Manshin, diecimila spiriti invadono il Korea Film Fest


Il 15° Korea Film Fest di Firenze si apre ufficialmente con una docu-fiction dedicata alla figura di una sciamana: Kim Keum-hwa, nata nel 1931, quindi sotto l’occupazione giapponese, in una provincia che in futuro sarà provincia della Corea del Nord. La vita di una donna straordinaria, riconosciuta patrimonio culturale intangibile (ma quanto è bello questo titolo!), e attorno alla sua figura quasi un secolo di storia della Corea. Maltrattata ed emarginata fin da ragazzina perchè osava predire il futuro delle persone che le stavano attorno, sposa giovanissima picchiata dalla cognata, impaurita dai soldati delle due opposte fazioni durante la guerra, perseguitata dai cristiani e dai politici. Sembra uno scherzo, ma dopo tante sofferenze, l’inizio della riabilitazione dello sciamanesimo, e quindi di Kim Keum-hwa, avviene durante il regime del generale Chun Doo-hwan, che cercava di distinguersi dai precedenti governi, riempiendosi magari il petto del solito vecchio caro recupero dei valori e della cultura tradizionale. Ovviamente nei ritagli di tempo tra un massacro e l’altro di oppositori. Una storia ricchissima e illuminante, narrata con tecniche (e ritmi) alternate, riflessioni sui media, sul cinema, implicazioni politiche e sociali. Dirige Park Chan-kyong, che è il fratello di Park Chan-wook: il talento scorre nel sangue, evidentemente, chè Manshin è una visione mozzafiato, è cinema di altissimo livello, e per una volta ci uniamo ad una preghiera, per rivolgerla al dio del cinema (sempre sia lodato, chè noi siamo monoteisti, si sa) e recitata proprio da Kim Keum-hwa all’inizio del film.

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The Shameless. Il cinema coreano da festival


“Mi piacerebbe essere in grado di scrivere sceneggiature come quella di Memories Of Murder, che ha fatto un sacco di soldi, ma non ho il talento necessario”. E’ una dichiarazione del regista di The Shameless, Oh Seung-uk: non possiamo sapere quanta ironia ci sia in queste sue parole, e quanto invece siano sincere, anche se dopo aver visto The Shameless possiamo immaginarlo. Il suo film è sbarcato a Cannes, non in gara ma nella sezione Un Certain Regard, per un motivo ben preciso: Jeon Do-yeon, volto noto e applaudito persino nella distratta Europa, un anno fa membro della giuria del festival, e nel 2007 incoronata migliore attrice, sempre a Cannes, per Secret Sunshine di sua maestà Lee Chang Dong.

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The Chronicles Of Evil. Il caro, vecchio, solido thriller coreano


Con più di due milioni di biglietti staccati, 700.000 solo nel primo weekend, è stato il film più visto nelle sale coreane nel mese di maggio di quest’anno, dopo Avengers: Age Of Ultron e Mad Max: Fury Road. Il merito, oltre al sempre valido passaparola, va ad un cast di tutto rispetto: i volti sono familiari anche da queste parti, e lo sono maggiormente a chi ha presenziato alle gloriose giornate de I dispersi verso Oriente. Il protagonista, poliziotto della omicidi sulla via trionfale di una imminente promozione, è Son Hyun-joo, che abbiamo ammirato in Secretly, Greatly e Hide And Seek. Nella sua squadra spicca il detective Oh, che ha il riconoscibilissimo volto di Ma Dong-seok, visto di recente in Kundo: Age of Rampant, ma che tutti ricorderete incazzato nero in One On One di Kim Ki-duk. Il ruolo chiave è però quello assegnato al giovanissimo teen tv idol Park Seo-joon, 26enne al suo debutto cinematografico, l’ultimo arrivato nella squadra omicidi, l’allievo devoto, la mascotte benvoluta da tutti i colleghi.

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A Hard Day. Un giorno di straordinaria follia coreana


La legge di Murphy tradotta in coreano, ovvero: se qualcosa può andare storto, non solo andrà storto ma diventerà una catena di eventi nefasti inarrestabile, una spirale senza fine di incubi e catastrofi talmente assurda da somigliare pericolosamente alla vita reale, una valanga di guai sparata addosso a velocità folle. Per nostra fortuna parliamo di cinema, e tutto questo si traduce in due ore di divertimento assicurato, anche se un po’ sadico, capace di tenere incollato alla poltrona con gli occhi sgranati anche il più assonnato e svogliato degli spettatori. Azione. Thriller. Black comedy. Caccia all’uomo. Poliziesco. Durante le giornate dei Dispersi Verso Oriente, si è spesso posto l’accento sul mix di generi che caratterizza sempre le nostre pellicole coreane preferite. A Hard Day in tal senso è uno dei migliori esempi del 2014.

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Haemoo, in Corea come a Lampedusa


Basta ascoltare la parola scafista, e subito scatta l’associazione d’idee: lo scafista è un criminale senza scrupoli, che lucra sulla disperazione di massa di uomini e donne, trasportandoli, e talvolta ammazzandoli, lungo le famigerate rotte dalla Tunisia o dall’Egitto verso Lampedusa, o dalla Turchia alle coste pugliesi, tanto per fare due esempi tra tanti. Lo scafista è però solo l’ultimo tassello, quello in prima linea (spesso migrante de luxe, magari millantando doti da skipper per ripagarsi il viaggio), di una organizzazione finanziaria e criminale enorme, che muove fiumi inesauribili di denaro. Inesauribili come i flussi migratori che sfrutta, e redditizi quasi come il traffico di eroina. E’ una organizzazione molto complessa, potente, sempre mutevole: reclutatori, coordinatori, recuperatori di crediti, trasportatori, funzionari pubblici corrotti, ladri e falsificatori di passaporti, in costante movimento e incessante attività, per quella che risulta essere “la maggiore agenzia viaggi mondiale”, come hanno raccontato Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci in “Confessioni di un trafficante di uomini” (Chiarelettere, 2014). Si tratta infatti di una rete globale, e tra le mille rotte ricorrenti non è certo ultima quella che porta dalla Corea del Nord e dalla Cina verso la Corea del Sud. Un tragitto percorso, nel 2001, anche da una nave, la Taechangho, che prima di allora era una nave di pescatori. Con la crisi asiatica del 1998 i posti di lavoro erano crollati come tessere del domino, e il capitano della nave si trovava in cattive acque (oops…), tanto da accettare lo sporco lavoro di scafista, stroncando sul nascere le proteste dell’equipaggio grazie ai rotoli di banconote subito disponibili e distribuiti, e trasportare clandestinamente diverse decine di migranti. Il viaggio della speranza mutò in tragedia, e proprio a questa tragedia reale si ispira Haemoo (Sea Fog), durissimo film dell’esordiente alla regia Shim Sung-bo, in passato co-sceneggiatore di Memories of murder insieme a Bong Joon-ho: quest’ultimo, oltre ad aiutarlo nella produzione, è intervenuto nella scrittura, tanto da far sembrare Haemoo una sua creatura.

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Man On High Heels, un film dikotomiko


Una delle leggi sacre ed universali del noir, forse la più sacra ed universale, riguarda l’impossibilità di lasciarsi alle spalle il passato, specie se si tratta di un passato violento e costellato di nemici. Esemplare è il caso di un poliziotto temuto e rispettato da tutti, incubo dei boss e noto per la sua attitudine a spaccar loro più o meno ogni osso. Per quanto si sforzi di vivere come un lupo solitario, nel cuore di Ji-wook qualche affetto penetra e nidifica: il giovane collega che lo idolatra, e la graziosa ragazza che gli serve da bere, occasionalmente informatrice ed esca, su tutti. Quando Ji-wook decide di lasciare la polizia e diventare di conseguenza più vulnerabile, espone inevitabilmente le persone care alla sanguinosa vendetta dei suoi nemici. Così vanno le cose, così devono andare, nel noir. E così vanno in questo film. Ma c’è un dettaglio, che rende questo personaggio, questa storia e questo film sovversivo: il passato che Ji-wook vuole lasciarsi alle spalle non è semplicemente quello di poliziotto, ma quello di carismatico rappresentante del sesso maschile. Dopo aver annientato una gang nei panni del poliziotto macho, si veste e si trucca da donna camminando impacciato sui tacchi alti: non c’è traccia di caricatura, anche se si ride, in una delle scene più riuscite del film. Quello che viene in mente è piuttosto la doppia identità dei supereroi, sottolineata dalle numerosi cicatrici e protesi metalliche che addobbano il corpo del protagonista, dentro e fuori.

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Una Principessa vs. 43 gorilla


Uno dei pensieri più frequenti, mentre guardiamo i nostri amati film coreani, che siano sanguinose vendette o intensi drammoni, è questo: deve essere proprio difficile essere donna da quelle parti. La vita è dura, a prescindere dai sessi, in una società così violentemente capitalista: non molto dissimile dalla nostra, solo più esasperata. Per le donne lo è ancora di più, a Seoul il maschilismo è ancora, nel 2015, forte. Molto forte. E violento. Han Gong Ju è il debutto cinematografico del giovane Lee Su Jin, e non è solo un debutto (l’ha scritto diretto prodotto e montato) con i controcoglioni. E’ anche uno dei fari più lucidi e politicamente efficaci che si siano accesi in questi anni sulla condizione femminile in Corea. Lode eterna a Martin Scorsese che lo ha sponsorizzato con queste parole: “Ho molto da imparare da questo film, e aspetto con impazienza il prossimo lavoro di Lee Su Jin”.

Han Gong Ju - poster

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