Cam, 2018. Blumhouse. Netflix. Living in immaterial world, and I am immaterial girl


Questa volta sono sul pezzo, arrivo per tempo, brucio le tappe. Il film è distribuito da Netflix, è prodotto da Blumhouse, è miliare quanto un manifesto programmatico. Ho qualche remora a parlare di manifesto programmatico, dacché esiste una pagina satirica su fb, nella fattispecie, Il Cinefilo nell’Era dell’Internet, che fustiga implacabilmente tutte le frasi fatte, i luoghi comuni e le banalità di ‘noantri sproloquiatori di cinema. Per evitare la gogna del Cinefilo, ho da tempo bannato dal mio vocabolario parole quali “seminale”, “derivativo”, “necessario”, o frasi quali “film non perfetto, ma non vuole esserlo”. Manifesto programmatico invece ha resistito alla giusta gogna, forse perché può essere riservato ad un numero così esiguo di opere, che è impossibile generalizzarne l’uso. Cam, di Daniel Goldhaber.

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Get Out, i film che hanno ispirato Jordan Peele


Hanno cambiato faccia. Mentre scorrono le immagini di Get Out, il nostro pensiero reagisce come il cane di Pavlov, ci conduce al cult movie di Corrado Farina del 1971. L’accostamento è allegorico più che logico, entrambe le opere sprigionano vapori malsani, c’è un potere che oscuramente trama per carpire qualcosa o qualcuno, coartando legami sentimentali e relazioni sociali. Sempre sulla scia dei pensieri in libertà, guardando gli afroamericani posseduti nel film di Peele – il giardiniere, la cameriera, il dandy in panama e giacchetta – riscontriamo  tracce di Skeleton Key, il film metempsicotico ambientato nella New Orleans del dopo uragano, con i neri che attraverso il voodoo rubavano le identità ai più giovani e ai più bianchi. Di Haneke e dei Funny Games sociali abbiamo già parlato, è invece il caso di riconoscere il tributo di Peele allo Stuart Gordon trionfale, quello di Re-Animator, nella macabra preparazione della trasfusione di cranio. Da Gordon viene anche la cifra stilistica che trova, nel grottesco, il punto di incontro tra l’horror e la commedia nera.  L’ambientazione bucolica di Get Out, con il party organizzato nel bosco, davanti alla splendida villa coloniale, suscita dietrologie nerd, fa pensare al The Conspiracy del canadese Chris MacBride (2012), mentre il contrappasso della intro del film, con la abduction di un povero nero in un elegante quartiere residenziale bianco, deve all’Halloween primigenio l’uso della ricca suburbia come locus maleficus.

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Split, di M.N. Shyamalan. Sempre sia lodato.


Mai sottovalutare l’avversario, specie se il suo incedere è scandito da squilli di tromba, anzi, di trombone. Alcuni mesi fa un critico importante, di quelli multidisciplinari, di quelli pagati per scrivere recensioni, uno che per cognome ha un bisillabo mutuato dal giargianese, ebbe a scrivere qualcosa di molto originale su Inside Out della Pixar, affermò che la teoria delle molteplici personalità sottese ad un individuo sarebbe fuorviante, oltreché precristiana e premonoteista, come se questo fosse un difetto. Questa teoria, a suo insindacabile avviso, sferrerebbe una mazzata letale alla definizione di persona come noi la conosciamo, un unicum, un uno che vale uno – e minerebbe il concetto stesso di volontà, in quanto l’atto volitivo buono e cattivo sarebbe scomponibile e determinabile da forze contingenti, siano sentimenti o pulsioni, demoni o alieni, altre rispetto alle intenzioni delle agente. Lessi con difficoltà le sue parole, troppi erano gli sghignazzi davanti ai suoi contorcimenti cerebrali, eppure mi prese un’inquietudine, come un sesto senso, sentivo che Fofi aveva aperto una strada, opposta a quella che avrebbe voluto chiudere. Split, del mio amico Shyamalan.

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The Purge: Election Year. Credere, obbedire, depurare.


James DeMonaco ci ha purgato ancora. Dopo La notte del giudizio e Anarchia – La notte del giudizio ecco La notte del giudizio – Election Year, terzo capitolo del franchise The Purge, da lui scritto e diretto, pronto ad invadere le sale italiane sul finire di questo Luglio sì terrificante. Stavolta il prodigale Jason Blum non ha badato a spese, elevando il budget di produzione a 10 milioni di dollari, quasi una follia per la sua Blumhouse, e il box office Usa ha risposto ovviamente alla grande anche se non alla grandissima, sfiorando gli 80 milioni, in linea con gli incassi del secondo film.

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Insidious: Chapter 3. The end is the beginning is the end


Alla prima comparsa dell’ectoplasma, Queen fa fiasco all’audizione. Alla seconda, Queen finisce sotto un’auto. Sembrerebbe uno strascico di Final Destination, invece Insidious Chapter 3 è un percorso itinerante in un tunnel degli orrori, attraverso citazioni e strizzatine d’occhio ai classici del genere, da L’Esorcista, a Shining, da The Gift a The Others, deviando per Ghostbusters per arrivare all’ovvio Poltergeist. Dirige e scrive Leigh Whannel, collaboratore storico di James Wan nella creazione di questo franchise che lo vede anche tra gli attori principali, nonché cosceneggiatore del corto che ispirò gli Enigmisti.

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Unfriended. Se mi banni ti cancello.


Stavolta Jason Blum ha proprio esagerato. Non mi riferisco ai 62 milioni di dollari incassati worldwide a fronte di un budget di produzione di pochi spiccioli, perché moltiplicare pubblico e bigliettoni è la specialità della Blumhouse Productions. Il vero miracolo è che sotto la sua egida un carneade georgiano quale Leo Gabriadze tiri fuori un’opera teorica sul cinema, i social network e la Rete tutta, la più riuscita dai tempi di The Social Network, che essendo di Fincher assurgeva intrinsecamente a lectio magistralis. Unfriended è l’analisi lucidissima di come oggi si sta al mondo, virtualmente parlando: pensieri ed azioni in multitasking, azzeramento del tempo di reazione agli impulsi indotti, informazioni da gestire in flusso di coscienza.

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