Okja. Il Porco (G)Rosso di Bong Joon-ho e Netflix


Un maiale gigantesco, imparentato con le bestiole che popolano l’universo di Hayao Miyazaki, ed una ragazzina orfana, preadolescente, sono cresciuti insieme in mezzo alla natura, lontani dalle città caotiche e vicinissimi a mille classici della tradizione letteraria e cinematografica. I cattivi vogliono privare la ragazzina del suo unico e gigantesco amico, ma arriva in suo aiuto addirittura l’Animal Liberation Front. Okja è un film schierato – dalla parte giusta – ed è un film commovente, girato alla grandissima, sempre in movimento, stiloso ed elegante. Alcune scene rasentano la perfezione, prima tra tutte l’incursione di Okja in un centro commerciale. Non avevamo il minimo dubbio: con Bong Joon-ho alla regia, il cinema è cinema con la C maiuscola. Anche se fruito attraverso laptop e smartphone. Se volete realizzare qualcosa di strano, ha detto in un’intervista Bong, Netflix è il posto giusto.

 

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Dikotomiko intervista Kim Jee Woon, pure.


Se nelle pagine di Nocturno fossimo costretti a fare un nome solo, tra i registi della new wave coreana, quel nome sarebbe proprio Kim Jee-woon: è lui il più devoto al cinema di genere. Ai generi. Tanto che, per sua stessa ammissione, finora ha sempre scelto un genere da trattare prima di iniziare a scrivere ogni sua sceneggiatura. Per poi, già durante la stesura e più ancora sul set, spingere tale genere all’estremo e nel contempo mescolandolo con altri. Esattamente vent’anni fa Kim inviava una delle sue prime sceneggiature ad un concorso, vincendolo. Lo script era quello di A Quiet Family, che un anno più tardi diventò il suo primo film. Si trovò al posto giusto nel momento giusto: la crisi economica aveva rallentato, se non bloccato, gli investimenti nel settore da parte di colossi come Samsung e Daewoo, lasciando campo libero a capitalisti di ventura pronti a produrre un discreto numero di film all’anno, anche a registi non affermati com’era Kim. Grazie, crisi.

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Haemoo, in Corea come a Lampedusa


Basta ascoltare la parola scafista, e subito scatta l’associazione d’idee: lo scafista è un criminale senza scrupoli, che lucra sulla disperazione di massa di uomini e donne, trasportandoli, e talvolta ammazzandoli, lungo le famigerate rotte dalla Tunisia o dall’Egitto verso Lampedusa, o dalla Turchia alle coste pugliesi, tanto per fare due esempi tra tanti. Lo scafista è però solo l’ultimo tassello, quello in prima linea (spesso migrante de luxe, magari millantando doti da skipper per ripagarsi il viaggio), di una organizzazione finanziaria e criminale enorme, che muove fiumi inesauribili di denaro. Inesauribili come i flussi migratori che sfrutta, e redditizi quasi come il traffico di eroina. E’ una organizzazione molto complessa, potente, sempre mutevole: reclutatori, coordinatori, recuperatori di crediti, trasportatori, funzionari pubblici corrotti, ladri e falsificatori di passaporti, in costante movimento e incessante attività, per quella che risulta essere “la maggiore agenzia viaggi mondiale”, come hanno raccontato Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci in “Confessioni di un trafficante di uomini” (Chiarelettere, 2014). Si tratta infatti di una rete globale, e tra le mille rotte ricorrenti non è certo ultima quella che porta dalla Corea del Nord e dalla Cina verso la Corea del Sud. Un tragitto percorso, nel 2001, anche da una nave, la Taechangho, che prima di allora era una nave di pescatori. Con la crisi asiatica del 1998 i posti di lavoro erano crollati come tessere del domino, e il capitano della nave si trovava in cattive acque (oops…), tanto da accettare lo sporco lavoro di scafista, stroncando sul nascere le proteste dell’equipaggio grazie ai rotoli di banconote subito disponibili e distribuiti, e trasportare clandestinamente diverse decine di migranti. Il viaggio della speranza mutò in tragedia, e proprio a questa tragedia reale si ispira Haemoo (Sea Fog), durissimo film dell’esordiente alla regia Shim Sung-bo, in passato co-sceneggiatore di Memories of murder insieme a Bong Joon-ho: quest’ultimo, oltre ad aiutarlo nella produzione, è intervenuto nella scrittura, tanto da far sembrare Haemoo una sua creatura.

sea fog

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True Detective. The road to Carcosa


Il 2014 pareva essere un anno come tanti, di transizione, si dice in questi casi, di passaggio oppure, ma da dove e verso dove non è dato sapere. Invece, con la stessa deterministica inesorabilità del sempiterno ritorno della primavera, il 2014 è diventato un anno fondamentale, perchè HBO ha messo in onda True Detective, la serie TV che sovverte definitivamente i canoni di serie e di TV.

Cominciamo:

Rise of TV Series

Grazie alla pay tv ed all’internet benedetta, i canali si sono moltiplicati con la stessa velocità di un tumore: la TV è sempre con te, un canale per ogni gusto, c’è  il canale per chi va a cavallo, per chi si schianta contro un muro, per chi non guarda la TV, poi, dopo questa esplosione e compulsione, come poveri ultracorpi i canali hanno cominiciato a perire, svuotati dall’interno. Perchè mezzi senza contenuti. Allora i kugini amerikani, che stupidi a volte non sono, hanno riversato la loro potenza di fuoco sulla produzione di quei contenuti, e giù una bulimia di serie TV per tutti i gusti, saghe epiche, comiche, tragiche, decameroniche, orrorifiche, e ancora e ancora, e ancora. Produzioni milionarie avallate da uno specifico commitment industriale, rivolte dronicamente alla conquista dello share, legate al mezzo\canale da cordoni analogico\ombelicali.

Poi, un bel giorno, Matthew e Woody decidono di fare da sè, e si autoproducono una serie che orbita attorno ai loro mondi, preso un regista in parte Carneade e uno sceneggiatore in toto Carneade. Per il potere concesso su di loro come Dei del loro mondo, Matt e Mick diventano True Detectives.

True-Detective-TV

Vediamo nel dettaglio:

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La minaccia Coreana


 

schwarzy

Kim Ji Woon  (regista di pellicole più che buone, ma soprattutto del più violento film di “vendetta” della storia del cinema, I saw the devil) è stato chiamato a Hollywood per dirigere un action con.. ehm.. Arnold Schwarzenegger. L’ex governatore non sembra più un fascista law and order, ma piuttosto ricorda Meat Loaf in Fight club. Insomma è simpatico. Questo è uno dei pregi di un film dignitoso, e anche molto divertente. Perchè Kim è un ottimo regista, che realizza i film che gli si chiede di realizzare. Con classe.

Vedremo presto cosa sarà in grado di fare Bong Joon Ho (responsabile di due capolavori-o-poco-ci-manca come The Host e Memories of Murder) alle prese con la graphic novel Snowpiercer. Dikotomiko è mooolto fiducioso.

Ma Hollywood ha chiamato anche Park Chan Wook, assegnandogli il compito di girare quello che per sceneggiatori e produttori era semplicemente uno psycothriller alla Hitchcock. Immagino il maestro Park accettare con i suoi modi pacati ed il sorriso rassicurante da gentiluomo. Poi, una volta dentro,  ha fagocitato Hollywood in poco più di un mese di riprese. 

 

stoker 1

L’unica differenza tra Stoker e le sue opere precedenti è la presenza di protagonisti statunitensi, ridotti ovviamente a tre fantasmi di ghiaccio, evanescenti tessere di un perfetto puzzle dal fascino abbagliante (e morboso).

L’occhio di Park è il protagonista assoluto, dal prologo fulminante ai titoli di coda che scorrono al contrario, di questa inquieta ed elegantissima messa in scena di una storia di (de)formazione.

stoker 2

 

Così, dopo Joint security area, Lady vendetta, Old boy, Thirst, I’m a cyborg but that’s ok, anche per Stoker è obbligatoria la seconda visione, e forse la terza. Nella filmografia di Park Chan Wook la parola capolavoro ricorre troppo spesso, perchè probabilmente è arrivato il momento di nominarlo Miglior Cineasta Vivente.