligabue” e sai già tutto, o quasi. Sai anche che i protagonisti avranno i volti di Stefano Accorsi e Kasia Smutniak. Che le loro vite comuni saranno messe a dura prova da qualche evento traumatico, più o meno legato alla drammatica contemporaneità di questo paese (che ha del rassicurante, se pensiamo all’orrore distopico che sta arrivando). E sai che non è certo un capolavoro, il film che stai per guardare. Ma sei certo che i personaggi che stanno per vivere sullo schermo saranno più reali e interessanti di quelli di trecento commedie idiote realizzate negli ultimi decenni da registi più “professionisti” di Ligabue.

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